
Un tempo le maggiori preoccupazioni erano rivolte al Climate Change oggi invece si avverte un pericolo di Political Climate Change cioè un precipitare del clima politico internazionale dalla pace verso le guerre.
Mentre apparentemente le varie crisi internazionali sono separate tra loro in realtà in un mondo globalizzato interconnesso sia economicamente che geopoliticamente gli effetti di uno scenario di crisi si raccordano inevitabilmente con gli altri, in differenti zone del pianeta.
Così anche senza immaginare deigli accordi segreti di nuove spartizioni imperiali globali, o nuovi patti di desistenza in stile Monaco 1938 o Yalta 1945, o Molotov Ribbentrop, di fatto le superpotenze, gli stakeholder modiali, da un lato cercano un nuovo dialogo, assimilando l’incontro di Anchorage Putin Trump agli storici incontri fra Reagan e Gorbaciov, dall’altro si deve fare i conti con una realtà in cui Trump e Putin non somigliano neppure idealmente a Reagan e Gorbaciov e anzi la sfida globale per il controllo geopolitico, militare e economico del pianeta si sta trasformando progressivamente in una lotta di tutti contro tutti, senza esclusione di colpi. La lotta fra le superpotenze diviene rissa su una nave il pianeta ma anche l’Europa che sta deflagrando.
L’ipotesi di una pax globale trumpiana simile a quella imperiale romana di duemila anni fa confligge oltretutto con le bellicose intenzioni incrociate dei contendenti di est e ovest.
Si sono formate due squadre di una partita politico militare che sconvolgerà tutto il XXI secolo: da un lato la disordinata squadra occidentale, dove esattamente come ai tempi della caduta degli imperi romani di occidente e poi mille anni dopo di oriente, le potenze occidentali sono addirittura in rotta di collisione fra loro e non soltanto sul problema Groenlandia, dall’altro la squadra Russia, Cina appare compatta e supportata da un lato dai BRICS ormai dei G20 alternativi e dall’altro dalle ambivalenze multipolari di India e Turchia che giocano al tavolo del gioco globale una loro partita indipendente.
Infine l’Europa che rischia di diventare come appunto l’antica Roma o Atene, un residuo archeologico del passato dello sviluppo umano e occidentale.
Siamo di fronte a un oriente che progressivamente sostituisce l’occidente ma anche a un sud del mondo ormai pronto a cambiare ruolo, alleanze e progetti. Il mondo non più multilaterale ma multipolare però non è secondo noi riassumibile per imperi o sfere d’influenza e soprattutto non è semplificabile nello schema dei colossi d’argilla: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, e India, Turchia, Europa, Brasile, Sud Africa, tutte queste nazioni ognuna anche attraversata da crisi interne e Internazionali sembrano e sono più degli stakeholder locali che imperi.
Il tramonto degli Stati Uniti dunque non coincide con l’alba della Cina quanto, esattamente come dopo la crisi dell’impero romano con un confuso neomedioevo fatto di orde e di stati neobarbarici e di potenze regionali che aspirano a essere potenze continentali e intercontinentali.
La civiltà globale che è emersa e che evolve e si evolve proprio perché globale e globalizzata si è emancipata dall’essere civiltà occidentale o orientale per essere una koinè che però non coincide né con le Nazioni Unite né con i BRICS, per quanto piuttosto dovrebbe integrarsi con un ritorno alle origini della specie umana a quando il pianeta non era attraversato da guerre o da confini se non da quelli posti dalla natura.
Alla fine di tutte le guerre non può che trovarsi la pace globale e solo le ambizioni smisurate di potere e di prevaricazione di alcuni umani non della specie, esattamente come precognizzato da Charlie Chaplin un secolo fa nel Grande Dittatore, sembrano vietare alla specie umana di vivere in pace permanente come in Per la pace perpetua (1795) di Immanuel Kant.
Il rischio tutt’altro che virtuale, è che l’intera umanità, per gli errori di pochi, sia condannata al girone infernale di attraversare altre guerre mondiali prima di rinunciare definitivamente all’uso delle armi ma al tempo stesso, come ammoniva Einstein un secolo fa il genere umano giocando troppo con le armi nucleari che sono innumerevoli mentre anche una sarebbe già sbagliata, rischia di autoestinguersi, per inseguire l’utopia della guerra giusta mentre l’unica scelta giusta e umana, non soltanto filosoficamente, rimane la pace.
Leonardo Dini

Lascia un commento