
Un articolo della rivista online, Il Post, diretto da Luca Sofri, parla delle conseguenze delle decisioni di Trump su un piccolo e povero paese dell’Africa, il Lesotho, situato su una catena di monti, con un clima continentale, estati calde e inverni freddissimi, e con poco più di 2 milioni di abitanti.
Ad aprile Trump ha imposto dazi del 50% al Lesotho. Poi ieri l’altro li ha ridotti al 15%, ma era già troppo tardi: migliaia di licenziamenti, industrie tessili chiuse, salari dimezzati. A luglio il governo del Lesotho ha dichiarato lo stato di “disastro nazionale”.
Il tessile era l’unico settore che dava lavoro, grazie ad un accordo voluto da Clinton nel 2000. Si produceva per marchi americani: Levi’s, Lee, Wrangler. Anche per la linea “Trump Golf”. Ma è bastato l’annuncio dei dazi perché gli ordini dagli USA venissero cancellati.
Nel giro di pochi mesi i posti di lavoro sono passati da 50.000 a 36.000. Chi resta lavora mezza giornata a settimana. Non per vivere, ma per sopravvivere.
Nel frattempo, Trump ha anche smantellato USAID, l’agenzia americana per lo sviluppo che garantiva cure gratuite a centinaia di migliaia di malati di AIDS e HIV.
Una donna licenziata – si legge sull’articolo de Il Post- malata di HIV ha raccontato che alla clinica le hanno dato solo tre mesi di farmaci. La prossima volta, forse un mese. O qualche settimana. Quindi sarà abbandonata al suo destino.

Secondo la rivista scientifica The Lancet, le conseguenze di questi tagli potrebbero causare nel mondo fino a 14 milioni di morti entro il 2030, di cui 4,5 milioni tra i bambini sotto i cinque anni.
Oltre al crollo dell’industria tessile, il Lesotho è colpito anche dalla siccità causata dai cambiamenti climatici. L’agricoltura di sussistenza, da cui dipende gran parte della popolazione, è devastata dalla scarsità e irregolarità delle piogge.
Secondo ONU e FAO, negli ultimi anni si sono registrati fallimenti dei raccolti e gravi penurie d’acqua, aggravati dal fenomeno El Niño e dal riscaldamento globale.
Alla devastazione sociale si aggiunge così una crisi ambientale che mette a rischio la sopravvivenza stessa della popolazione.
Questo è il volto del capitalismo predatorio, dell’imperialismo economico americano. Questa è la destra che gioca a Risiko con la vita dei poveri.
Quello che accade al Lesotho, accade in tanti altri paesi e, in forme diverse, colpisce anche i paesi più sviluppati.
A tutto questo si devono poi aggiungere le guerre, frutto di nazionalismi e di interessi economici inconfessabili.
Pensare a un superamento democratico e graduale di questo sistema diventa una necessità.
Berlinguer parlava, infatti, della “necessità di uscire dal capitalismo e di andare verso una società superiore”, che garantisca “al tempo stesso la soddisfazione […] dei bisogni materiali degli uomini, e, soprattutto assicuri quello di cui più si sente la mancanza: una convivenza veramente umana”.
Inoltre, Berlinguer denunciò il modello di vita delle società più ricche che non potevano continuare a consumare senza limiti le risorse del pianeta che sono limitate.
Berlinguer univa a una precoce sensibilità ecologista la critica al modello di sviluppo capitalista, basato sullo sfruttamento dei lavoratori e dei popoli del cosiddetto terzo mondo.
La sua battaglia per la pace e contro il riarmo fu netta e portata fino alle estreme conseguenze: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, dicevano certi antenati. E invece io la penso come i pacifisti di tutto il mondo di oggi: “se vuoi la pace, prepara la pace”.
La nostalgia per Berlinguer è un sentimento politico potente, razionalmente fondato e attuale di fronte al disastro in cui il capitalismo senza limiti e la estrema destra che lo rappresenta stanno portando il mondo e quindi tutti noi.
Con lui la sinistra in Italia raggiunse il suo massimo storico di consensi.
A mio avviso, le sue idee e i suoi principi e la sua visione del mondo sono valide oggi più di sempre.
Enrico Rossi

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