Tre sentenze europee hanno distrutto 10 sentenze italiane e la mancata grazia del presidente Napolitano che ha provocato una prima condanna di Strasburgo. E’ il caso Bruno Contrada, un trentennio di processi, condanne, suicidi nel quale nessuno delle centinaia di giudici si è accorto che non si poteva condannare il superpoliziotto, detto lo zoppo, per ipotesi di reati (artt. 110 e 416 bis del codice penale, concorso esterno in associazione mafiosa) che all’epoca dei fatti, precedenti di 6 anni alla norma del ’94, non erano tali.
Magnifica figura di ignoranza tecnica giuridica che si è tradotta in enormi spese per il contribuente, dai 25 anni di mancati stipendi e pensioni, del valore di qualche milione al risarcimento di € 667mila per ingiusta detenzione fino al contorno dei quasi € 30mila dovuti alle condanne europee allo Stato italiano. Non solo; la vicenda Contrada ha esposto chiaramente che le corti europee ed i giudici degli altri stati europei non riconoscono validità al nostro ordinamento giudiziario, non ne accettano fantasie e narrazioni. Ancora nel ’15 e nel ’16 i giudici di Palermo che avevano definito inammissibile la richiesta di applicazione della sentenza europea di innocenza hanno dovuto abbassare la testa. La parte progressista e giustizialista, usa a menare la clava europeista sugli avversari, considerati corruttori e corrotti, menomati fa 40 anni di processi e indagini, viene minata proprio alla sua dea Europa che considera i nostri processi, una caccia alla strega.
Così da ottantanovenne, ha avuto soddisfazione Contrada, il poliziotto arrestato a 61 anni. Quando venne arrestato a Natale ’92 era il numero 3 del SISDE di cui aveva promosso una specifica trasformazione in funzione antimafia andando in contrasto con la Direzione Investigativa Antimafia. Era il collega di Dalla Chiesa, Giuliano, Russo e Borsellino tutti in seguito assassinati dalla mafia; era il nemico dei Cursoti, Madonia, Corleonesi, Riina e Provenzano. L’hanno difeso 142 uomini delle istituzioni, 5 capi della Polizia, direttori del Sisde, generali della Guardia di Finanza, centinaia di poliziotti, dei servizi e non, di prefetti, di questori e funzionari, i loro familiari, a partire dai Giuliano. Quando si espose il capo della Polizia Parisi, costui venne ammonito dal giudice Caponnetto, noto per i ricordi sbagliati, e dall’ex giudice Violante, allora presidente Commissione parlamentare Antimafia.
L’accusa di Caselli ed il pm requisitore Ingroia reputava i vertici polizieschi antimafia tutti collusi secondo ladotta esposizione sociologica di un pentito che faceva coincidere lo status politico democristiano e contorni con la mafia. Una narrazione storico politica, la caratteristica strutturale violantesca, che rappresentava la versione meridionale di Mani Pulite. Anche se questa favola è stata minata dall’assoluzione di Andreotti e lo è ora da quella di Contrada, pubblicistica, media e cinema hanno continuato a darle colpevolmente credito. Una vasta rete che puntualmente per decenni ha condizionato l’opinione pubblica, a partire dall’Associazione familiari vittime via Georgofili, dalle fondazioni Caponnetto e Scopelliti e dai Borsellino, con il cui giudice Contrada condivideva posizioni politiche di destra.
Non aiutò Contrada, anzi, il sostegno delle destre politiche e degli intellettuali contrari a Mani Pulite.
Queste posizioni diedero maggiore vigore all’idea di patto tra Stato e mafia, la narrazione del quale non era ancora ben definita all’epoca deil’arresto del poliziotto napoletano ma che venne a formarsi in tre decenni come rappresentazione del diabolo in terra. Ancora quest’anno si scrive delle collusioni tra mafiosi, massoni, destre e servizi deviati cui imputare gli attentati mortali al Dc Mattarella dell’80 e al giudice Borsellino del luglio ’92. Falsamente si fa di Contrada un massone, lui che apparteneva ad un ordine cattolico. Tutto il suo operato tra il ’79 e l’88 venne esaminato sotto l’ottica dell’anticomunismo che gli apparteneva, come fosse stato un reato. Sono trascorsi 31 mesi e 7 giorni di carcere militare preventivo, la condanna nel ’96 a 10annidi reclusione e 3 di libertà vigilata, l’assoluzione del ’01, la nuova condanna del ’06, quattro ricusazioni di revisione processuale nell ’11, nel ’12 e nel ’15, il rifiuto e la concessione dei domiciliari, la pena scontata nel ‘12, tre assoluzioni della Corte europea dei diritti dell’uomo del ’14 e ‘15 tra un rifiuto e l’accettazione suo malgrado dello Stato italiano, condannato peraltro per tortura.
Siamo all’oggi. Il 7 luglio ‘17 la Cassazione revoca la condanna di Contrada accogliendo la sentenza di Strasburgo. Nello stesso anno il capo della Polizia Gabrielli lo reintegra anche se la sua casa viene perquisita due volte. Ad aprile ‘20 la Corte d’Appello di Palermoaccoglie il risarcimento per ingiusta detenzione. Contrada è innocente. Ha passato inutilmente 30 anni tra galere e tribunali, tra il suicidiodi un fratello e la richiesta di eutanasia. La sentenza inchioda gli errori di tecnica giuridica compiuti e condanna le narrazioni filocomuniste, chi le ha sostenute e le sostiene, dai giudici e giornalisti di area Pd e 5stelle a Sorrentino e Favino, l’interprete di San Buscetta; tutte ormai automaticamente bollate come calunnie.
Tortora, Craxi, Andreotti, Contrada. 4 casi giudiziari sbagliati, 4 casi politici costruiti che sono serviti a distruggere il Paese. Di questi, tre assoluzioni non servono perché i colpevoli non hanno pagato né pagano e perché i fatti hanno esploso le conseguenze nei decenni. Tra altri casi paradossalmente ancora in corso pagano i contribuenti che si devono accontentare del fatto che il commendatore Contrada poteva non sapere.
Giuseppe Mele

Lascia un commento