Nel 1968 il Whitney Museum di New York ereditava dalla moglie di Edward Hopper, morto appena un anno prima, una fortuna: oltre 3.000 opere (tra dipinti, disegni e incisioni) del maestro americano. Il quale aveva trasferito un po’ del proprio carattere schivo e riservato nel silenzio, negli spazi e nella solitudine che essudano dalle sue tele. Si è detto di lui: artista isolato, poiché legato ad un’arte realista, certamente “relittuale” (Luca Beatrice) nel Novecento, che è stato il secolo delle avanguardie e delle grandi, spesso violente o ‘vocianti’ innovazioni, anche in campo artistico.
Mi attrae delle opere di Hopper, anzitutto, lo stile minimalista, essenziale, con cui ha reso immagini e soggetti tratti dalla vita quotidiana. Malgrado il realismo di partenza, un’atmosfera metafisica invariabilmente li pervade, al punto che quelle stesse cose quotidiane – come ha scritto Elena Pontiggia – “non sono più strumenti ovvi, ma segni misteriosi”. E ancor più mi avvincono quelle figure umane – come sospese tra sé stesse – chiuse in un isolamento, in un fermo-immagine che disvela la vocazione di fondo dell’artista: per una visione superiore, interessata a ciò che non muta, al noumeno, alla sostanza; piuttosto che alla introspezione, alla ricerca psicologica o, peggio, allo psicologismo.
Fino al prossimo 24 luglio il Palazzo Fava o delle Esposizioni di Bologna ospita una selezione di opere prestate dal museo newyorchese, un ensemble articolato in sei sezioni diacroniche, per diffondere la conoscenza di questo artista ancora troppo ignorato, che ha solcato con impronta personalissima il proscenio dell’arte moderna. Qualcuno ha definito il suo modo di guardare la realtà “freddo ed essenziale, immediato e privo di giudizio” (ancora Luca Beatrice, nel catalogo della mostra). Rifletto su questo ritrarsi, non solo nella vita ma in un certo senso anche dalla tela, ovvero quel rapportarvisi egli stesso da spettatore, come ad un sublime escamotage per attivare un passo, un’emozione di più in chi si accosti alla sua opera: “entrare troppo nello specifico non avrebbe permesso allo spettatore di ricorrere alla propria memoria e soggettività per interpretare quel che vedeva nei quadri” – come spiega Carter E. Foster, sempre nel catalogo.
Edward Hopper è stato anche un grande disegnatore, i suoi disegni raccontano l’infinito lavoro che egli compiva per raggiungere un certo risultato. “Hopper partiva – scrive Foster – dal particolare per arrivare al generale: i dettagli di un luogo (…) diventavano spunto per evocarlo senza rappresentarlo”.
Si vada dunque, si vada insomma alla mostra felsinea, a celebrare il post-impressionismo solidificato, il senso di apparente, volumetrica certezza, la discrezione di quest’arte, smisurata tanto da nascondere ogni possibile, ogni visibile traccia di autocompiacimento. Proprio in questo – mi pare – l’arte di Hopper ha più che da dire, semmai da insegnare, a ciascuno di noi, l’uomo che fa silenzio intorno a sé per dare voce alle cose, alla loro insondabile essenza: cifra esattamente opposta allo show, al circo Barnum cui consentiamo di assediare l’esistenza con il soverchiante baccano di ciò che non ha peso.



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