La divulgazione della pagina di diario di Elsa Morante nel numero scorso, apprezzata da più di un lettore, ha stimolato l’emersione di un altro reperto storico, e cioè uno scritto di Giorgio Scerbanenco (nato in Ucraina nel 1911 come Volodymyr-Giorgio Šerbanenko, scrittore prolifico in tutti i generi letterari), redatto durante il suo esilio in Svizzera dopo l’8 settembre.

No. Da un’idea falsa e incivile come quella che costituiva il nocciolo del fascismo, non può nascere nulla di buono. Da un errore non può nascere il giusto, e dalla menzogna non può nascere la verità. Le cosiddette realizzazioni del fascismo sono solo apparenti e nascondono il male in sé. Sono orpelli. Sono i fasti del bancarottiere che si dimostra potente a spese degli ingenui creditori. Essere obiettivi col fascismo significa essere obiettivi con l’errore, partecipare all’errore, accrescerlo. La vera obiettività verso il fascismo e teorie similari consiste nella negazione completa e assoluta, perché non inquini ulteriormente la verità. Concedere qualche attenuante e peggio ancora qualche merito alla teoria della sopraffazione metodica dell’individuo, della soffocazione costante della libertà, significa essere non obiettivi, ma manutengoli di quella teoria.
Nessuna bonifica, nessuna guerra vinta, nessun impero, nessun trionfo renderanno giusto l’errore. (Giorgio Scerbanenco, I don Abbondio in Patria mia. Riflessioni e confessioni sull’Italia).

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