Dolore dell’abbandono, Incomunicabilità, mondo virtuale visto come surrogato del reale. Una commedia amara su una realtà quanto mai attuale.

L’altra metà del cielo è di difficile comprensione come per Theodor è ancora più difficile riprendersi dalla perdita dell’amore della sua vita.
Lui è quasi sempre in scena, scrive lettere d’amore per gli altri che non sanno o non hanno tempo (in un mondo dominato dalla tecnologia scrive a mano), non lega con i compagni di lavoro che lo ammirano, cerca di superare la solitudine con un sistema operativo particolarmente evoluto che sceglie per se stessa (Theodor ha chiesto una voce femminile) il nome Samantha. Una segretaria perfetta, gli organizza l’agenda, ricorda gli appuntamenti, lo aiuta, lo fa ridere, lo conforta, parla con lui nelle notti insonni. Samantha ovviamente non ha corpo è una Voce che ha tutte le sfumature della seduzione e della passione che sa trasmettere Scarlett Johansson. Quando Lei parla lo spettatore si sente accarezzato da un morbido velluto e così si deve sentire anche Theodor (Joaquin Phoenix che spesso ha lo sguardo sornione e allo stesso tempo preoccupato/preoccupante del miglior Jack Nicholson (da “Qualcuno volò sul nido del cuculo” a “Qualcosa è cambiato”).
E’ inutile dire che fra i due preferisco il buon vecchio Nicholson.
Il film è quindi una commedia amara , un’indagine sulle possibilità del virtuale, ambientata in scenari ultramoderni spaziando da Los Angeles a Shangai ed è proprio nelle architetture stranianti delle periferie che si snoda e si perde una strana storia d’amore che si basa sull’evoluzione più o meno subdola del virtuale e sulla contemporanea ‘involuzione’ dell’uomo.
Fa pensare e fa un po’ paura la scena all’uscita della metropolitana. Tutti parlano, sorridono, rispondono al proprio sistema operativo, soli, fuori dalla realtà, sempre più sprofondati nel virtuale che si portano dietro, nel taschino della camicia, nella tasca del giaccone. Ognuno solo con se stesso “sul cuore della terra…ed è subito sera” avrebbe detto Quasimodo ma anche il virtuale, all’inizio surrogato della realtà, ha i suoi problemi, le sue svolte, le sue conclusioni a sorpresa.
Bravissima la Johansson, coraggiosa, curiosa e intelligente, supera brillantemente la prova d’attrice che non si vede mai ma domina la scena usando al meglio la sua voce, riuscendo anche a suscitare quell’empatia che Joaquin Phoenix invece non riesce mai a far emergere.
Negli scambi con l’amica di sempre Amy (Amy Adams) che si ostina ad organizzare per lui “incontri al buio” con donne bellissime, tutti destinati al fallimento, la domanda ricorrente è ”cosa è la realtà e quali sono le vere emozioni?” e la risposta è ”Se pensi che quello che provi è reale, allora che problema ti poni?”
Un film sull’incomunicabilità, sul dolore dell’abbandono, sulla paura del condizionamento, con un attore difficile da incontrare, da intervistare, da capire che alla fine riesce ad allontanarsi/farsi allontanare anche dal suo sistema operativo.

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