L’Italia perse la Guerra dei Trent’Anni (1914-.1945)
“Hic et nunc”. Qui e ora. La crisi di governo è surreale come una novella di Pirandello. Pulsioni represse o troppo urlate talvolta suscitano gesti estremi. Ne rimane esempio l’auto-evirazione del teologo Origene di Alessandria (185-254 d. Cr.). Oppure precipitano nel ridicolo, come insegna “La Giara” di Luigi Pirandello: duello tra il facoltoso don Lolò Zirafa e il conciabrocche Zi’ Dima Licasi, finito nello scorno del “proprietario” e lo spasso degli abbacchiatori di olive. Il balzo dalla razionalità all’assurdo nasce dal travisamento della realtà, dalla contrapposizione tra i “fatti” e la loro “narrazione”. È quanto da troppo tempo accade in Italia, un Paese uscito sconfitto e umiliato nella Guerra dei Trent’anni del secolo scorso (1914-1945).
Le tre Italie e il mito del “sorpasso”
Letteratura a parte, esistono tre Italie: quella legale, la reale e l’immaginaria, frutto di manipolazioni deformanti. In tempi procellosi, quali i presenti, l’unica vera rimane quella legale, fondata sulla Costituzione e sulle norme che direttamente ne discendono o che, pur essendo antecedenti, non vennero abrogate. Vi è poi l’Italia reale, che si esprime attraverso le consultazioni elettorali e il plebiscito quotidiano di fiducia nelle istituzioni, certificato dal fatto che, sotto il profilo dell’ordine pubblico e della coesistenza tra cittadini, tuttora il Paese è tra i più quieti d’Europa. Non ha nessuna Catalogna (e non ne sente alcun bisogno). Tra culto dei santi e salutismo pagano non ha conflitti di religione, né linguistici, né razziali. È un’Italia che tira a campare. Alle elezioni politiche del febbraio 2013, che registrarono l’alba del Movimento 5 Stelle, votò il 75% degli aventi diritto. In quelle del marzo 2018 i votanti scesero, ma di poco: 73%. I Grillini schizzarono al settimo cielo. La Lega avanzò, ma senza esagerare. Il resto è noto. Alle elezioni degli eurodeputati, il 26 maggio 2019, in molte circoscrizioni la Lega svettò, il M5S fletté, come anche il PD e Forza Italia. Ma in quell’occasione alle urne andò appena il 54,5% degli aventi diritto. L’esito non rappresentò il paese reale. Votò il 58% nel Nord-Ovest, il 67,30% nel Nord-Est, il 53% al Centro, il 52% al Sud e appena il 37% nelle isole. Il partito più votato fu quello radicato nell’Italia settentrionale. Avanzò anche altrove. Ma la sua vittoria straripante è nella narrazione molto più che nei fatti. Lo stesso vale per le repliche alle elezioni di consigli regionali, caratterizzate da modesta affluenza alle urne e con esiti complessivi che non motivano affatto l’urgenza di nuove elezioni politiche. Al contrario, il Paese ha bisogno di raccoglimento, di una pausa di riflessione, di tornare dall’esasperazione dei toni al confronto razionale, basato sulla consapevolezza dei propri “confini” (che sono anche i suoi “limiti”).
Poiché qualche cosa la Storia insegna, va ricordato che il 17 giugno 1984, nelle elezioni degli europarlamentari, si registrò l’agognato “sorpasso” della Democrazia cristiana da parte del Partito comunista italiano: 33,3% contro 33% (27 deputati contro 26). Un cataclisma? Quel successo nacque dall’emozione per la morte improvvisa di Enrico Berlinguer. Alle amministrative dell’anno seguente la DC ottenne il 36%; il Pci si fermò al 30,2%. Il collasso venne sette anni dopo, per l’intreccio “tangentopoli/mani pulite”: tutta un’altra storia, dopo il crollo dell’URSS, la caduta del muro di Berlino e tanto altro che non va dimenticato quando si scrive non di fantasie ma di Storia.
Un pastrocchio di mezza estate e le sue conseguenze…
Innescato da Matteo Salvini in totale solitudine (a quanto dicono suoi stessi autorevoli fiduciari, a cominciare dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti) il pastrocchio poteva/dovrebbe essere risolto illico et immediate nell’unico modo concludente: le dimissioni del ministro dell’Interno e dell’intera delegazione della Lega al governo, via maestra per determinare la caduta dell’a lui improvvisamente inviso presidente del Consiglio. Un “sacrificio” alla Origene, completo di scatoloni di carte dei ministri dimissionari e del loro immenso seguito, da asportare con serafica leggerezza in nome della coerenza. In assenza, per ora, dei passi che è legittimo attendersi da chi pretende le dimissioni altrui senza dare le proprie, questa crisi ferragostana ha sinora avuto molti contraccolpi verosimilmente non previsti da chi l’ha voluta senza per ora fornirne spiegazioni convincenti.
In primo luogo essa ha fatto emergere in primissimo piano Giuseppe Conte. Spacciato per mesi come “uomo senza qualità”, il presidente del Consiglio di ministri è balzato al centro della scena sia per la posizione istituzionale, sia perché sta sfoggiando il retroterra culturale e professionale di un ceto, gli “avvocati”, che nella storia d’Italia ha veduto innumerevoli uomini di legge ergersi a politici di rango senza bisogno di defatiganti tirocini partitici o di lungo esercizio di cariche elettive. Gli uomini del foro sono come i sacerdoti. Se questi conoscono le tentazioni del mondo soprattutto dalle confessioni dei loro fedeli, gli avvocati le apprendono attraverso i loro clienti: un osservatorio privilegiato. Di lì il dominio della logica e il linguaggio tagliente che hanno subito improntato le tempestive repliche di Conte a chi ne chiese le dimissioni tacciando il governo di accidiosa inconcludenza, quasi non ne avesse fatto parte sin dalla stipula del famigerato “contratto per il cambiamento” (completo, va ricordato, di pretese anticostituzionali, quali il divieto ai membri di questo o quell’Ordine di far parte del governo nazionale).
Salvini è riuscito inoltre a compiere il prodigio sino a pochi giorni prima inimmaginabile: spingere l’alleato di governo e tutti i partiti di opposizione a coalizzarsi nel bocciarne la perentoria richiesta di immediata calendarizzazione delle comunicazioni del presidente del Consiglio, della eventuale “sfiducia”, del subitaneo scioglimento delle Camere e dell’indizione di nuove elezioni. Per la nota regola in forza della quale quando si è improvvisamente assaliti si accetta volentieri l’aiuto di un nemico temporaneamente meno pericoloso, i Cinque Stelle sono stati costretti a sommarsi agli oppositori del colpo di mano: che non significa né allearsi, né fondersi, né, meno ancora, dar vita a una coalizione di ampiezza e di durata imprevedibile. Il futuro è tutto da scrivere.
Per uscire dall’angolo nel quale si è cacciato da sé, Salvini ha tentato due carte che ne hanno ulteriormente accentuato l’isolamento, sia sul piano istituzionale, sia nei rapporti con il principale alleato storico, cioè Forza Italia, un “partito”essenzialmente “centrista” o, se si preferisce per chiarezza, con il suo presidente, Silvio Berlusconi. Al riguardo va ricordato che l’attuale “partito” Fratelli d’Italia è il punto di arrivo delle reiterate convulsioni di una estrema destra, che non ha mai chiarito sino in fondo la propria genesi né il proprio iter. ria. Per motivi che non è possibile ripercorrere analiticamente in questa sede, la “Destra” a lungo fece da contenitore di persone e di storie non solo diverse ma reciprocamente contrastanti, quali i monarchici e gli eredi del mussolinismo, cosa ben diversa dal regime fascista nato tra il 1923 e il 1929 dalla fusione fra la destra liberale (alimentata dai nazionalisti) e il partito fascista, ideologicamente caleidoscopico e cangiante (reazionario, sinistrorso, mangiapreti e corrivo a firmare il Concordato con la Santa Sede, élitario e corporativo: tutto e il contrario di tutto). Ne scrive Marco Mensi in “Destra d’Italia. Una breve storia da Cavour a Mussolini” (Ed. Erga).
Forza Italia: una storia liberale
Al presidente Berlusconi il “Capitano” Salvini ha prospettato di formare un “cartello”, benevolmente disposto a ospitare un certo numero di candidati sotto il suo spadone. Non ci voleva molto a capire che questi avrebbero fatto la fine di quanti, senza essere iscritti al PNF, nell’aprile del 1924 si candidarono nella Lista nazionale allestita da Mussolini. Finirono intruppati e fagocitati, ghettizzati e scaricati alla prima occasione, cioè quando nel 1929 si passò dalla Camera elettiva a quella preconfezionata dal Gran Consiglio del Fascismo, deputato a stilare l’elenco dei 400 candidati, da approvare in blocco. Di formazione intrinsecamente liberale, il presidente Berlusconi non ha certo scordato la lezione del 1924. Dei 374 deputati espressi dal listone gli iscritti al PNF erano solo 227. Molti degli eletti erano e rimasero contrari a indossare la camicia nera: bastino i nomi di Enrico De Nicola e di Vittorio Emanuele Orlando. Ma in capo a un paio d’anni ai più non rimase alternativa: piegarsi o essere emarginati. Lo aveva intuito l’ottantaduenne Giovanni Giolitti, che nel 1924 presentò in tre circoscrizioni elettorali la lista liberale affinché (disse il 16 marzo 1924 nel suo ultimo discorso elettorale) non scomparisse “perfino il nome del partito di Cavour, di d’Azeglio, di Rattazzi, di Lanza, di Sella e di centinaia di altri patrioti”. Non bisognava rinnegare “le più pure nostre glorie a beneficio dei due partiti (socialcomunisti e clericali capitanati da don Sturzo) che avevano reso impossibile la normale funzione del Parlamento”. Forza Italia ha una lunga storia di partito centrista ed è corposamente presente nel gruppo dei Popolari al Parlamento Europeo, ove ha avuto un peso determinante nell’elezione della Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in vista di partite di valenza intercontinentale. Sic stantibus rebus, se declinano la Germania e la Francia, l’Italia va a rotoli, prima durante e dopo l’ormai incombente crisi finanziaria mondiale che rischia di travolgere non solo l’Esecutivo ma la vita quotidiana e il valore dei beni mobili e immobili degli italiani. Non per caso tornano a schioccare le ali dell’ uccello del malaugurio: la “Patrimoniale…”.
A scanso di equivoci, il 1922-1929 (e specie il 1924) non è qui evocato per appiccicare fatue e anacronistiche etichette a personaggi politici odierni ma per evidenziare l’errore lessicale di chi ha incautamente agitato la richiesta di “pieni poteri” tramite una investitura plebiscitaria, estranea alla storia parlamentare d’Italia dal 1848 a oggi, con la sola e niente affatto rimpianta parentesi degli anni 1929-1943.
Il mito del “costo della politica”
Percepito di essere alle corde per l’intempestiva pretesa di sfiduciare Conte, Salvini ha rilanciato proponendo di approvare in quarta lettura la riduzione dei componenti della Camera e del Senato, quale premessa per dimissioni del governo e indizione immediata di nuove elezioni generali. La potatura del numero dei parlamentari è un vecchio e stantio leitmotiv dell’antipolitica. Ha accomunato nei decenni partiti e movimenti del tutto diversi. La Sinistra (mai dimenticare!) originariamente era per l’abolizione del Senato, considerato fortilizio dei reazionari anche quando nel 1948 passò dalla nomina regia e vitalizia all’elettività. Proprio per il centinaio di “senatori di diritto”, in massima parte non democristiani, aggiunti a quelli appena eletti, De Gasperi fu costretto a varare il governo di coalizione centrista che scongiurò la clericalizzazione dell’Italia. Così come è (del tutto diverso dal papocchio proposto dalla “riforma” Renzi-Boschi) il Senato ha reso e può rendere grandi servigi alla democrazia parlamentare: soprattutto se continuerà ad avere un corpo elettorale diverso (cioè più anziano) rispetto a quello della Camera dei deputati e uno stile austero, diverso da quello esibito lo scorso 12 agosto. Il monocameralismo è sempre stato (e rimane) cavallo di battaglia dei giacobini e dei leninisti, perché spiana la strada all’eliminazione dei residui oppositori (anche fisica, all’occorrenza: espulsione dall’Aula, dichiarazione di decadenza, ecc.). E’ predicato dalla chiacchiera sul “costo della politica” condivisa da tutti i neo-qualunquisti. Essa sposta l’attenzione dal vero nodo della democrazia parlamentare: non il numero dei rappresentanti ma la loro preparazione culturale e, specificamente, i prerequisiti per l’esercizio della rappresentanza politica, la più alta delle responsabilità, delle “arti”, delle “professioni”, come (secondo il suo discepolo Platone) insegnava il filosofo ateniese Socrate, sino a quando, esasperati del richiamo alla serietà e inclini al malgoverno, i suoi concittadini lo fecero condannare a morte dall’Areopago.
Il Paese Italia è perfettamente in grado di accollarsi il costo del Parlamento. Ha ben altri sperperi da eliminare! Non è invece in condizione di sopportare l’inerzia del governo nazionale, di Regioni spendaccione e di amministrazioni comunali che hanno condotto al fallimento gli enti affidati alle loro cure.
Forme e sostanza degli Stati…
Dinnanzi all’incombente crisi dell’esecutivo attuale non è per nulla retorico riflettere sul “porro unum necessarium” di qualunque altro dovesse subentrargli. Lo Stato è chiuso nella tenaglia dell’enorme e crescente indebitamento pubblico, della stagnazione del prodotto interno lordo e del declino della sua creatività, anche e soprattutto per lo sfascio della scuola e della ricerca scientifica che ancora ricorre allo sfruttamento delle capacità e della dedizione. Anche altri Paesi dell’Unione Europea vivono difficoltà, ma hanno fondamentali economici (sistema produttivo e fiscalità) di gran lunga più efficienti e un assetto dei poteri istituzionali così stabile da assorbire i contraccolpi della labilità del regime rappresentativo. Vale per gli Stati monarchici (da Gran Bretagna, Spagna, Benelux, Paesi scandinavi…) come per la repubblica presidenziale francese e per quella federale germanica.
La cornice e il capolavoro
Qualunque capolavoro politico voglia compiere un futuro governo va ricordato che da secoli per il Paese Italia è la cornice a decidere il quadro e non viceversa. Falliti i propositi di dar corpo a monumenti imperituri, Leonardo da Vinci dedicò gli ultimi anni a rivisitare “la Gioconda”. Quello era l’unico “spazio” rimasto a disposizione del suo genio, in un castello lontano dalla sua terra d’origine. All’altro gigante dell’epoca, Michelangelo Buonarroti, papa Giulio II affidò la decorazione della Sistina. Egli affrontò la sfida e la superò, ma non poté ampliare di un metro le dimensioni della Cappella. Così è e sarà per qualunque Esecutivo. Come nel mensile “Storia in Rete” ha ricordato lo storico Nico Perrone, specialista dei legami italo-americani, l’Italia è vincolata in aeternum alla Nato per quanto riguarda il suo assetto difensivo (e quindi militare, dell’industria strategica e pertanto nell’informatica…). I “giri di valzer” che si era permessa con la Francia a inizio Novecento vennero guardati con indulgenza dal Cancelliere germanico von Bulow perché Vittorio Emanuele III era sovrano di uno Stato con ampi margini di indipendenza e di possibili iniziative (lo si vide con la dichiarazione di guerra all’impero turco per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica, intrapresa senza l’avallo preventivo né degli alleati né degli avversari/concorrenti). Ora non può fare altrettanto. Lo stesso vale per i suoi rapporti con l’Unione Europea, che non è una combriccola di burocrati antipatici ma una somma di vincoli ineludibili se non a prezzo di sanzioni durissime.
Vagheggiare l’uscita dall’euro e l’invenzione di forme neppur tanto occulte di aumento del debito pubblico (per esempio con i risibili mini-bot) vuol solo dire perdere ulteriormente di credibilità internazionale, scoraggiare qualunque investimento dall’estero, far fuggire i pochi capitali ancora disponibili e seminare panico e sfiducia in quanti si sentono intrappolati dalle loro proprietà immobiliari, vessate dalla tassazione esorbitante, unicamente destinata a fronteggiare la spesa corrente, senza alcun beneficio per la famosa “crescita”.
Sarà un bene o sarà un male la somma dei vincoli che oggi fa da cornice al Paese Italia e recide i garretti di qualunque velleità sovranistica? Sarà giustizia o misericordia, per dirla con padre Cristoforo? Agli occhi della Storia essa risulterà un beneficio, come le regole elementari di comportamento insegnate a bambini poco inclini alla disciplina. Capiranno nel tempo che la vita è fatta di diritti come anche di doveri, di gioco e di serietà.
L’Italia immaginaria deve lasciare spazio a quella reale e alla legale: la Costituzione e tutte le convenzioni internazionali sottoscritte dal 1948 a ieri. Se l’Italia contò e ancora conta, è proprio grazie alla riduzione della sovranità nazionale cui, sconfitta nella Guerra dei Trent’anni, essa acconsentì nell’art. 11 della Carta fondamentale. Pretendere di ignorarla e di “fare da sé” è solo ingenua velleità di dimenticare la propria storia, la realtà fattuale. Poca cosa per un principato ricco e operoso, pessima per un Paese dall’economia stagnante in un mondo in recessione.
I prossimi giorni saranno decisivi e peseranno per molti e molti anni, come ha ripetutamente ricordato Silvio Berlusconi e fa intendere il Presidente Sergio Mattarella.
Aldo A. Mola

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