C’era una attesa quasi spasmodica per la “Traviata” del regista Davide Livermore, che, avendo annunciato di ambientare la celebre vicenda di Violetta Valery durante il mitico Maggio francese, aveva suscitato perplessità, o addirittura critiche preventive, da parte di tanti che non amano riletture operistiche sulle carta ritenute eccessivamente audaci o provocatorie. Alla fine invece questa Traviata, anche se non sempre pienamente coerente in alcune scelte registiche – si pensi all’irruzione dei celerini alla festa di Violetta, con gli invitati che non appaiono sicuramente dei giovani rivoluzionari – offre numerosi elementi di riflessione e, da un punto di vista più strettamente visivo, appare sontuosa, variegata e coinvolgente, grazie alle scene efficaci di Giò Forma (molto bella quella del secondo atto, con la ricostruzione dello studio fotografico di Blow up di Antonioni), gli intensi giochi di luce di Antonio Castro e i costumi di ottima fattura firmati da Mariana Fracasso.
Dunque il riferimento al ’68 lo si percepisce in alcuni spunti, attraverso anche le scritte famose sui muri inneggianti all’amore libero, ma soprattutto volendo immaginare la vicenda “scandalosa” della cortigiana ottocentesca, tradotta in quella di una donna parigina, libera ed emancipata (prostituta per scelta in un albergo a ore?), cui si contrappone la ristretta mentalità del borghese di provincia, che non vuole compromettere la buona reputazione della famiglia, consentendo al figlio Alfredo una relazione a dir poco immorale.
Sul piano più strettamente registico, l’attenzione e la cura dei particolari nella recitazione sotto la guida di Livermore sono veramente straordinarie e l’ottimo risultato va attribuito anche ad un cast canoro di eccezione, a cominciare dalla splendida, sensuale e alla fine struggente Nadine Sierra, una Violetta a tutto tondo sul piano dell’interpretazione e dotata di una vocalità prorompente, capace di virtuosismi canori quasi ineguagliabili (la scena finale del primo atto è mozzafiato), ma anche di esibire con abilità un lirismo leggero ed un fraseggio intimamente espressivo. Di ottimo livello anche l’interpretazione di Francesco Meli, un Alfredo sicuro e dalla voce penetrante e quella dell’inossidabile Leo Nucci, un Giorgio Germont che unisce l’esperienza scenica all’autorevolezza recitativa. Buone anche le prove dei cantanti nei ruoli secondari, ossia Caterina Piva (Flora), Caterina Meldolesi (Annina), Francesco Samuele Venuti (Douphol), Luca Bernard (Gastone) ed Emanuele Cordaro (Grenvil).
Sul podio, infine, non possiamo non sottolineare l’intensa lettura proposta da uno Zubin Mehta forte e concentrato, tendente a adottare dei tempi distesi, così da esaltare gli aspetti intimistici della vicenda, ma comunque coinvolgente e appassionato nei momenti di maggior esplosione sonora. Gli orchestrali del Maggio lo seguono a occhi chiusi, offrendo una prestazione di altissimo livello, come del resto il coro, istruito da Lorenzo Fratini, grande protagonista collettivo in Traviata. Molto bravi anche i figuranti speciali, che hanno contribuito ad arricchire uno spettacolo intenso ed avvolgente.
Straordinario successo di pubblico, soprattutto all’indirizzo di Nadine Sierra e di Zubin Mehta. Prossime repliche martedì 28 settembre e quindi, con Placido Domingo al posto di Leo Nucci, il 2 (ore 18) e 5 ottobre
Luca Summer

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