
Dover iniziare l’articolo ripetendo ancora una volta che l’Ucraina è il Paese aggredito e la Russia l’aggressore mi fa sentire stupido, perché non può diventare la preghiera della sera da recitare ogni volta per convincerci che sia così. Lo è, punto. Così come è stato giusto aiutare con tutti i mezzi possibili gli ucraini. Ma questo cosa c’entra con la corruzione che coinvolge esponenti del governo, alcuni dei quali vengono continuamente sostituiti perché accusati o sospettati di essere coinvolti in vicende di corruzione? Noi europei, poveretti, stiamo raschiando il barile del nostro benessere, mentre l’Europa destina a Kiev miliardi di euro come fossero manna dal cielo. E qualcuno, nel frattempo, ci fa la cresta? Sì, ogni tanto leggiamo che Zelensky allontana dall’esecutivo persone finite nei guai per vicende di corruzione, ma nessuno ci dice davvero che fine abbiano fatto quei soldi, quali siano state le responsabilità e, soprattutto, se questi soggetti abbiano effettivamente pagato un prezzo per i loro reati. Accennare alla necessità di chiedere conto delle armi e degli aiuti forniti è diventato quasi come bestemmiare in chiesa. Giammai. Perché? Perché questa ostinazione a impoverirci per aiutare chi combatte contro un’aggressione dovrebbe impedirci anche di pretendere trasparenza? Il punto non è stabilire se l’Ucraina meriti o meno di essere aiutata. Il punto è chiedersi se aiutare significhi automaticamente rinunciare a controllare come vengono utilizzati i nostri soldi. Sono due questioni completamente diverse. Si può stare dalla parte dell’Ucraina e, contemporaneamente, pretendere che ogni euro europeo venga tracciato, rendicontato e utilizzato per lo scopo per cui è stato stanziato. Anzi, proprio perché l’aiuto è enorme e viene finanziato anche dai contribuenti europei, il controllo dovrebbe essere ancora più rigoroso. Possibile che porre queste domande venga interpretato come un cedimento alla propaganda russa? Possibile che tra il “lasciamo che vinca Putin” e il “mandiamo tutto ciò che serve a Kiev” non esista una terza posizione, quella di chi sostiene l’Ucraina ma pretende anche serietà, controlli e responsabilità? Perché quando si parla di miliardi di euro non basta la fiducia. Servono documenti, verifiche, controlli indipendenti e, soprattutto, risposte comprensibili ai cittadini. Non possiamo essere chiamati a stringere la cinghia, ad accettare sacrifici e rinunce e, nello stesso tempo, sentirci dire che sulle destinazioni degli aiuti è meglio non fare troppe domande. E non è nemmeno una questione di sfiducia nei confronti degli ucraini. È una questione di principio. La corruzione non diventa meno grave perché avviene in un Paese aggredito. La guerra può spiegare molte emergenze, ma non può diventare un lasciapassare per evitare i controlli. Se davvero vogliamo sostenere l’Ucraina, dovremmo essere i primi a pretendere che gli aiuti arrivino dove devono arrivare e che chi prova ad approfittarne venga perseguito. Altrimenti rischiamo di produrre un paradosso: chiediamo ai cittadini europei di sacrificare una parte del proprio benessere per sostenere una causa che riteniamo giusta, ma poi consideriamo quasi sconveniente domandare come vengano spesi quei sacrifici. La solidarietà non dovrebbe mai essere un assegno in bianco. E chiedere trasparenza non significa essere filo-russi, anti-ucraini o pacifisti a comando. Significa semplicemente pretendere che chi gestisce i nostri soldi ci dica dove finiscono.
Perché una cosa dovrebbe essere chiara: sostenere l’Ucraina non significa dover smettere di fare domande. Anzi, se siamo davvero convinti che la nostra causa sia quella giusta, non dovremmo avere paura delle risposte.
Angelo Santoro

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