
C’è qualcosa di profondamente ironico nel modo in cui una parte della sinistra europea sta reagendo agli scandali che stanno travolgendo il governo di Pedro Sánchez. Più emergono intercettazioni, accuse di corruzione, traffico di influenze e gestione opaca del potere, più cresce la tentazione di rifugiarsi nella teoria del complotto.
Non sarebbe la corruzione il problema. Non sarebbero gli affari poco limpidi di dirigenti socialisti, le inchieste della magistratura o le ombre che coinvolgono uomini vicini al premier. No. Il vero problema, secondo questa narrazione, sarebbe una gigantesca cospirazione internazionale: magistrati conservatori, servizi segreti deviati, opposizioni reazionarie, giornali ostili, poteri economici e forse, perché no, qualche oscuro regista straniero.
In altre parole, quando la realtà diventa scomoda, la spiegazione deve diventare fantastica.
Pedro Sánchez ha costruito la propria immagine pubblica come quella dell’“hombre vertical”, il leader capace di resistere alle pressioni, di difendere la democrazia contro i populismi e di guidare la Spagna verso un futuro più moderno e progressista. Una figura quasi presidenziale, presentata come baluardo morale contro gli eccessi della destra.
Eppure la politica ha una regola semplice: la credibilità non dipende dalle dichiarazioni, ma dai comportamenti.
Negli ultimi anni il governo socialista è stato investito da una serie di scandali che hanno riguardato figure centrali del partito e dell’esecutivo. Dalle vicende legate agli appalti pubblici durante la pandemia alle accuse che hanno coinvolto collaboratori e dirigenti del PSOE, fino alle polemiche che hanno interessato il contesto familiare e politico del premier, il problema non è l’esistenza di un singolo episodio. Il problema è la loro accumulazione.
Quando i casi diventano numerosi, la teoria del complotto smette di essere una spiegazione e diventa una fuga dalla realtà.
È curioso osservare come gli stessi ambienti politici che per anni hanno denunciato ogni sospetto di corruzione nei confronti degli avversari come prova definitiva di indegnità morale oggi chiedano prudenza, garantismo e contestualizzazione. Principi sacrosanti, naturalmente. Ma che dovrebbero valere sempre, non soltanto quando gli indagati siedono dalla parte giusta dell’emiciclo.
La tentazione di attribuire ogni difficoltà a una macchinazione esterna rivela inoltre una certa concezione del potere. Se il leader è per definizione virtuoso, allora ogni critica deve necessariamente essere il prodotto di un attacco organizzato. Se il governo rappresenta il Bene, chi lo contesta non può agire per ragioni legittime ma soltanto per interessi occulti.
È un meccanismo mentale che abbiamo già visto molte volte. Lo utilizzano i populisti quando denunciano le élite. Lo utilizzano gli autoritari quando accusano i media indipendenti. Lo utilizzano i governi in difficoltà quando non riescono più a spiegare gli scandali che li circondano.
La storia insegna che la corruzione non ha colore politico. Colpisce governi conservatori e progressisti, liberali e socialdemocratici. Pensare che un partito sia immune per natura significa rinunciare all’analisi e sostituirla con la fede.
Per questo parlare di complotto internazionale per spiegare le difficoltà di Pedro Sánchez appare non soltanto poco convincente, ma persino ridicolo. Le cospirazioni globali sono sempre rassicuranti: trasformano errori, responsabilità e comportamenti individuali in una narrazione epica di assedio e resistenza.
Peccato che la realtà sia quasi sempre molto più banale.
Gli scandali politici nascono normalmente da uomini che gestiscono male il potere, da reti di relazioni opache, da controlli insufficienti e da un eccesso di fiducia nell’impunità. Non servono servizi segreti stranieri, oscure centrali finanziarie o congiure internazionali.
Bastano gli esseri umani.
E forse è proprio questo il problema più serio per Sánchez: dopo anni trascorsi a presentarsi come l’uomo verticale della politica spagnola, si trova oggi a fare i conti con una corruzione che appare sempre più orizzontale, diffusa e sistemica.
Una condizione che nessuna teoria del complotto può cancellare.
Luca Rampazzo

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