
Un saggio di Brendan Simms e Charlie Laderman offre una visione innovativa degli eventi che seguirono l’attacco a Pearl Harbor.
Qual è stato il più grande errore di Hitler? L’attacco alla Russia o la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti? Da ottant’anni, questo è un quesito che appassiona gli storici, perché entrambe le scelte cambiarono il corso della guerra.
Quando la Gran Bretagna era rimasta sola e il pericolo d’invasione non era ancora scongiurato, l’apertura di un secondo fronte, che richiese un colossale impegno bellico, cambiò l’andamento del conflitto. Se Hitler avesse potuto disporre delle sue divisioni più efficienti per difendere la “fortezza Europa”, uno sbarco in Normandia (o altrove) sarebbe stato assai arduo.
Restava per la Germania il rischio dell’esaurimento delle risorse energetiche e alimentari e, quindi, di replicare quanto era avvenuto nella prima guerra mondiale. Eppure, nonostante tutto, Hitler avrebbe potuto ancora vincere, se con una rapida avanzata fosse riuscito a debellare le armate sovietiche, così da utilizzare il petrolio del Caucaso, il grano dell’Ucraina e le materie prime di cui la Russia era ben fornita. Inoltre, avrebbe potuto ottenere approvvigionamenti dal lavoro coatto dei popoli sottomessi, anche se, nel tempo, sarebbe stato sempre più difficile conseguire risultati apprezzabili da popolazioni oppresse e denutrite. Quindi, il rischio di ripetere l’esito della prima guerra mondiale restava, ma sarebbe stata una contesa ancora aperta.
Invece, la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d’America, subito dopo Pearl Harbor, fu un formidabile errore che rese la sconfitta inevitabile. Di solito, la si considera una conseguenza “automatica” del conflitto tra Giappone e Stati Uniti, e si ritiene che Roosevelt avesse trovato l’occasione per intervenire in Europa.
Come rilevano Brendan Simms e Charlie Laderman nel loro saggio I cinque giorni che hanno cambiato la seconda guerra mondiale (Newton Compton Editore, prima edizione: novembre 2021, traduzione di Vittorio Ambrosio), siamo portati a pensare che le resistenze americane al coinvolgimento nella guerra, che si stava combattendo in Europa e nel Pacifico, si sciolsero come neve al sole il 7 dicembre 1941.
Viceversa, con un focus sui giorni che separano l’attacco di Pearl Harbor dal coinvolgimento degli Stati Uniti anche sul fronte europeo (con l’indicazione “Germany first”), i due autori mostrano che gli effetti devastanti di Pearl Harbor portarono buona parte dell’opinione pubblica americana e degli alti gradi delle forze armate a chiedere di concentrarsi sul fronte del Pacifico.
Anche Churchill, in quei giorni, non vedeva affatto come un esito scontato l’ingresso degli americani nel conflitto – si legge nel libro citato – e il suo primo pensiero fu il rischio che il flusso di materiale bellico rallentasse o venisse addirittura interrotto. E non era una preoccupazione infondata, giacché, come viene riportato in modo dettagliato, proprio il tema dei rifornimenti fu al centro delle discussioni fra gli Alleati, con alterne vicende. Inoltre, la Gran Bretagna dovette anche adoperarsi per inviare materiali all’Unione Sovietica. Cinque giorni di agonia, in cui il destino del mondo restò appeso a un filo. Nel saggio di Simms e Laderman emergono quindi risvolti inconsueti di una fase cruciale della seconda guerra mondiale. Churchill e Stalin sapevano che con il coinvolgimento degli Stati Uniti la guerra sarebbe stata vinta, ma erano preoccupati per il futuro prossimo, specie quando i giapponesi conquistarono Singapore e minacciarono l’India.
Viceversa, Hitler e Mussolini accolsero con entusiasmo la notizia di Pearl Harbor. Conoscevano l’enorme potenziale degli americani, ma Hitler pensò subito che il flusso di rifornimenti agli Alleati sarebbe diminuito. Inoltre, restò impressionato dalla potenza militare del Giappone. Quanto a Mussolini, si compiacque della sua previsione sulla “guerra dei continenti” e si accodò ai tedeschi.
A Washington, la dichiarazione di guerra al Giappone fu votata senza esitazioni, ma Roosevelt non osò estendere il conflitto anche alla Germania e all’Italia perché gran parte dei senatori erano contrari, specie i rappresentanti degli Stati del Sud. Roosevelt dilazionò anche la richiesta di Churchill di recarsi da lui per concertare le prossime iniziative, perché temeva che l’opinione pubblica non avrebbe gradito un incontro che prefigurava un impegno bellico in Europa.
Certo, questo impegno era il desiderio del Presidente americano e, prima o poi, ci sarebbe arrivato, ma l’11 dicembre fu lo stesso Hitler, subito seguito da Mussolini, a risolvere la questione dichiarando guerra all’America.
Una mossa inopinata, che è stata variamente spiegata e che Brendan Simms e Charlie Laderman hanno esaminato in modo approfondito.
La prima ipotesi è che Hitler avesse voluto prevenire un’analoga mossa americana. Ma la risposta più plausibile è che, ritenendo ormai inevitabile lo showdown, pensasse che il momento migliore fosse proprio quello in cui gli Stati Uniti erano indeboliti dalla guerra nel Pacifico. Tanto più che, in questo modo, il Giappone avrebbe potuto demolire l’Impero britannico in Asia, e gli inglesi avrebbero dovuto fare a meno di truppe indiane, australiane e neozelandesi.
L’unica ipotesi che non ritengo possibile è che la sua folle brama di potere lo avesse portato a una sorta di cupio dissolvi. Questo, caso mai, riguarda gli ultimi due anni di guerra. Ma qui siamo nel dicembre 1941, con l’Unione Sovietica ancora in situazione precaria, la Gran Bretagna in difficoltà in Nord Africa e lo sbarco in Normandia non ancora immaginabile dai due dittatori.
La dichiarazione di guerra agli Stati Uniti non fece che precorrere quello che inevitabilmente sarebbe accaduto, ma guadagnare alcuni mesi o forse addirittura un anno avrebbe potuto rendere più difficile l’operazione Torch in Nord Africa, e anche in Russia le cose sarebbero potute andare in modo diverso.
Simms e Laderman spiegano che quella di Hitler fu una vera e propria scommessa, sostenuta da calcoli geopolitici, da valutazioni sulla forza del suo esercito, sulla potenza dell’arsenale tedesco e, soprattutto, dalla sua ossessione per gli Stati Uniti e la loro influenza globale.
Come sottolineano, “il mondo che iniziò a delinearsi il 12 dicembre 1941 non era per nulla inevitabile” neanche subito dopo l’attacco a Pearl Harbor. “In quel momento, l’Europa e l’Asia erano il teatro di conflitti devastanti, ma confinati alla massa continentale eurasiatica e alle acque oceaniche che la circondavano”.
In definitiva, cinque giorni in cui “il futuro di questi scontri disconnessi fu sigillato, e ciascuna delle maggiori potenze fu costretta a schierarsi da una parte o dall’altra. In questo breve intervallo di tempo si creò il nuovo allineamento mondiale che avrebbe cambiato in maniera drastica il corso del conflitto e la storia successiva, con implicazioni ancora visibili ai giorni nostri”.
Gabriele Parenti

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