Un film che respinge, un film sul cibo in questo periodo in cui in tutti i canali tv si parla di ricette e si fa da mangiare, un film sulla difficoltà di essere genitori, un film sulla lotta tra corpo e mente.
Avverto subito che questo è un film che “respinge”, un film che (mi capita molto di rado, ma a volte succede) desideri finisca presto e non esci dalla sala solo perché poi ne vuoi parlare con cognizione di causa. Costanzo, in concorso a Venezia 71, ambienta il suo lavoro tratto dal libro “Il bambino indaco” di Marco Franzoso a New York e, a distanza di mesi esce finalmente nelle sale, distribuito da 01.
Ed ecco l’occasione per commentare e criticare partendo dalla doppia Coppa Volpi: una certa insoddisfazione in sala stampa al momento della proclamazione. Per la prima volta il premio per l’interpretazione maschile e femminile veniva attribuito allo stesso film e passi per Alba Rohrwacher , indubbiamente brava non solo nelle parti in cui rasenta la follia (sublime ne “Il padre di Giovanna”) e all’altezza della sua fama nella parte di Mina affamata / affamante per amore nei confronti del figlio che, dal momento della nascita continuerà a definire “mio figlio” estromettendo dal suo cuore e dalla sua vita il marito tanto amato. Il disappunto è dettao dalla Coppa Volpi ad Adam Driver , un astro più o meno nascente (lo aspetta un film diretto da Scorzese), nonostante questo un vero bietolone e pensare che a Venezia c’era uno splendido Michael Keaton , artista di vero spessore, attualmente candidato all’Oscar quale miglior attore, proprio per Birdman (9 nomination) altro film in concorso a Venezia.
Emblematica la scena iniziale dalla quale si evince che il cibo, specie quello di origine animale può diventare ‘veleno’, ed è dalla prima scena che il film ti catapulta in un mondo che si dimostrerà presto claustrofobico. Costanzo ha vissuto a New York e l’ha sentita stretta, ha sofferto solitudine e isolamento. Chiara quindi la scelta della location e del piccolo appartamento di Manhattan in cui per quattro settimane si è girato, studiato, discusso, nel quale i due protagonisti avevano difficoltà a muoversi, nel quale si sviluppa l’ossessione di Mina e la claustrofobia dello spettatore.
Mina (italiana) e Jude (americano) si incontrano a New York, si innamorano perdutamente, si sposano, aspettano un figlio e fin qui si pensa di poter vedere un film di quotidiano tran tran. Mina viene perfino definita dalla suocera “un angelo”; a questo punto è doverosa un’avvertenza per tutte le donne che si lamentano delle suocere mediterranee … quelle americane le battono di gran lunga, vedere il film per credere.
Mina, vegana di ferro, in nome dell’amore per il figlio che vuol far crescere “incontaminato” , si trasforma da madre amorosa in carnefice, a dimostrare che non è detto che l’amore giustifichi tutto e che non è detto che tutte le donne diventino madri “giuste”.
Costanzo non si schiera , non giudica, gira un film sul difficile rapporto tra corpo e mente, un film di ossessioni, un film sull’amore assoluto di Mina , prima per Jude, poi per il figlio che, nella ricerca della “purezza” rischia di far morire di fame, un film che respinge perché fa male, un film che scontenterà tutti, vegani e vegetariani, ma soprattutto un film su un conflitto familiare ‘come far crescere il proprio figlio’. Entrambi i genitori sono convinti di agire per il meglio ma l’ossessione della madre rischia di distruggere il figlio che “non cresce come dovrebbe” afferma il pediatra e ci domanda come potrebbe visto che la madre lo nutre solo con avocado, semi di lino e pochi, scelti legumi.
Costanzo attraversa i generi dalla comicità al thriller, grazie all’uso pressoché continuo del grandangolo che trasforma e stravolge i corpi per rappresentare quella che è l’eterna lotta tra bene e male , in questo caso tra corpo e mente.

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