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Grandi uomini per grandi opere. L’Italia dei governi Menabrea (1868-1870)

Quell’Italia non era ripiegata su se stessa. Aveva antenne dritte sulla svolta in atto nel commercio mondiale con l’apertura del Canale di Suez, ispirato da Prosper Enfantin, discepolo dal socialista utopista Saint-Simon.

di Aldo A. Mola | 23 Dicembre 2018

Intuire i secoli dei secoli

Il costo e i benefici delle Grandi Opere, quelle che scandiscono la storia dell’umanità, non sono soggetti a calcoli spiccioli. Le Egregie Cose nascono dall’utopia, da intuizioni profetiche, dalla metastoria. Sono l’unica vera alternativa all’altra Grande Opera dello spirito universale: le guerre lunghe, devastanti, apocalittiche, di cui l’umanità fu e sempre sarà capace. Le due opposte Grandi Opere, la Costruzione e la Distruzione, non si computano con le miopi lenti di possibili profitti e perdite per qualche anno o per un paio di decenni, ma in termini di libertà e progresso civile nei secoli dei secoli: il contrario di stasi e arretramento, della “decrescita”, ideale mortificante e avvilente ma niente affatto nuovo sotto la volta del Cielo. L’alternativa Luce/Tenebre va ricordata in tempi, come gli attuali, di piccoli uomini chiusi alle grandi idee. Va evocata mentre si avvicina il 150° dell’inaugurazione del Canale di Suez, aperto ufficialmente il 17 novembre 1869, ma solcato la prima volta il 17 febbraio 1867: un Segnale passato sotto silenzio in un Paese sempre più “provinciale” qual è l’Italia odierna.

La Vera Luce arriva da Oriente, ma è l’Occidente che la riceve e la riflette. Ne è esempio la Natività. L’“Evento” avvenne all’incontro tra Asia, Mediterraneo e Africa: un Triangolo perfetto. E dall’Estremo Oriente dell’epoca si misero in cammino i Magi, alla ricerca della Rivelazione, che poi migrò ad Atene e a Roma e solo lì, al centro del mondo, nell’Urbe dei Consoli e dei Cesari (oggi in piena decadenza), divenne Istituzione perpetua.

Quell“Evento” è mònito per la grigia vicenda di genti inconsapevoli delle loro fortune. La quotidianità sopraffà lo Spirito, che (insegna Giovanni Evangelista, al quale è sacro il 27 dicembre) “soffia dove vuole”. Nel Paese Italia oggi  prevalgono foschie e confusione. Domina il chiasso. Si divarica come non mai l’abisso tra cittadini e loro rappresentanti “pro tempore”, parlamentari “per caso”, mentre il Parlamento viene espropriato dei suoi diritti e doveri, enunciati dalla Carta costituzionale. Che cosa si vuole? L’azzeramento delle Camere come vaticinato da Casaleggio e &. La Lega è d’accordo? E’ l’ora della verità.

Per meglio comprendere la torsione della storia d’Italia oggi in atto giova il raffronto con l’Italia di 150 orsono. Con una premessa: nel 2011 venne festeggiata l’Unità d’Italia. Storicamente non era esatto, perché l’Italia del 1861 mancava di Venezia, Roma, Trento, Trieste e di tante altre terre, solo in parte rivendicate e recuperate. Però era necessario far quadrato attorno all’Idea d’Italia mentre troppi scalmanati e grulli rinnegavano il tricolore, chiedevano la “secessione” e sognavano alleanze con chissà quali feudi medievali. Scatenavano contro l’Europa la guerriglia della Mucca Carolina e investivano in diamanti. Accadeva anche in Francia, molti decenni prima dei gilè gialli. L’Europa era ancora in gran parte da fare. Lo è tuttora. Ma non la si costruisce tenendo un piede nelle Istituzioni e uno nell’incitazione contro tutto, “a prescindere”.

I quadrupedi di lotta e di governo

 

Se poi i piedi divengono quattro e chi dovrebbe guidarli non sa più se averli a destra o a sinistra il cammino diviene davvero difficile: il quadrumane degrada a quadrupede. Mentre però i quadrupedi per natura sanno bene come usare le loro articolazioni, tanti ministri odierni stanno ancora apprendendo le regole elementari della democrazia parlamentare. Nell’attesa, usano la legge della giungla: balzano da uno all’altro ramo lanciando grida contro la Commissione Europea e i suoi organi, la Bce, il Fondo monetario internazionale e i leggendari “Poteri Forti”, o magari persino “Poteri Occulti”,  che poi sono sotto gli occhi di tutti 24 ore su 24: sono gli “Affari”. Non sono Logge, men che meno Segrete; non sono la Trilaterale, Bildenberg et similia. Gli Affari sono potenti perché sono anche pulviscolari, come il danaro, le proprietà, le confessioni religiose. Hanno alcuni registi (che viene da Rex), ma soprattutto una moltitudini di seguaci. Più vasta è la loro platea, più vi affluiscono seguaci e fedeli. Un tempo accadeva con la “chiamata alle armi” da parte dei Feudatari. Poi avvenne con gli Stati sovrani. Ora sono i “social” a suonare la “generala”; e sempre più lo saranno in futuro. A confronto della loro forza suasoria non c’è sovranismo che tenga. Non certo in un Paese frammentato, nel quale troppi “politici” esibiscono impudicamente memorie domestiche e acrimonie partitiche, vera e propria “profanazione”.

 

Bruno Vespa e la costruzione dello Stato: sacrifici, si, ma per tutti

 

Perciò può consolare il raffronto tra questa e l’Italia di 150 anni orsono. Come detto, non era l’Italia sognata da due generazioni di patrioti morti sui patiboli, condannati a decenni di carcere, costretti all’esilio e a vita in condizioni estreme. Però era un Regno, anzi “il” Regno d’Italia, con tutti i suoi affanni e i divari secolari. Lo documenta con ritmo incalzante Bruno Vespa in “Rivoluzione” (RaiLibri-Mondadori), che insegna molto più di quanto lasci trasparire il sottotitolo. Infatti vi ricorre costante il raffronto tra la (supposta) Terza Repubblica odierna e il retroterra (molto meglio che “retroscena”) del Risorgimento, dell’unificazione, del difficile esordio dell’Italia nella Comunità internazionale, con la partecipazione alla conferenza diplomatica di Londra nell’aprile 1867, ben sei anni dopo l’annuncio della sua esistenza.

Dalle “leggi Siccardi” varate nel regno di Sardegna nel 1849 e dalla “legge Sella” 21 agosto 1862, n. 794 la confisca dei beni ecclesiastici costituì uno dei due pilastri portanti dell’assetto finanziario dello Stato. L’altro fu la fiscalità tanto spietata quanto necessaria per dar carne allo scheletro della Nuova Italia. L’hanno documentato storici liberali quali Guido Pescosolido e Gianni Marongiu. A sua volta Gianpaolo Romanato, membro della Pontificia commissione di scienze storiche, ha ripercorso il cammino concluso con la legge 7 luglio 1866, n. 3036 varata dal governo prima che fosse esaminata dal Senato, in virtù dei poteri speciali derivanti dallo stato di guerra contro l’Impero d’Austria (che all’Italia fruttò Venezia). Essa determinò il gigantesco trasferimento di beni immobili, mobili e artistici (archivi, libri…) dai loro proprietari alla “mano pubblica”. Dalla requisizione furono esenti solo le abbazie di Montecassino, Cava dei Tirreni, San Martino della Scala, Monreale e la Certosa di Pavia, “distinte per monumentale importanza”. La legge 15 agosto 1867, n. 3848 applicò un’imposta straordinaria del 30% a tutte le proprietà ecclesiastiche, mettendo alle corde una quantità impressionante di opere di carità, condannate a morte senza alcun riguardo per quanti ne traevano sussistenza. Non stupisce che nel dicembre 1868, giusto 150 anni addietro, un parroco abbia pubblicamente predicato che gli acquirenti dei beni ex ecclesiastici erano ipso facto scomunicati e condannati alle fiamme dell’Inferno.

Due anni prima della “debellatio” dello Stato Pontificio (20 settembre 1870) il conflitto Stato-Chiesa era ormai irreversibile. Il Parlamento si limitava a “registrare” le decisioni del governo. Quando si radunò per vagliarne gli ultimi provvedimenti dell’anno, il regio Senato (la cui storia rimane ancora da scrivere) contò appena 15 presenti, ma la seduta fu valida.

 

Dal generale Menabrea alla lesina di Quintino Sella

 

Dal 27 ottobre presidente del Consiglio era il generale Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 1809-1896), un savoiardo d’acciaio, che aveva seguito il “suo” Re, come fecero i Pelloux. All’Interno ebbe ministri il cavouriano Carlo Cadorna e il trentenne Antonio Starrabba di Rudimì, che nel 1866 da sindaco di Palermo aveva duramente represso un’insurrezione repubblicana proprio mentre l’Italia era in guerra contro l’Austria. Di lui si disse che era un “infant prodige”, ma poi il prodigio passò e rimase l’infante.

I governi Menabrea, oggi dimenticati, tolsero le castagne dal fuoco a quello, subito seguente, di Giovanni Lanza con Quintino Sella alle Finanze, Visconti Venosta agli esteri e alla Guerra l’astigiano Giuseppe Govone (1825-1872), impazzito “a servizio dello Stato” (come ricorda Franco Contaretti nella bella biografia scritta per il Centro Studi Piemontesi) e sostituito il 7 settembre 1870 da Cesare Ricotti, uno dei grandi artefici dell’Esercito italiano. Quei governi imposero la tassa sulla macinazione delle farine, strenuamente propugnata da Quintino Sella e sorretta dall’imposizione ai mugnai dei contatori meccanici, volti a impedire che favorissero l’evasione fiscale, e l’aumento di quella sul sale. Tasse “sulla fame”, in un Paese, però, fondato su una classe dirigente impegnata nella politica della lesina, con tagli severissimi di ogni spreco e persino sulla riduzione della lista civile del Re, proprio nell’anno delle nozze di Umberto, principe ereditario con la cugina germana, Margherita di Savoia (grazie a speciale dispensa papale) celebrate solennemente nel Duomo di Torino.

Circolò una caricatura di onorificenza sabauda, una sorta di croce càtara, sui cui bracci erano scritte le quattro piaghe del giovane Regno d’Italia: “Imposte, Debiti, Brigantaggio, Questione Romana”.

 

Suez. Il “Canale dell’Avvenir…”

Però quell’Italia non era ripiegata su se stessa. Aveva antenne dritte sulla svolta in atto nel commercio mondiale con l’apertura del Canale di Suez, ispirato da Prosper Enfantin, discepolo dal socialista utopista Saint-Simon, “disegnato” dal trentino Luigi Negrelli e condotto in buon porto da Ferdinand de Lesseps, il cui padre  (come ricorda Yves Hivert-Messeca) era stato venerabile di una loggia “ellenica”, quasi un ponte gettato tra l’Europa dei Lumi e il mondo islamico, senza il cui consenso il “taglio” dell’istmo” non sarebbe stato possibile. L’impresa (ne riparleremo debitamente) fu possibile grazie alla genialità di Pietro Paleocapa, stratega della rete ferroviaria del regno di Sardegna e capofila della splendida trama degli ingegneri ferroviari presenti in entrambi i rami del Parlamento, grazie ai quali il “Piemonte” si candidò a guidare l’unificazione nazionale. Tra i suoi cardini ne va ricordata l’ispirazione metastorica: al Canale non fu assicurata la “neutralità”, che è sempre revocabile, ma la assoluta libertà di navigazione per tutti i Paesi e sempre, anche se contingentemente in guerra tra loro. Quello di Suez fu il vero “Sol dell’Avvenir”: un canale navigabile che accorciò le distanze tra i continenti, le merci, le Idee.

A volerlo fu l’Utopia o, se si preferisce una visione meno profetica (quella dei costi-benefici…), il patto lungimirante dell’Europa continentale, dalla Francia all’Austria di Metternich (personalmente favorevole alla sua realizzazione), passando per il regno  sabaudo, detto di Sardegna ma di fatto liguro-piemontese. Fu un disegno acremente avversato dalla Gran Bretagna dell’epoca, giunta persino ad asserire che il Canale avrebbe addirittura diffuso la malaria… Da quell’Italia, da quell’Europa di grandi uomini per Grandi Opere, molto vi è da apprendere anche oggi.

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: 1861, 20 settembre, 2011, anni, annuncio, bce, carta costituzionale, chiesa, classe dirigente, commissione, commissione europea, comunità internazionale, consenso, costi, democrazia, di pietro, europa, evasione, evasione fiscale, finanze, francia, futuro, governo, gran bretagna, grandi opere

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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