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Guagliù, facimmo ammunia!

di Giovanni Fiorentino | 18 Maggio 2014

Il nostro giovane Presidente del Consiglio mi suscita tanto il ricordo dell’apocrifo regolamento del 1841 della marina militare borbonica.

MatteoRenziLe recenti vicissitudini dell’Expo 2015 mi han fatto sovvenire di un mio risalente articolo pubblicato su questo giornale on line, il cui titolo (“Riprendiamoci lo Stato”) era un accorato appello (naturalmente inascoltato) alla classe politica non omologata, ma più ancora ai lettori di Pensalibero. Venutami vaghezza di recuperarlo, mi sono scoperto facile profeta nella previsione che “alla sfiducia nelle istituzioni facesse da pendant una situazione potenzialmente esplosiva che avrebbe portato, in assenza di antidoti ed in presenza di peggiorate condizioni di vita del più numeroso ceto medio-basso della cittadinanza, a conseguenze al tempo stesso dirompenti ed imprevedibili”.

Attuali restano anche le considerazioni circa le responsabilità della classe politica dominante, arroccata nell’affermare vieppiù la sua vocazione oligarchica attraverso il ridimensionamento della partecipazione democratica e la predisposizione di un meccanismo d’elezione di fatto irrazionalmente giovevole alle (allora) sole due forze maggioritarie; ma non si omette il rilievo circa quelle dei ceti medio-alti privilegiati e/o parassitari, occupati “ad accentuare in maniera del tutto anomala i divari sociali attraverso una sperequata redistribuzione dello stagnante reddito nazionale, costituito in percentuale non indifferente da corrispettivi e prebende per attività spesso inutili e talora inesistenti” ed a perseguire “un’appropriazione usuraria dei modesti patrimoni risparmiati in passato dai ceti più deboli”. Ma è del seguente passo che avevo memoria:

“E’ peraltro sfuggito ai più che un’altra non secondaria norma rafforzativa della casta è stata approvata surrettiziamente con la manovra finanziaria di luglio [2011]. In essa è previsto che chi instaura un procedimento giurisdizionale per contestare un provvedimento amministrativo in materia di appalti di opere pubbliche debba versare un contributo di €. 4.000 per la sua sola iscrizione a ruolo .… , da integrarsi di €. 4.000 ogni qualvolta debbano prodursi motivi aggiunti: in buona sostanza, ove la casta confezioni un bando su misura, nessuno dei concorrenti potenzialmente danneggiati avrà a dolersi, non avendo alcun interesse a rischiare siffatto elevato importo a fronte della sola possibilità di essere ammesso alla gara con esito non scontato; e così anche alla casta nelle sue varie articolazioni sarà consentito di fare leggi ad personam per gli appalti di servizi e di opere pubbliche (cd. lex specialis costituita dal bando di gara) con aggravi per le casse pubbliche e quindi per i contribuenti e benefici per i concorrenti favoriti, a non parlar d’altro”.

L’articolo così concludeva:

“La salus rei publicae esige una riscossa civile che, senza essere affascinata da inconcludenti intemperanze demagogiche e tribunizie, faccia sentire la presenza attiva e concreta delle persone di buona volontà.

Vogliamo provare a cominciare? …. Inviamo ai deputati di tutti i partiti lo schema di un disegno di legge ovvero di un emendamento da inserire nella prossima finanziaria così formulato:

“All’art. 13 co. 6 bis lett. d) del D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115 sono aggiunte le parole “fatti salvi i ricorsi avverso i bandi di gara e le loro modificazioni, che sono esenti””. E pubblichiamo i nomi dei deputati che rispondono positivamente e di quelli che rispondono negativamente, aggiornandoli periodicamente ed informando i cittadini. Nelle more, con l’adesione degli imprenditori onesti facciamoci promotori di un’associazione che si doti di un fondo comune per promuovere la trasparenza delle procedure ad evidenza pubblica, da rimpinguare di volta in volta con il ristoro delle spese di giustizia ottenute in sede giudiziale e con una contribuzione delle imprese associate che risultino vittoriose nelle gare in conseguenza delle modifiche dei bandi.

Il la l’ho dato. E mi piace sperare che parva favilla gran fiamma seconda”.

La poca favilla ha secondato, nel 2012, l’aumento ad €. 6.000 del contributo unificato per gli appalti di importo più elevato. Il risultato, del tutto prevedibile, è negli appalti costruiti – non sempre dai politici, spesso dai burocrati – su misura per le ditte unte dal Signore che debbono conseguirli, di cui il fenomeno dell’Expo 2015 è solo una evidenza mediatica; per contro, la Pubblica Amministrazione non ha recuperato in contributi unificati quanto ha speso in più per la sopraffatturazione degli appalti, laddove certamente alla sua immagine non ha giovato la prevedibilità dell’esito delle gare nel ristretto giro degli addetti ai lavori (e talora anche al suo esterno).

Resta poco realistico pensare che la malerba della corruzione e più in generale della ingiustificata e sconsiderata lievitazione della spesa pubblica si possa estirpare senza incidere sulle sue cause o con l’ausiulio di chi ne trae profitto; così come resta incomprensibile che le istituzioni possano accorciare le distanze dai cittadini esasperando il deficit democratico. Eppure, si cerca di dare l’impressione mediatica che il malaffare si concentri nell’Expo 2015 e che la contrazione e la maggiore omologazione del personale politico migliorino il rapporto con l’ordinamento, proponendo come antidoti per un verso il pur degnissimo dott. Raffaele Cantone e per altro verso la proposta dell’abolizione del Senato e di una riforma elettorale, il cui effetto è di orientare il corpo sociale verso il non voto o verso i grillini, nelle more del peggio. Ed il nostro giovane Presidente del Consiglio mi suscita tanto il ricordo dell’apocrifo regolamento del 1841 della marina militare borbonica, per il quale, in occasione delle visite a bordo delle Alte Autorità del Regno, i comandanti delle navi avrebbero dovuto impartire l’ordine “Facite ammuina!”, sì che:

« tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa

e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora:

chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra

e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta:

tutti chilli che stanno abbascio vann’ coppa

e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio

passann’ tutti p’o stesso pertuso:

chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘llà”.

Non è facendo ammuina o rivoluzionando in peggio i massimi sistemi che si liberano risorse o si da efficienza alla pubblica amministrazione, ma adottando ad ogni livello provvedimenti di buon senso (e, paradossalmente, rivoluzionari proprio in quanto tali), capaci di dare ai cittadini la percezione smarrita della vicinanza delle Istituzioni. Proprio perché la loro sommatoria scuote l’apatia della pubblica amministrazione e incide più di diverse finanziarie, è questo lo sforzo corale e solidale cui è chiamato il Paese nel suo complesso; esso va precorso dalla parte più attiva e responsabile della società civile, quella classe non classe di crociana memoria la cui funzione maieutica può sostituire l’inconcludente se non dannosa ammuina con l’azione mirata ed incisiva.

I tempi appaiono maturi, per la singolare coesistenza della situazione economica drammatica, dello smarrimento della classe politica, dell’insofferenza della società civile, della novità della compagine governativa; non sarebbe il caso di provare?

Pubblicato in : Editoriale

Info Giovanni Fiorentino

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Corrado

    25 Maggio 2014 alle 11:04

    L’articolo mi senbra andare ben oltre la singola proposta (assolutamente interessante ed arguta) o il singolo problema, e per questo lo trovo astremamente interessante. Credo si tratti più di un invito alla cittadinanza attiva, a quella dimensione del vivere civile che richiede il nostro fattivo contributo per il “benessere collettivo”. Una forma di partecipazione che senza strepiti e/o forme di rancore, sappia dare il proprio contributo esperenziale per l’individuazione delle criticità che limitano il diffondersi dell’equità sociale e del benessere di tutti i cittadini, nei diversi campi e settori sociali e lavorativi. Nel caso in questione viene posta all’attenzione del ceto politico e dei tecnici una problematica relativa alla giustizia amministrativa; ma se proviamo ad immaginare cosa possa produrre il poter far confluire tanti altri “saperi esperti” al servizio e al supporto di “visioni necessariamente parziali e limitate” (non solo per volontà “distorta” ma per essenza della natura umana) abbinata ad un’azione di vigilanza costante sui processi attivati, allora e solo allora, secondo me, potremmo comprendere in pieno la portata propositiva dell’articolo di Fiorentino. Io preferisco leggerlo come un invito a “non fare ammuina”, ad organizzare gruppi di studio e lavoro “dal basso” capaci di individuare problemi e di formulare ipotesi risolutive, senza badare al colore politico, ma ispirato solo dal senso civico e dalla finalità di voler contribuire attivamente alla rinascita, o meglio ancora, alla nascita di uno stato che sappia curare l’interesse dei propri cittadini. E allora, diamoci una mossa…io ci sto!

    Rispondi
  2. Giulio

    21 Maggio 2014 alle 00:21

    Ho letto con grande attenzione questo articolo di Giovanni Fiorentino. Oltre alla qualità e alla puntualità dell’analisi, mi ha colpito un dato fondamentale: laddove la quasi totalità degli articoli, delle dichiarazioni che leggiamo quotidianamente sui giornali si limitano a riportare un fatto, a denunciare un’emergenza, questo di Giovanni Fiorentino va oltre e formula una proposta. È giusto scandalizzarsi per le malversazioni avvenute a Milano, ma sarebbe ancor più giusto esaminare le normative vigenti in materia di appalti per accertarsi che non vi siano delle asperità, dei punti oscuri. Ed è esattamente ciò che ha fatto Fiorentino, notando come una norma approvata nel 2011 costringa chiunque voglia ricorrere contro un bando di gara a dover pagare preventivamente 4000 euro; e che per giunta tali 4000 euro siano ora aumentati a 6000 per gli appalti di importo più elevato. Tale balzello – denominato “contributo unificato” – fa passare il messaggio che fra Stato e cittadini esista una barriera invalicabile; che per fare ricorso contro un bando di gara si debba “pagare pegno”. A prescindere dai motivi per cui questa normativa è stata approvata, è chiaro che essa andrà sempre a favorire i vincitori degli appalti: sia che la loro vittoria sia stata lecita e sia che non lo sia stata. Perché dunque non consentire a coloro che lo desiderino di ricorrere liberamente, e senza spese eccessive, contro un bando che ritengono ingiusto (lasciando poi che sia la giustizia a determinare la fondatezza delle loro ragioni)? Ecco perché condivido l’idea di Fiorentino di inviare a tutti i deputati lo schema di un disegno di legge, o di un emendamento, che introduca tale diritto. E ha ragione Fiorentino ad annotare che i deputati che apporranno la loro firma su tale emendamento potranno dimostrare concretamente, dinnanzi all’opinione pubblica, la loro fiducia in una politica onesta, pulita, trasparente.

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