AMABILI RESTI
Peter Jackson è, per gli estimatori de Il signore degli anelli (e, parafrasando Totò “io lo fui, lo sono e lo sarò”), l’eterno ragazzo coraggioso che ha trasportato sullo schermo il capolavoro di Tolkien, senza nulla togliere al fascino del racconto e compiendo una delle operazioni più difficili: trasformare un capolavoro scritto in un capolavoro visivo. Ha affascinato il pubblico, giovani e adulti accomunati dallo stesso amore per la terra di mezzo e i suoi abitanti, con le immagini conservando intatte le metafore del libro, dalla guerra millenaria tra il bene e il male, all’industrializzazione feroce che sacrifica e annienta la natura in nome dell‘interesse economico, fino all’aperta ribellione della natura stessa. A quei tempi era un allegro signore a metà strada fra un hobbit cresciuto e gaudente e un orchetto, più o meno della sua stazza, ma molto più feroce. Ci prova anche stavolta basandosi sull’omonimo best seller di Alice Sebold e, per parlarci ancora una volta della “terra di mezzo”, come amo definire quello che dovrebbe essere una sorta di limbo, ha cambiato aspetto ma non il suo modo di concepire il cinema. All’incontro a Roma per presentare il suo film, si è presentato come un giovane uomo con la testa ancora piena di riccioli e di sogni, felice di aver contribuito, con la sua casa di effetti speciali, al successo di Avatar dell’amico Cameron, ma con tanta voglia di conoscere il mondo ultraterreno. Sembra più giovane e più bello oggi che, dimagrito di venti chili, potrebbe reggere il confronto con l’elfo Legolas (Orlando Bloom), con il Re (Viggo Mortensen) o con gli occhioni azzurri del portatore dell’anello Frodo (Elijah Wood). Anche questa volta esce vincitore dalla sfida, sempre pericolosa, con il libro; ancora una volta, il suo mondo onirico trionfa e ci regala, dandone una riflessione alta e laica un film che affronta il tema che tutti ci appassiona: cosa c’è dopo la morte? Non si può morire a 14 anni stuprata e assassinata, Susie non lo accetta e resta intrappolata, per amore o per rabbia? in un mondo pieno di colori, con albe e tramonti da cartolina, alberi che cambiano colore a seconda dell’umore della protagonista. Come si possono lasciare genitori, fratelli, il ragazzo di cui ci si sta innamorando? Susie è in una sorta di anticamera del paradiso, una specie di terra di mezzo senza hobbit ma lei somiglia tanto ad un elfo pieno di rabbia. Rabbia perché il suo assassino (uno Stanley Tucci falso, glaciale, privo di sentimenti, perfetto nei panni dello psicopatico) è ancora libero, costruisce case di bambole e sta tentando di intrappolare anche la sua sorellina, rabbia perché la sua famiglia sta andando alla deriva, (Susan Sarandon è una nonna alcolizzata da manuale) rabbia perché vuole aiutare la sua famiglia ma non può intervenire. La genialità di Peter Jackson si rivela nel saper unire, con uno stile originale, i due mondi alternando rappresentazioni visive di situazioni reali (le ricerche, la famiglia), con situazioni di sogno. La voce fuori campo di Susie racconta la sua stessa morte (Sunset Boulevard docet) e ci racconta di scena in scena il suo viaggio, il dramma della sua famiglia che non trova pace dopo la sua morte violenta, la sua storia d’amore ancora in embrione, la sua paura per la sorellina. C’è qualcosa che richiama “ll piccolo principe” in questa bambina sospesa in un mondo di mezzo, nel suo stupore di essere intrappolato tra un paradiso, sua ultima meta, e un ancora troppo terreno desiderio di vendetta verso colui che ha tolto a lei la vita e ha rovinato quella dei suoi. Susie resta in questa terra di mezzo, quasi angelo salvifico, a proteggere i suoi dal dolore e dalla scoperta; non essendo un vero thriller, lo spettatore condivide con lei fin dall’inizio, la conoscenza dell’assassino; fra la ricerca frenetica dell’assassino in questa terra e le scene oniriche, fantasticamente rese in digitale, si dipana la storia ed è bello credere che un sottile filo continuerà ad unire i morti ai cari rimasti sulla terra, ma è terribile pensare che sono i sopravvissuti a dare finalmente pace a coloro che sono morti solo quando saranno in grado di accettare questa loro mancanza. Un Peter Jackson che supera se stesso ad ogni film, un film da vedere.
Lourdes
L’11febbraio, nel centocinquantaduesimo anniversario dell’apparizione della Madonna a Lourdes, è uscito nelle sale il film che a Venezia ha messo d’accordo cattolici e laici. In questa società che sembra sempre più sull’orlo di una guerra di religione, in una società in cui le pretese di alcuni sembra sviluppino l’integralismo più estremo da parte degli altri, cosa ha Lourdes per essere riuscito a ricevere il premio Brian della Uaar e contemporaneamente il Premio ecumenico Signis? Uno stile rigoroso, una serietà di intenti, lo sguardo di chi si professa ateo ma è “curioso” e vuol capire.
Il riconoscimento attribuito dalla Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) evidenzia “l’approccio razionalista al tema del miracolo”, mentre il premio Signis sottolinea
“le fondamentali problematiche umane che solleva evidenziando la fede, la sofferenza fisica, la speranza, i miracoli, l’assoluto”
La regista Jessica Hausner, quasi sconosciuta in Italia, ma nota in Europa soprattutto per il suo Hotel, sorta di thriller claustrofobico, osserva e documenta lucidamente, scevra da complicazioni religiose, la storia di una giovane donna costretta in carrozzella e “miracolata” durante un pellegrinaggio a Lourdes.
A metà tra fiction e documentario, (nelle scene nella grotta la maggior parte delle comparse sono veri pellegrini e ammalati) la regista, particolarmente attenta alla scelta oltre che alla direzione degli attori che devono rappresentare le speranze, le richieste, i desideri, le paure
e le curiosità degli ammalati e dei loro accompagnatori, non ha voluto darci un film religioso, ma un film che ci parla dei nostri percorsi umani, della ricerca dell’amore, del significato che vogliamo dare alle nostre giornate.
Ma Lourdes è anche e soprattutto la ricerca della regista che, per raccontare la storia di un miracolo, ha osservato i pellegrini, ha viaggiato con loro, li ha ascoltati, si è immersa nel mondo della malattia e del volontariato, non ha trascurato nessuna indagine studiando questo evento che la stessa Chiesa ha spesso difficoltà a riconoscere come tale e che analizza e smonta quelli che non ritiene interventi superiori.
Il film è quindi più che lo studio di un miracolo un’indagine su questo fenomeno e su quello che suscita l’avvenimento nei “fedeli”. Non mancano quindi le beghine pronte a criticare tutto e tutti, compreso lo stesso operato di Dio. “…ma perché proprio lei…non è neppure tanto credente…”, e chi, stanco di feste e settimane bianche, si accosta al volontariato con eccessiva superficialità. C’è la Lourdes trasformata in un mercato e c’è perfino il sacerdote accompagnatore che sembra avere qualche perplessità e racconta barzellette che evidenziano i dubbi più rofondi.
Non un flm sul miracolo, sulla Madonna di Lourdes, come farebbe pensare la locandina del film ma un affresco di umanità varia con i propri momenti di gioia, dolore, ricerca di sicurezza e pace; un’umanità che cerca il proprio ruolo nel bene e nel male di ogni giorno.
La compostezza e il tono pacato della regista conquistano e catturano l’interesse sia dei credenti che trovano un’ ulteriore conferma al loro credo, sia di coloro che invece vedono in alcune manifestazioni una conferma al loro scetticismo.
Maria Rita Monaco

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