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La decisione della Procura di Pavia di interrogare il prossimo 6 maggio Andrea Sempio, nell’ambito delle nuove verifiche sul delitto di Chiara Poggi a Garlasco, riporta alla ribalta uno dei casi giudiziari più complessi e discussi degli ultimi anni. Non è un passaggio qualunque, né un atto formale. È il segnale di un approfondimento investigativo che, a distanza di tempo, continua a cercare elementi di verità in una vicenda che ha già attraversato fasi processuali, ricostruzioni e contro-ricostruzioni. In questi casi, il rischio è sempre quello di una sovraesposizione mediatica che finisce per anticipare o deformare il lavoro degli inquirenti. Ma proprio per questo, la figura del procuratore capo di Pavia, Fabio Napoleone, rappresenta una garanzia di metodo.
Conosco Napoleone dagli anni Novanta, quando seguivo come cronista giudiziario per Il Giorno le sue indagini sulla corruzione nelle amministrazioni comunali dell’hinterland milanese. Era, ed è rimasto, un magistrato tutto d’un pezzo, all’antica, lontano da ogni tentazione di protagonismo. Mai una dichiarazione fuori posto, mai una concessione alla ribalta mediatica. Lavoro silenzioso, rigoroso, condiviso con il suo pool – Giovan Battista Rollero, Claudio Gittardi – e con le forze dell’ordine. Ho avuto modo di incrociare il suo lavoro anche in sede processuale, quando fui chiamato come teste d’accusa in un procedimento che riguardava due ex sindaci di Peschiera Borromeo. Ricordo bene la sua postura: rispetto formale, attenzione ai fatti, nessuna confidenza con la stampa. Solo il riconoscimento, silenzioso, della precisione con cui avevo seguito e ricostruito quelle vicende.
È questo stile che oggi rende particolarmente significativo il nuovo sviluppo dell’inchiesta di Garlasco. Quando un magistrato come Napoleone decide di riaprire un capitolo o di approfondire una pista, lo fa perché ritiene che vi siano elementi concreti da verificare. Non per inseguire clamori, non per alimentare un dibattito pubblico già saturo. Il rischio, in casi come questo, è sempre quello di sovrapporre il processo mediatico a quello giudiziario. Di trasformare ogni atto investigativo in un verdetto anticipato. Ma la giustizia, quella vera, segue tempi e regole diverse. E richiede un lavoro paziente, spesso invisibile, che difficilmente si presta alla semplificazione.
Il ritorno dell’inchiesta su Garlasco impone dunque una doppia cautela. Da un lato quella degli inquirenti, chiamati a verificare ogni elemento con rigore e senza pregiudizi. Dall’altro quella dell’opinione pubblica e dei media, chiamati a rispettare il confine tra informazione e suggestione. In una stagione in cui la giustizia è spesso esposta a pressioni e interpretazioni, il metodo conta quanto – se non più – dei risultati. E il metodo Napoleone, fatto di silenzio, precisione e rispetto delle regole, rappresenta in questo senso un punto di riferimento. Non garantisce esiti, perché la verità processuale è sempre il frutto di un percorso complesso. Ma garantisce qualcosa di altrettanto importante: che quel percorso sarà affrontato con serietà, senza scorciatoie e senza concessioni. Ed è forse questa, oggi, la notizia più rilevante.
Cesare Mannucci

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