
Il caso della grazia/disgrazia a Nicole Minetti mi ha provocato rabbia e amarezza. Lo dico da cronista della vecchia guardia. Tralascio gli aspetti burocratici e giuridici che accompagnano queste pratiche, già trattati da commentatori e giuristi. Voglio concentrarmi invece sul ruolo dei giornalisti in una delle tante pagine nere per il nostro settore. Per giorni un quotidiano, Il Fatto, ha scritto sulla vicenda sollevando dubbi e critiche nei confronti dei beneficiari, del governo e del Quirinale in un intreccio oscuro tra Italia e Uruguay. Gli altri organi di informazione hanno ignorato la notizia spingendosi, in alcuni casi, a sbeffeggiare Marco Travaglio e soci.
Poi arriva una nota del Quirinale che, alla luce dell’inchiesta del Fatto, chiede di compiere verifiche accurate. Nel linguaggio del Colle, i conti non tornano.
Solo allora, altri giornali e tv si buttano sulla notizia come fosse nuova, scrivendo molte cose già lette. Un mio direttore mi ripeteva sempre: un buco si può prendere, capita, ma la ripresa è d’obbligo. Per rispetto soprattutto dei lettori, sempre più bistrattati. Il problema è che tanti giornali non sono più giornali e tanti giornalisti non sono più giornalisti, schierati come sono a prescindere pro o contro il governo Meloni, non per convinzione personale ma per interessi di bottega che, guarda caso, coincidono sempre con quelli dell’editore. Randellate agli avversari politici e sviolinate agli alleati, in barba a libertà di stampa e alle schiene dritte che in realtà sono ricurve, alla faccia delle dichiarazioni di intenti che abbondano negli editoriali. Aria fritta. Vedo sempre più spesso colleghi dediti al marketing, all’organizzazione di eventi cari agli editori che non hanno nulla a che fare con le notizie.
Almeno abbiano la decenza di togliere dalle testate la denominazione “Quotidiano indipendente” per sostituirla con “Quotidiano condizionato dai contratti pubblicitari e dagli interessi dell’editore”. Sarebbe più onesto, un atto di coraggio e trasparenza nei confronti dei pochi lettori rimasti. Sempre più disgustati.
Paolo Boldrini

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