
Questo articolo viene volutamente scritto nel giorno della triste commemorazione del 7 ottobre 2023. Non vuole aggiungere l’ennesima formula rituale alla memoria, ma denunciare ciò che in questi tre anni si è scelto di non vedere. Se alcuni concetti venissero finalmente affrontati senza ipocrisie, forse qualcuno potrebbe aprire un poco gli occhi.
Il 7 ottobre Hamas e altri gruppi armati penetrarono in Israele, massacrarono circa 1.200 persone e trascinarono centinaia di ostaggi dentro Gaza. Quel giorno avrebbe dovuto chiudere definitivamente ogni discussione sul perché il popolo ebraico abbia bisogno di uno Stato capace di difenderlo. È accaduto l’opposto. Il 7 ottobre è stato progressivamente derubricato a fatto, separato dalla guerra che aveva provocato e spinto fuori dall’orizzonte percettivo collettivo. È rimasta la formula “dopo il 7 ottobre”, mentre tutto ciò che è avvenuto successivamente è stato raccontato come se la storia ricominciasse ogni mattina con Israele.
La causa è stata rimossa e l’effetto è rimasto sotto i riflettori. Hamas, l’Iran, i razzi, i tunnel, i finanziamenti e l’ideologia che hanno reso possibile quell’attacco sono progressivamente scomparsi dall’inquadratura. È rimasto Israele, trasformato da Stato aggredito in imputato permanente.
Qui riemerge la vecchia giudeofobia europea in una forma nuova. Agli ebrei viene riconosciuto il diritto alla memoria, alla religione e alla commemorazione dei propri morti; molto meno serenamente viene riconosciuto il diritto collettivo alla sovranità e alla forza necessaria per difenderla. L’ebreo vittima rassicura. L’ebreo armato, sovrano e capace di reagire crea disagio. Israele ha spezzato una condizione durata secoli, quella nella quale la sicurezza degli ebrei dipendeva dalla volontà degli altri.
Anche l’accusa di genocidio viene spesso costruita attraverso un ragionamento capovolto. Israele possiede una potenza militare enormemente superiore a quella di Hamas, ma capacità e intenzione non sono la stessa cosa. Hamas possiede mezzi molto inferiori, ma la debolezza materiale non cancella le intenzioni espresse nella propria storia politica. La Carta del 1988 chiedeva la distruzione di Israele e conteneva espliciti riferimenti antiebraici. Il documento del 2017 ha modificato parte di quel linguaggio senza riconoscere Israele. Il 7 ottobre ha mostrato concretamente cosa accade quando Hamas ottiene, anche solo per poche ore, libertà d’azione e superiorità locale.
Hamas, inoltre, non combatte come un esercito convenzionale separato dalla popolazione. Opera attraverso miliziani, tunnel, depositi e infrastrutture inserite dentro un territorio densamente urbanizzato. In questo modo la struttura armata tende a scomparire dentro il tessuto civile, mentre davanti alle telecamere rimane soprattutto la risposta israeliana. È un vantaggio militare e mediatico enorme.
Dietro Hamas esiste poi una rete regionale sostenuta dall’Iran attraverso finanziamenti, armi, addestramento e appoggio a gruppi diversi, da Hezbollah alla Jihad islamica palestinese, dagli Houthis alle milizie irachene. Gaza non è quindi un episodio isolato, ma uno dei fronti di una strategia più ampia di pressione contro Israele e contro la presenza europea e americana nella regione.
L’errore più grave è pensare che tutto finisca con Israele.
Il problema riguarda anche il rapporto tra Islam, religione e potere politico. L’Islam non nasce storicamente come fenomeno confinato alla coscienza individuale. Corano, Sunna e giurisprudenza islamica hanno regolato per secoli non soltanto il culto, ma anche famiglia, diritto, società e organizzazione politica. Oggi esistono Stati musulmani molto diversi tra loro, ma la separazione netta tra religione e potere che le democrazie europee considerano normale non rappresenta affatto un principio universalmente acquisito.
La mancanza di reciprocità rende questa asimmetria evidente. In Europa le comunità islamiche possono costruire moschee, creare associazioni, predicare e professare pubblicamente la propria fede. In diversi paesi nei quali l’Islam occupa una posizione dominante o ufficiale, la stessa libertà non viene riconosciuta alle altre confessioni. Se pretendi di poter costruire moschee nelle città europee ma non riconosci agli altri lo stesso diritto nei tuoi territori, non stai chiedendo reciprocità. Stai utilizzando la libertà altrui senza concedere la tua.
Quando questo meccanismo diventa sistematico, si chiama espansione.
Non servono necessariamente eserciti. Una presenza religiosa e culturale può espandersi attraverso demografia, finanziamenti, organizzazione sociale, scuole, luoghi di culto e capacità di mantenere un’identità forte dentro società che progressivamente perdono fiducia nella propria. L’Europa deve smettere di fingere che immigrazione, demografia, integrazione e cultura siano compartimenti separati. Le società cambiano quando cambiano le popolazioni che le compongono e quando lo Stato rinuncia a pretendere una piena adesione alle proprie regole fondamentali.
La regola dovrebbe essere elementare: in Europa la legge civile viene prima del Corano, esattamente come viene prima della Bibbia e della Torah. La parità tra uomo e donna non si negozia. La libertà di espressione non si negozia. Il diritto di cambiare religione, abbandonarla o criticarla non si negozia. Nessuna autorità religiosa può pretendere di sostituirsi allo Stato.
È questo il rapporto profondo tra ciò che accade a Israele e ciò che le società europee dovrebbero cominciare a capire. Israele affronta questa pressione nella sua forma più brutale e militare. L’Europa ne affronta altre forme, culturali, religiose, demografiche e politiche. Pensare che siano la stessa cosa sarebbe sbagliato. Pensare che non abbiano alcuna relazione sarebbe ancora più ingenuo.
Il 7 ottobre doveva quindi essere rimosso dalla percezione collettiva perché finché resta al centro dell’inquadratura è molto più difficile trasformare Hamas in una semplice reazione, cancellare il ruolo iraniano e rimettere sotto processo il diritto stesso degli ebrei alla sovranità.
Noi non lo dimentichiamo. Non dimentichiamo chi ha pianificato, finanziato e compiuto quel massacro. Le responsabilità devono essere accertate e chi ha assassinato e rapito deve essere identificato e perseguito uno a uno.
Le democrazie europee devono decidere se intendono continuare a concedere libertà senza pretendere reciprocità, accoglienza senza integrazione e tolleranza senza limiti. Devono decidere soprattutto se vogliono ancora difendere la propria cultura, le proprie leggi e la propria libertà.
Israele oggi è il bersaglio più evidente. Credere che tutto finisca lì significa non avere capito nulla.
Tuttavia, potete credermi: “We will dance again”.
Am Ysrael Chai
Piero Terracina

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