
La sinistra occidentale sta lentamente prendendo le distanze dal woke. Non perché abbia improvvisamente riscoperto il buon senso, ma perché si è accorta che quella stagione non porta più voti, consenso o prestigio. Le aziende ridimensionano i programmi ideologici sulla diversità, i grandi giornali rivalutano la libertà di espressione, perfino alcuni progressisti ammettono che forse dividere l’umanità in oppressori e oppressi non è stata un’idea particolarmente brillante. Tutto questo, però, avviene senza una vera autocritica. Chi fino a ieri pretendeva di stabilire quali parole si potessero usare, quali statue dovessero essere abbattute e quali opinioni meritassero la pubblica condanna oggi cerca semplicemente di cambiare argomento.
È una dinamica che, con tutte le inevitabili differenze storiche, ricorda quella della Rivoluzione francese. Anche allora un movimento nato proclamando libertà, uguaglianza e fraternità finì progressivamente nelle mani di chi riteneva di possedere l’unica verità moralmente accettabile. Chi dissentiva non era un avversario politico, ma un nemico della rivoluzione. E contro i nemici non serviva discutere: bisognava epurare, denunciare e, nel caso del Terrore, eliminare fisicamente. Il woke non ha costruito ghigliottine nelle piazze, naturalmente, ma ha riprodotto quella medesima struttura mentale: la purezza ideologica, il sospetto permanente, la colpa per appartenenza e la convinzione che la libertà possa essere sacrificata in nome di un bene superiore deciso da una minoranza illuminata.
Come nella Francia rivoluzionaria, la macchina ha finito per divorare anche i propri protagonisti. Nessuno era mai abbastanza puro. Una parola sbagliata, un’opinione espressa dieci anni prima, una battuta estratta dal contesto o persino un silenzio giudicato ambiguo potevano trasformare un militante in un imputato. Università, redazioni, partiti e grandi imprese hanno accettato questo tribunale permanente, spesso per convenienza e talvolta per paura. La cultura della cancellazione è diventata così il surrogato contemporaneo del Comitato di salute pubblica: non mandava al patibolo, ma poteva distruggere reputazioni, carriere e libertà professionali.
Il problema è che, quando l’ideologia si consuma, non lascia automaticamente spazio alla ragione. Dopo il Terrore non arrivò una stabile democrazia liberale. Arrivarono la reazione termidoriana, il Direttorio, l’instabilità, la corruzione e infine Napoleone. Una società stremata dal fanatismo, dal disordine e dall’incapacità delle istituzioni finì per preferire l’autorità alla confusione. Bonaparte non nacque nonostante la Rivoluzione, ma anche dalle sue macerie. Fu la risposta di un Paese che, dopo anni di proclami e purghe, chiedeva soprattutto ordine, sicurezza e governo.
Questo è il punto che la sinistra continua a non comprendere. Se per anni si delegittima ogni limite, si trasforma la storia nazionale in una sequenza di crimini, si considera la famiglia un residuo patriarcale, si riduce il merito a privilegio e si descrive la sicurezza come una fissazione reazionaria, prima o poi la società reagisce. E quando reagisce non sceglie necessariamente una raffinata sintesi liberale. Può scegliere chi promette di chiudere definitivamente la stagione del caos, anche a costo di restringere quegli spazi di libertà che gli stessi progressisti avevano già contribuito a svuotare.
La sinistra pensa di poter archiviare il woke come si ritira dal mercato un prodotto che non vende più. Non funziona così. Restano le istituzioni indebolite, il linguaggio pubblico avvelenato, la sfiducia, il rancore e una generazione educata a considerare l’avversario non come qualcuno da convincere, ma come un colpevole da silenziare. Restano soprattutto milioni di cittadini ai quali è stato spiegato che i loro problemi erano meno importanti di una guerra culturale incomprensibile e che ogni obiezione rappresentava una forma di odio.
Napoleone arrivò quando la rivoluzione non riusciva più a governare ciò che aveva messo in movimento. La sinistra dovrebbe ricordarlo prima di festeggiare la propria tardiva conversione al buon senso. Perché dopo avere imposto il conformismo, demolito le regole condivise e alimentato il disordine, non basta cambiare vocabolario. Se la libertà viene sacrificata troppo a lungo sull’altare della purezza ideologica, alla fine qualcuno prometterà di ristabilire l’ordine. E potrebbe farlo senza avere alcuna intenzione di restituire la libertà.
Luca Rampazzo

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