
Dopo 20 mesi di guerra a Gaza, una lunga campagna militare nel sud del Libano, raid in Siria e Yemen e un conflitto incombente con l’Iran, il governo di Benjamin Netanyahu potrebbe essere sabotato dall’interno. I partiti di opposizione – Yesh Atid, Yisrael Beytenu, Unità nazionale e I democratici – hanno annunciato nelle prossime ore una mozione per sciogliere la Knesset, il parlamento monocamerale. L’approvazione del testo porterebbe a elezioni anticipate che, per legge, dovranno tenersi entro cinque mesi dal voto, ovvero un anno prima del previsto. Per scongiurarlo, Netanyahu ha avviato un’opera di negoziato febbrile: attualmente, infatti, l’esecutivo gode di soli sette seggi in più rispetto a quelli necessari per la maggioranza semplice (61 su 120) e il rischio di una sconfitta è reale. A preoccupare il premier è soprattutto il voltafaccia dei leader spirituali dei partiti ultraortodossi Ebraismo della Torah Unito (Utj) e Shas a causa della mancata approvazione da parte della coalizione di governo di una proposta di legge che esenti gli studenti delle yeshiva dalla leva militare. Un anno fa l’Alta corte di giustizia aveva stabilito che non esiste una base legale per questa esenzione che fino a oggi ha permesso agli ultraortodossi di evitare il servizio militare. Ma attualmente, circa 80 mila uomini haredi di età compresa tra i 18 e i 24 anni, pur idonei al servizio militare non sono arruolati. E di fronte alla carenza di personale con cui le forze armate israeliane si trovano a far fronte, per i leader religiosi delle comunità ultraortodosse la questione della coscrizione obbligatoria è diventata cruciale. Anche se la mozione superasse il primo voto, resterebbero da affrontare altri tre passaggi parlamentari. Tuttavia, il clima è teso e la possibilità di nuove elezioni si fa sempre più concreta.

Israele è sempre più isolato?
Non va meglio sul fronte esterno dove il governo israeliano si trova a fare i conti con una decisione inedita ma ampiamente annunciata: i governi di Regno Unito Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno deciso di sanzionare due ministri israeliani di estrema destra, per le loro posizioni sull’espansione delle colonie in Cisgiordania e sull’escalation della guerra a Gaza. Si tratta dei due leader di ultradestra ed esponenti di punta del governo di Benyamin Netanyahu, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e quello della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. In un comunicato congiunto, i ministri degli Esteri dei paesi firmatari li hanno accusati di “gravi violazioni dei diritti umani dei palestinesi” e di “istigare la violenza estremista”. La decisione – che prevede il divieto di ingresso e il congelamento dei beni personali – riguarda soprattutto la Cisgiordania, dove il leader di Sionismo religioso Smotrich ha recentemente annunciato la creazione di 22 nuove colonie, e sostenendo l’annessione totale del territorio palestinese occupato. Il messaggio politico è chiaro: rivolgersi alla società civile israeliana, prendendo al contempo le distanze, con cautela, dalle posizioni più oltranziste del governo più a destra della storia di Israele. Solo gli Stati Uniti hanno scelto di non unirsi al coro, forse in ossequio al principio di non interferenza nella politica dell’alleato mediorientale, o più probabilmente per affinità ideologiche tra l’amministrazione Trump e il governo attuale: ieri, l’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, ha affermato che Washington “non sostiene più pienamente la creazione di uno Stato palestinese indipendente” e ha suggerito che, se si dovesse istituirne uno, “potrebbe essere collocato altrove rispetto alla Cisgiordania”.
Nuove pressioni da Washington?
Nonostante le posizioni espresse ieri dall’ambasciatore americano, l’amministrazione di Donald Trump avrebbe fatto pressioni su Israele per una fine dei combattimenti a Gaza e frenando ogni possibilità di attaccare i siti nucleari dell’Iran. Lo riferisce la testata israeliana Channel 12 secondo cui in una telefonata di ieri con il premier Netanyahu, il presidente americano avrebbe detto di aspettarsi una cessazione delle ostilità “non solo raggiungendo un cessate il fuoco e un accordo sul rilascio degli ostaggi” attraverso il negoziatore Steve Witkoff “ma assicurandosi che la guerra finisca del tutto”, secondo l’emittente. Porre fine alla guerra faciliterebbe i negoziati con l’Iran e l’Arabia Saudita, avrebbe spiegato il presidente. Trump ha anche chiarito di non aver completato i suoi sforzi nei colloqui nucleari tra Stati Uniti e Iran, affermando che, nonostante la sua disapprovazione per l’ultima offerta iraniana, la porta non è chiusa. Ma in un’intervista al New York Post, il presidente si è detto meno fiducioso riguardo a un accordo con Teheran. “Sembra che stiano tergiversando, e penso che sia un peccato, ma ora sono meno fiducioso di quanto lo sarei stato un paio di mesi fa” ha detto Trump, avvertendo che, “se non raggiungono un accordo, non avranno un’arma nucleare” e ha aggiunto: “Sarebbe meglio farlo senza guerre, senza che la gente muoia, è molto più bello farlo così”.
Gaza: ancora spari sulla folla?
Alle tensioni interne e con gli alleati, non corrisponde un attenuamento delle violenze in corso a Gaza. Secondo il ministero della sanità della Striscia, è salito a 31 palestinesi uccisi e circa 200 feriti il bilancio della strage, l’ultima, in ordine temporale, verificatasi nei pressi di uno dei centri di distribuzione alimentare gestiti dalla controversa Gaza Humanitarian Foundation. L’esercito israeliano ha ammesso di aver sparato colpi di avvertimento contro persone che, a suo dire, si erano avvicinate alle sue forze in modo sospetto ma il divieto di accesso imposto ai media impedisce di verificare in modo indipendente la dinamica dell’accaduto. I palestinesi uccisi erano in attesa di ricevere aiuti umanitari nei pressi del Corridoio di Netzarim. Si tratta solo dell’ultima di una serie di sparatorie simili verificatesi da quando è entrato in vigore il nuovo, controverso sistema di aiuti nella Striscia, dove il mese scorso le Nazioni Unite avevano avvertito che l’intera popolazione di 2,1 milioni di persone era a rischio carestia, dopo che Israele ha bloccato tutte le consegne di aiuti, cibo, carburante e medicinali per più di due mesi. E a livello internazionale si moltiplicano le accuse: ieri, una commissione d’inchiesta Onu ha stabilito che gli attacchi israeliani contro scuole e siti religiosi e culturali a Gaza costituiscono crimini di guerra e il crimine contro l’umanità di “sterminio”. “È ormai evidente che Israele sta conducendo una campagna coordinata per annientare i palestinesi a Gaza”, ha dichiarato Navi Pillay, la presidente della commissione, che considera particolarmente preoccupanti “gli attacchi generalizzati contro le scuole non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania” e aggiungendo che “i bambini di Gaza hanno perso la loro infanzia”.
Il commento di Francesco Petronella, ISPI
“Molto spesso negli ultimi 21 mesi, cioè dal 7 ottobre 2023, abbiamo letto e scritto del premier israeliano Netanyahu come di un leader ‘sotto pressione’, sia dalle forze centrifughe all’interno della sua discutibile coalizione di governo, sia dai partner internazionali. Oggi, alla luce delle nuove sanzioni promosse da Londra contro i suoi due ministri più estremisti, delle indiscrezioni sempre più insistenti circa l’impazienza di Trump – che vorrebbe porre fine, anche temporaneamente – alla guerra contro la Striscia di Gaza, fino ai sussulti interni alla coalizione sul tema della leva obbligatoria, siamo all’ennesimo capitolo della saga ‘Netanyahu sotto pressione’. L’impressione, però, è che la sua strategia resti la stessa: guadagnare tempo, senza un obiettivo a lungo termine che non sia, semplicemente, la sua salvezza politica”. Tutto sta nel capire quanto (e quando) le pressioni, soprattutto internazionali, si trasformeranno in atti concreti”.
Alessia De Luca

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