
Trump rilancia i dazi e li porta ad 15% a livello mondiale, incurante della bocciatura della Corte Suprema.
La nuova offensiva tariffaria di Donald Trump non è solo una mossa di politica economica, ma un attacco frontale allo stato di diritto e alla democrazia, una prova di forza pericolosa.
Sul piano economico si tratta di un vero e proprio suicidio.
I dazi non sono una tassa pagata dagli stranieri, ma si sono rivelati un balzello sui cittadini americani che li pagano con l’aumento dei prezzi dei prodotti.
Anche la promessa del rilancio dell’industria si sta rivelando vana. Infatti , con le catene globali della fornitura, i dazi hanno finito per importare inflazione e aumento dei costi dei componenti che stanno già logorando la manifattura USA.
È il paradosso del sovranismo economico: nel tentativo di “proteggere” il lavoro nazionale, si finisce per colpire il potere d’acquisto delle famiglie e la competitività delle stesse fabbriche americane.
Eppure, Trump insiste su un mercantilismo anacronistico che ignora la realtà. È un azzardo che trasforma l’”America First” in un isolazionismo distruttivo.
L’Unione Europea deve reagire con una “dottrina della fermezza”. Non può esserci spazio per posizioni deboli come quelle che abbiamo visto finora.
I prodotti degli Stati Uniti devono essere colpiti con misure di ritorsione proporzionate, anche per scatenare una pressione politica interna alla Casa Bianca.
Inoltre l’Europa deve rafforzare l’autonomia strategica e investire in tecnologia e ricerca comuni per sottrarsi al ricatto americano.
Anche in politica estera c’è bisogno di una svolta per realizzare la pace in Ucraina e riaprire canali commerciali con la Russia.
Se gli USA chiudono i mercati, l’Europa deve accelerare con partner alternativi (Mercosur, India) e cercare autonome polititiche di cooperazione con altri Paesi, come la Cina.
L’Italia è forse il Paese più vulnerabile in Europa.
Gli USA sono il nostro primo mercato extra-UE, con un surplus di 40 miliardi che Trump vede come un “furto”.
Agroalimentare e moda italiana rischiano di diventare inaccessibili ai cittadini americani del ceto medio. Ma anche la meccanica dei distretti del Nord rischia di vedere crollare le commesse.
Meloni si trova stretta tra l’affinità ideologica con Trump e il dovere di proteggere le imprese italiane.
L’Italia non può sperare in “favori” personali da parte di Trump come ci raccontano Meloni e gli esponenti del suo governo.
La difesa dell’interesse nazionale passa solo per un’Europa unita con un’Italia che svolga pienamente un ruolo da protagonista.
Abbiamo bisogno di un’Europa federale: gli Stati Uniti d’Europa al posto dell’Europa delle nazioni frammentata e divisa come vuole la destra.
L’idea di essere da ponte tra America ed Europa tanto sbandierata da Meloni, sbagliata e dannosa, è miseramente fallita.
Cedere a Trump, come finora ha fatto Meloni, significa accettare una prospettiva di recessione economica come prezzo da pagare in nome della adesione all’internazionale nera e del servilismo verso il suo capo.
Da queste vicende si può trarre una conclusione generale che suona anche come un auspicio per la fine dei tempi bui che stiamo vivendo.
Si può dire che il populismo e il sovranismo della destra possono avere successo nell’immediato per raccogliere facili consensi ma che nel medio periodo si rivelano politiche disastrose per gli stessi paesi che le adottano.
E questo vale tanto per Trump come per Meloni.
I danni che questa destra può continuare a fare sono ancora molti, fino al rischio di ulteriori guerre come sbocco naturale del nazionalismo.
Ma intanto le sue politiche stanno mostrando pesanti segni di crisi.
Per le forze democratiche è giunto il momento di contrattaccare con forza e decisione.
Da noi, in Italia, il primo appuntamento per dare colpo alla destra neofascista e ai suoi propositi illiberali è tra meno di trenta giorni con il referendum.
Non dimentichiamolo.
Enrico Rossi

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