La riflessione aperta da Enrico Letta sulla rivalutazione degli anni ’80, e ripresa da Claudio Martelli in un articolo per Il Riformista, in realtà rimanda ad una riflessione sul ’68 ed, in particolare, sul perché, i protagonisti politici dell’antagonismo ideologico al ‘sistema’, a differenza di quanto avvenuto in Francia e in Germania, non seppero, se non solo marginalmente, diventare classe dirigente in senso stretto.
La domanda in sostanza è: perché i generosi protagonisti di quella che è stata una stagione di grande modernizzazione sociale e di laicizzazione del Paese hanno fallito in politica e alla distanza hanno ceduto il passo a coetanei che, pur risparminadosi nelle grandi battaglie civili (il divorzio, l’aborto ma, anche, il diritto allo studio) o di libertà (a fianco della Primavera di Praga o dei dissidenti sovietici), oggi sono in posizione chiave nel Governo e nelle istituzioni rappresentative del Paese?
Una prima risposta è abbastanza semplice: aver cercato di spiegare l’opposizione alla nuova realtà sociale del Paese, per quasi dieci anni, alla luce degli insegnamenti di Marx, Lenin, Stalin, Mao Tse Tung, con qualche variante trotzchista, luxemburghiana o castrista, ha messo quell’embrione di ceto politico in un vicolo cieco. Da questo punto di vista la doppiezza togliattiana si è rivelata ben più utile: pur impedendo un salutare approdo socialdemocratico al Paese, ha, però, consentito ai giovani pionieri di non finire su un binario morto come i loro più baldanzosi e generosi coetanei.
La seconda risposta sta sicuramente nella indisponibilità dell’intero ceto politico di allora di offrire spazi reali di partecipazione e di potere a coloro che, pur senza rinnegarla in toto, andavano ripensando criticamente l’esperienza del ’68.
Quello che resta di quel ceto politico antagonista (trascurando per ragioni di spazio la deriva terroristica) in parte si è riciclato nell’ambientalismo anticapitalista e, in parte, si è rifugiato nella difesa dell’ortodossia del comunismo berlingueriano. Tutti hanno finito per sostituire la voglia di cambiamento del ’68 con la difesa della conservazione. Quelli che erano gli strumenti del ‘controllo capitalista’ da abbattere sono oggi diventati i loro baluardi distintivi, su cui vorrebbero attestare il popolo di sinistra.
La gran parte di coloro che nel corso e sul finire degli anni ’70 decisero di staccare la spina dell’impegno politico diretto (la stragrande maggioranza) non ha più risposto al richiamo di quelle ideologie (e lo dimostra il fatto che la sinistra antagonista resta minoranza dentro una sinistra che è a sua volta minoranza) e si è fatta strada, pur con qualche ritardo, nel mondo delle professioni e del lavoro, maturando una visione pragmatica e sostanzialmente laica, anche se abbastanza distaccata, delle possibilità della politica, ma anche mantenendo una sensibilità sociale e un sincero interesse per i problemi che contraddistinguono la società globale contemporanea.
Personalmente non credo che quella generazione sia oggi molto interessata ad assumere ruoli politici totalizzanti, ma non sia refrattaria a dare una mano alle generazioni successive, perché assumano peso e ruoli pari alla centralità, oltre che anagrafica, economica e culturale, che rivestono nella vita del Paese.
Il ’68, errori e tragedie a parte, fu però anche una grande stagione di mobilità sociale ed anche di rottura di molti steccati ‘di classe’. Per una breve stagione temporale, ceti sociali da sempre separati si frequentarono, conoscendosi reciprocamente e quella contaminazione è rimasta nel loro successivo approdo pragmatico. Nei decenni successivi quell’apertura si è andata via via chiudendo, qualche connessione è rimasta a livello di scuole elementari e medie, ma più si sale e più si torna ai giri socialmente chiusi pre ’68 (forse solo fisicamente interrotti in qualche discoteca di provincia).
Una proposta liberal-socialista non episodica può intercettare e recuperare ad un parziale impegno politico quella generazione? Personalmente credo di sì, a condizione che chi l’avanza dimostri di crederci veramente, tenendo barra dritta su contenuti ed alleanze e non molli la presa di fronte alle invitabili difficoltà iniziali.
Tre mi sembrano nell’immediato i temi su cui verificare se esiste davvero quella disponibilità. La prima e la più immediata, anche per quella sensibilità sociale di cui sopra, è la mobilitazione per la difesa della Legge Biagi, considerata da chi svolge attività autonome, imprenditoriali, manageriali e professionali come moderno ed efficace, seppur da completare, strumento di regolazione e governo del mercato del lavoro, che dà maggiori garanzie ai giovani a fronte della liberalizzazione selvaggia garantita dal lavoro nero e dalle false cooperative sociali.
La seconda, forse più complicata, riguarda la possibilità di applicazione dei risultati della ricerca scientifica nei vari campi. La difesa, ad esempio, dell’utilizzo degli organismi geneticamente modificati (OGM) in agricoltura, su cui vi è l’annunciata mobilitazione autunnale dell’ambientalismo anticapitalista e conservatore, ha una duplice valenza: da un lato, culturale, perché si oppone all’oscurantismo scientifico, aiutando anche la nostra Università a non sfornare principalmente letterati, architetti ed avvocati, ma a rimettere in movimento una preparazione scientifica di cui c’è un grande bisogno; dall’altro, perché apre la possibilità a diversi sviluppi produttivi eco-sostenibili, economicamente rilevanti e, fattore non secondario, può dare un contributo significativo all’agricoltura dei Paesi poveri, Africa in testa.
La terza, infine, è realizzare una vera sussidiarietà che, a partire, da una significativa riduzione del carico fiscale, consenta di indirizzare in autonomia risorse totalmente deducibili ad iniziative di solidarietà nazionale ed internazionale, lasciando ai singoli e non ad apparati burocratici la responsabilità di scegliere la destinazione dei fondi e di valutare l’operato di chi li riceve.
Un modo di dare gambe alla responsabilità e ad uno spirito solidarista mai venuto meno, senza delegare allo Stato ciò che il cittadino, come diceva Alexis de Tocqueville, può fare meglio.
Sergio Vicario
Club Porto Franco – Milano

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