
Dopo mesi di guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran possiamo lasciare da parte missili, basi colpite e propaganda. Strategicamente conta soprattutto una cosa: lo Stretto di Hormuz.
Per Trump Israele è il pretesto politico perfetto. La sicurezza dello Stato ebraico offre una giustificazione spendibile, ma l’interesse americano è molto più concreto: impedire che Teheran possa condizionare una delle principali arterie energetiche del pianeta. Israele combatte per la propria sicurezza. Washington per il controllo del rubinetto.
Ormai anche le foche dell’Antartico hanno capito che l’economia americana attraversa una fase delicata. Debito enorme, interessi pesanti, Treasury meno irresistibili di un tempo e nessuna voglia di aggiungere uno shock energetico permanente a problemi già seri.
Il limite di Trump è soprattutto culturale. Invece di frazionare il rischio puntando su hi tech, semiconduttori, energia avanzata, industria, reti digitali e filiere strategiche, continua a ragionare come se il potere mondiale dipendesse ancora soprattutto dal controllo del petrolio e delle sue rotte. Una visione vecchia di ottant’anni applicata a un’economia che nel frattempo è cambiata completamente.
Hormuz resta comunque una leva formidabile. L’Iran non deve chiuderlo fisicamente. Gli basta renderlo abbastanza pericoloso da spaventare armatori e assicurazioni. Una mina, un drone o un missile costano poco rispetto al valore di una petroliera e del suo carico, ma possono produrre effetti economici enormi.
Gli Stati Uniti possono distruggere radar, basi, batterie e infrastrutture iraniane, ma questo non significa rendere sicuro uno stretto circondato da coste, isole e sistemi mobili. Qui passa la differenza tra superiorità militare e controllo strategico.
Teheran, naturalmente, non può paralizzare Hormuz indefinitamente senza danneggiare anche sé stessa e i grandi compratori asiatici del petrolio del Golfo. Ma non deve farlo. Deve soltanto dimostrare di poterlo rendere impraticabile quando vuole.
Per questo Washington può vincere cento scontri tattici e non avere ancora risolto il problema. Finché le petroliere considerano Hormuz un rischio, l’Iran conserva la sua leva principale. Il resto è contabilità militare. Da come si sta mettendo, anche questa campagna militare rischia di non produrre per gli Stati Uniti i risultati immaginati. Washington può continuare a colpire e distruggere obiettivi iraniani, ma finché Teheran conserva la capacità di condizionare Hormuz il risultato strategico resta lontano.
È una storia che gli Stati Uniti conoscono bene. Dal Vietnam all’Iraq fino all’Afghanistan, una superiorità militare schiacciante non si è automaticamente trasformata in una vittoria politica duratura. Puoi bombardare, occupare, eliminare governi e distruggere eserciti, ma se alla fine il problema che volevi risolvere è ancora sul tavolo hai semplicemente speso una quantità enorme di denaro per ritrovartelo davanti.
Ed è il rischio che corre Trump: entrare in guerra con categorie strategiche vecchie di ottant’anni, convinto che controllare petrolio e rotte marittime significhi ancora controllare il mondo, mentre il vero potere economico si sta spostando verso tecnologia, semiconduttori, dati, energia avanzata e capacità industriale.
Se tra qualche mese l’Iran sarà ancora in piedi e Hormuz continuerà a essere una leva nelle sue mani, potremo contare tutti i missili americani andati a bersaglio, ma sarà difficile chiamarla vittoria.
Piero Terracina

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