
L’inchiesta della Procura di Roma sulle ipotesi di corruzione legata al Ponte di Messina non è solo una vicenda giudiziaria, ma lo specchio di un sistema in cui più che l’interesse generale sono gli interessi privati a prevalere.
Essa coinvolge direttamente Giacomo Francesco Saccomanno, avvocato molto vicino a Salvini, che ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione della Stretto di Messina S.p.A. come consigliere.
Ciò che emerge è l’esistenza di una rete di progettisti e consulenti per i quali il ponte è soprattutto un meccanismo che si sviluppa da decenni e garantisce attività ben pagate a prescindere dalla posa della prima pietra.
Alla basa di questo mondo vissuto all’ombra dei partiti e dei governi, in particolare di destra, c’è la Stretto di Messina Spa che è una società in house che non deve fare progetti ma fa solo le gare e sceglie chi deve progettare e costruire l’opera.
Dalla fondazione, 1981, fino alla messa in liquidazione disposta dal governo Monti nel 2013, la Stretto di Messina S.p.A. , rilanciata da Salvini nel 2023, ha accumulato costi enormi senza posare una sola pietra. La sola esistenza e operatività della concessionaria oscilla tra i 400 e i 500 milioni di euro: il costo di una monumentale e stratificata “fabbrica di carta” che va avanti da decenni.
Sarebbe un errore pensare che l’inchiesta della magistratura, che accerta i reati, possa risolve i nodi politici di cui deve rispondere Salvini e il governo Meloni.
Tuttavia una cosa è certa: la richiesta di chiudere la Stretto di Messina SpA, una concessionaria che inghiotte risorse e nella quale i ruoli di controllo pubblico, gli incarichi societari e l’appartenenza ai partiti favorevoli all’opera si incrociano in modo strettissimo producendo un sistema di relazioni utile soprattutto a chi ne fa parte ma non allo Stato e ai cittadini italiani.
Enrico Rossi

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