
Trump chiama il mondo a raccolta per difendere lo Stretto di Hormuz. Parla di sicurezza globale, di rotte energetiche da proteggere, di un’alleanza internazionale da mobilitare. Ma la domanda che aleggia sempre più inquietante è un’altra: perché trascinare il mondo sull’orlo di una guerra se il problema che si voleva risolvere è ancora lì, intatto? Secondo autorevoli fonti giornalistiche israeliane l’Iran possederebbe ancora circa 450 chili di uranio arricchito al 60%. Una quantità che se ulteriormente raffinata potrebbe bastare per undici bombe nucleari. Se queste informazioni fossero confermate significherebbe che settimane di bombardamenti e di escalation militare non hanno colpito il cuore del programma nucleare iraniano. E allora il bilancio politico diventa devastante. Due leader – Trump e Netanyahu – hanno scosso i mercati globali, messo a rischio l’equilibrio del Medio Oriente e destabilizzato le economie del pianeta per un risultato che rischia di essere pari a zero. Solo pochi mesi fa avevano proclamato la vittoria. A giugno, dopo pochi giorni di bombardamenti, avevano annunciato trionfalmente che il programma nucleare iraniano era stato distrutto. Oggi emergono versioni molto diverse. Forse sono stati colpiti alcuni depositi militari. Forse alcune basi. Ma il materiale nucleare non è stato trovato. Nel frattempo il Medio Oriente è precipitato in un’altra guerra feroce. A Teheran, come prima a Gaza, le immagini che arrivano raccontano soprattutto di ragazzini sotto le bombe. Le vittime innocenti – come le bambine morte nella scuola iraniana colpita nei giorni scorsi – ricordano con brutalità quale sia il prezzo umano di queste “deficienti“ strategie militari. Ma oltre all’orrore delle vittime civili resta la questione centrale: dove sono finiti i 450 chili di uranio arricchito? Per costruire un’arma nucleare serve un arricchimento vicino al 90%. Ma il 60% rappresenta già una soglia estremamente pericolosa. Se quel materiale non verrà individuato e messo in sicurezza, sarà difficile sostenere che l’operazione bellica abbia davvero raggiunto il suo obiettivo. Secondo la televisione israeliana, l’uranio sarebbe nascosto nelle profondità sotterranee dell’Iran custodito in cilindri di piombo sigillati.
Finché resterà lì parlare di vittoria militare è solo propaganda. E c’è un dettaglio che la memoria politica sembra voler cancellare. Otto anni fa fu proprio Netanyahu a convincere Trump a cancellare l’accordo internazionale sul nucleare iraniano.
All’epoca l’Iran possedeva solo pochi chilogrammi di uranio arricchito al 3%, sotto rigido controllo internazionale. Quando gli Stati Uniti uscirono dall’intesa gli iraniani avvertirono: senza accordo si sarebbero considerati liberi di riprendere gli esperimenti nucleari. Il risultato di quella scelta oggi è sotto gli occhi del mondo. Ora Netanyahu continua a spingere per l’escalation e Trump chiama i Paesi alleati a difendere lo Stretto di Hormuz. Ma mobilitare il mondo per una guerra senza avere la certezza di aver neutralizzato il pericolo nucleare significa giocare con il destino dell’umanità. Perché se quell’uranio esiste davvero, se è ancora nascosto nelle viscere dell’Iran, allora il rischio è paradossale: scatenare un conflitto globale mentre il problema nucleare resta intatto. E a quel punto la storia potrebbe tornare a bussare alla porta con i suoi fantasmi più terribili. Quando i leader parlano con leggerezza di escalation nucleare il pensiero corre inevitabilmente a Hiroshima e Nagasaki. Ottant’anni dopo il mondo non ha bisogno di nuovi apprendisti stregoni.
Angelo Santoro

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