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Hormuz: la pace che non c’è

Nel conflitto tra Stati Uniti e Iran si combattono due guerre parallele: quella militare, nello Stretto di Hormuz e dintorni, e quella di narrazioni, combattuta a colpi di dichiarazioni, smentite e indiscrezioni pilotate. Donald Trump definisce i colloqui in corso “molto buoni” e un accordo “molto probabile”. I funzionari iraniani smorzano gli entusiasmi: Teheran, al massimo, starebbe esaminando la proposta americana e valutando una risposta tramite i mediatori pakistani. Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, ha addirittura liquidato la proposta come una semplice “lista dei desideri americana” e “non una realtà”.

di Alessia De Luca | 8 Maggio 2026

Nel conflitto tra Stati Uniti e Iran si combattono due guerre parallele: quella militare, nello Stretto di Hormuz e dintorni, e quella di narrazioni, combattuta a colpi di dichiarazioni, smentite e indiscrezioni pilotate. Donald Trump definisce i colloqui in corso “molto buoni” e un accordo “molto probabile”. I funzionari iraniani smorzano gli entusiasmi: Teheran, al massimo, starebbe esaminando la proposta americana e valutando una risposta tramite i mediatori pakistani. Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, ha addirittura liquidato la proposta come una semplice “lista dei desideri americana” e “non una realtà”. Cosa succede dunque? Secondo Reuters, le parti si starebbero avvicinando a un accordo limitato e temporaneo che fermerebbe i combattimenti e rinvierebbe a una fase successiva la risoluzione delle questioni più controverse. “La nostra priorità è che annuncino la fine definitiva della guerra, dopodiché le restanti questioni potranno essere affrontate una volta ripresi i colloqui diretti”, ha detto a Reuters un alto funzionario pakistano. “Restiamo ottimisti”, ha dichiarato giovedì a Islamabad Tahir Andrabi, portavoce del ministero degli Esteri del Pakistan, “ci aspettiamo un accordo il prima possibile”.

Verso un accordo a metà?

Secondo fonti diverse, il quadro proposto si svilupperebbe in tre fasi: la fine formale della guerra, la risoluzione della crisi nello Stretto di Hormuz e l’avvio di un periodo di 30 giorni per i negoziati su un accordo più ampio. Una proposta che, tuttavia, lascerebbe irrisolte alcune richieste chiave degli Stati Uniti, ovvero che l’Iran sospenda il suo programma nucleare, o che interrompa il suo sostegno alle milizie regionali, tra cui Hezbollah. Inoltre, non si farebbe menzione delle scorte di uranio arricchito in possesso di Teheran, una delle principali preoccupazioni di Washington. In cambio, gli Stati Uniti offrirebbero l’avvio dei negoziati sul nucleare, la revoca delle sanzioni e la riapertura dello Stretto. “Penso che la maggior parte delle persone capisca che quello che stiamo facendo è giusto e finirà rapidamente”, ha detto Trump, ribadendo la promessa che il conflitto “finirà presto”. La postura del presidente resta però contraddittoria. “Se non accetteranno, ricominceremo i bombardamenti, e purtroppo saranno di un livello e di un’intensità molto maggiori rispetto a prima” ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social. La minaccia è arrivata poche ore dopo che il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva dichiarato alla Casa Bianca che l’Operazione Epic Fury, era “terminata”.

Tra indiscrezioni e propaganda?

Se da parte americana fughe in avanti e balzi all’indietro non aiutano a fare chiarezza, la versione iraniana dipinge uno scenario ancora diverso. Secondo i portavoce dei Pasdaran, alcune clausole della bozza sarebbero “inaccettabili” e i vertici di Teheran starebbero solo “valutando” l’offerta, ma hanno smentito che una tregua imminente sia all’orizzonte. In questo contesto, anche la guerra dell’informazione ha i suoi protagonisti. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf, ha attaccato direttamente il sito americano Axios e il suo giornalista Barak Ravid, autore di una serie di scoop sul conflitto con numerose fonti negli ambienti governativi statunitensi e israeliani: “Axios ha riportato che un accordo era imminente cinque volte in 19 giorni. Cinque volte, e nessun accordo si è concretizzato”. L’accusa implicita è che certe indiscrezioni vengano pilotate per orientare i mercati: nell’arco di pochi giorni, infatti, il prezzo del petrolio ha oscillato violentemente, sfiorando i 115 dollari lunedì scorso, quando Trump ha annunciato il ‘Project Freedom’, per poi calare all’annuncio di possibili progressi diplomatici. Anche i listini finanziari, allo stesso modo, sono schizzati in alto, alimentati dalla speranza di un accordo che ponga fine al conflitto e alle sue ricadute economiche.

In cerca di una via d’uscita?

Al netto della propaganda, la realtà è che né Washington né Teheran possono permettersi di continuare questa guerra a tempo indefinito. Per Trump, chiudere il conflitto prima delle elezioni di metà mandato è un imperativo politico: le conseguenze economiche dell’instabilità nel Golfo – dall’inflazione energetica alle turbolenze finanziarie – rischiano di pesare sui repubblicani nelle urne. Per l’Iran, ottenere un sollievo dalle sanzioni è una questione esistenziale: l’economia del paese è sotto pressione da anni e la guerra ha aggravato una situazione già critica. Entrambi, perciò, cercheranno di presentare un eventuale accordo come una vittoria. Ma la verità è ben diversa, soprattutto per Washington. Qualunque cosa produca la trattativa, gli Stati Uniti non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi che si erano prefissati all’inizio del conflitto. Il cambio di regime a Teheran non si è concretizzato – anzi, la guerra ha rafforzato i vertici militari più intransigenti. Sul nucleare, nella migliore delle ipotesi Trump otterrà qualcosa di simile all’accordo del 2015 che lui stesso aveva stracciato. Inoltre, anche un ritorno allo status quo pre-guerra sullo Stretto di Hormuz lascerebbe intatta la capacità iraniana di minacciare i traffici marittimi. E intanto, i rapporti con gli alleati arabi – Arabia Saudita ed Emirati, oggi ai ferri corti – andranno faticosamente rinegoziati. Ma il fallimento più profondo è quello reputazionale. Cosa resta di quell’immagine di onnipotenza americana che Trump ha cercato di costruire dal suo ritorno alla Casa Bianca? L’Iran ha dimostrato che una guerra asimmetrica può ribaltare la legge del più forte, trasformando una ‘vittoria sicura’ in uno stallo da cui ora nessuno sa come uscire a testa alta.

Il commento

Di Gianluca Pastori, ISPI Senior Associate Research Fellow

“Visto quanto accaduto nelle scorse settimane, è difficile dire se l’accordo fra Stati Uniti e Iran di cui si parla in queste ore si potrà concretizzare. Comunque, dietro la retorica muscolare e i toni trionfalistici, è ormai evidente la volontà della Casa Bianca di chiudere in fretta un conflitto che è sempre più fonte di imbarazzo. Entrata in guerra con la speranza di una vittoria rapida, l’amministrazione ha assistito al crollo del proprio consenso interno, allo spaccarsi dell’elettorato, alla presa di distanza di pressoché tutti gli alleati e all’aprirsi di una crisi con la Santa Sede che ha pochi – se non nessun – precedente storico. È quindi comprensibile che la priorità, ora, sia voltare pagina. Tuttavia, al di là dei risultati che Washington riuscirà a portare a casa, fare dimenticare l’episodio sarà difficile. Ancora una volta, l’America ‘tornata grande’ è apparsa senza guida né progetto, in un teatro da sempre centrale per i suoi interessi e in una fase storica in cui il suo ruolo è sempre più messo in discussione da amici e competitor”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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