Alla figura del guappo tradizionale, ben resa sul piano letterario dal de Bourcard ed immortalata da Filippo Palizzi nei suoi dipinti, si contrappone quella del guappo signorile o di sciammeria.
Quest’ultimo non indossava la giacca corta e aderente bensì un abito più lungo, la marsina, secondo uno stile improntato su quello dei dandy di fine ottocento.
Di estrazione piccolo borghese, aspirava a confondersi con i signori e, grazie ai proventi illeciti derivanti dall’attività di basista (colui che definisce le basi per un colpo, traccia la pianta del luogo in cui avverrà il furto e stabilisce approssimativamente il valore della merce da trafugare) e usuraio, si mescolava tra la gente “bene” del tempo che sfruttava fornendo prestiti ad alto tasso di interesse.
Pur desiderando di far parte dell’organizzazione malavitosa, aveva finito con l’esserne escluso, vedendosi, tuttavia, riconosciuto il titolo onorifico di guappo di sciammeria e l’onore di ricevere, in determinate circostanze, l’anello di ferro, particolare onorificenza riservata a quei camorristi che potevano vantare trenta anni di servizio, l’omicidio di agenti di Pubblica Sicurezza (i cosiddetti gatti), la partecipazione in prima persona al compimento di almeno quattro grandi imprese.
A ritrarre minuziosamente questi guappi “signorili” è stato Enzo Avitabile che, nel suo libro “L’Onorata società – riti, costumi e gesta della camorra” (Luigi Regina Editore), così ce li descrive: “Essi indossavano abiti tagliati dalle più famose forbici del tempo come un Plassenell o un Trifari. Portavano il “raglan”, il “talmà” o la “chemise” corta, cravatte larghe dette “rabats” fermate da spilli di corallo o di perle. I cappelli erano di Parigi e di Londra, le scarpe erano cucite da un Finoia o da un De Notaris, i guanti di Bossi o di Cremonese di via Toledo, le camicie di Della Croce di via Chiaia”. Dei numerosi aneddoti che li videro protagonisti ne parleremo in seguito.
Monica Florio

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