• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Governare la sicurezza

Gli omicidi della giovane Aurora Livoli e del capotreno Alessandro Ambrosio, l’accoltellamento di un quindicenne a Milano, non sono episodi isolati né emergenze improvvise. Sono il segnale di un fallimento politico profondo: quello di uno Stato che ha rinunciato a governare i fenomeni sociali e il disagio, rifugiandosi nella scorciatoia della repressione simbolica e dell’allarme permanente. Da oltre tre anni il governo Meloni insiste su una narrazione fatta di “tolleranza zero”, decreti-legge e nuovi reati. Ma la realtà delle città italiane racconta altro: crescono i reati violenti, aumenta la sensazione di insicurezza e, soprattutto, nulla di ciò che è stato fatto ha protetto le persone più esposte; giovani, donne,lavoratori, pendolari.

di Eugenio Fusignani | 9 Gennaio 2026

Nel suo editoriale “L’illusione securitaria” su la Repubblica del 7 gennaio, Annalisa Cuzzocrea mette a fuoco un punto essenziale: in Italia il tema della sicurezza non è stato governato, ma rimosso e sostituito da una retorica securitaria che produce propaganda, non soluzioni.

Gli omicidi della giovane Aurora Livoli e del capotreno Alessandro Ambrosio, l’accoltellamento di un quindicenne a Milano, non sono episodi isolati né emergenze improvvise. Sono il segnale di un fallimento politico profondo: quello di uno Stato che ha rinunciato a governare i fenomeni sociali e il disagio, rifugiandosi nella scorciatoia della repressione simbolica e dell’allarme permanente.

Da oltre tre anni il governo Meloni insiste su una narrazione fatta di “tolleranza zero”, decreti-legge e nuovi reati. Ma la realtà delle città italiane racconta altro: crescono i reati violenti, aumenta la sensazione di insicurezza e, soprattutto, nulla di ciò che è stato fatto ha protetto le persone più esposte; giovani, donne,lavoratori, pendolari.

Il cosiddetto decreto sicurezza dell’aprile 2025 ha moltiplicato le fattispecie penali e criminalizzato il dissenso, senza rendere più sicuri i territori. Il decreto Caivano ha riempito gli istituti penali minorili come mai prima, ignorando i dati ufficiali del Ministero della Giustizia: la recidiva aumenta con il carcere, diminuisce con le misure alternative. Punire il disagio non significa governarlo.

Eppure, basterebbe uno sguardo alla storia recente per smontare la narrazione “dell’insicurezza senza precedenti”. Negli anni ’70 e ’80 la situazione era oggettivamente molto più grave: diffusione massiccia della droga, con interi quartieri delle città in mano agli spacciatori; tassi di omicidio più elevati; rapine; furti d’auto e soprattutto nelle auto, le spaccate dei finestrini per rubare le autoradio erano un fenomeno quotidiano. tutto questo si aggiungevano la violenza politica, il terrorismo e gli omicidi di mafia, che segnavano interi territori del Paese.

Eppure, pur in un contesto così duro, la società non viveva immersa in una percezione costante e paralizzante di insicurezza. Non perché i problemi non esistessero, ma perché non venivano trasformati sistematicamente in paura collettiva.

La sicurezza non era una bandiera identitaria né una leva di consenso. Nessun partito costruiva la propria forza politica sull’allarme permanente, nessun leader usava l’ansia sociale pro domo sua, nessun politico alimentava paure da cavalcare per costruirsi carriera o notorietà personale. E, non ultimo, non esistevano i social network a moltiplicare e deformare le paure, spesso al servizio di quella politica che richiamavo, esempre attraverso l’ignoranza rumorosa e aggressiva di una parte consistente dei loro frequentatori.

È qui la differenza decisiva tra governare la sicurezza e alimentare l’insicurezza. Governare significa riconoscere i problemi, affrontarli e contenerli con politiche pubbliche, presenza dello Stato e responsabilità istituzionale. Alimentare l’insicurezza, al contrario, significa esasperare i timori, semplificare la realtà e trasformare la paura in consenso a breve termine, un consenso che per continuare a esistere ha bisogno di p<rodurre continuamente nuove paure.

Oggi accade esattamente questo. La paura viene coltivata, amplificata e utilizzata come strumento di governo. Ma una società spaventata non è una società più sicura, è solo più fragile, più divisa, più facilmente manipolabile.

In questo quadro si colloca anche il tema dell’immigrazione, che andrebbe sottratto alla propaganda e ricondotto alla responsabilità politica. Il fenomeno migratorio esiste, è strutturale e va governato. Negarlo o strumentalizzarlo produce solo irregolarità, marginalità e insicurezza.

Governare l’immigrazione significa canali legali, accoglienza controllata, percorsi di integrazione, rimpatri effettivi per chi è pericoloso o non ha diritto a restare. Lasciare migliaia di persone ai margini non è umanità né fermezza: è abbandono istituzionale.

La tragedia di Aurora Livoli interpella direttamente questo modello. Non per l’origine dell’assassino, ma per la sua condizione: irregolare, già espulso, già noto come estremamente pericoloso. Lasciarlo libero di vagare non è umanità né fermezza ma semplicemente è abdicazione dello Stato.

Il decreto Cutro ha smantellato i percorsi di accoglienza ordinaria, escludendo i richiedenti asilo da sistemi che consentivano controllo, valutazione e integrazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più marginalità, più invisibilità, più rischio. Nel frattempo, centinaia di milioni di euro sono stati spesi per i centri in Albania: un’operazione costosa, inefficace e priva di reali risultati. Risorse pubbliche sottratte alla sicurezza vera, che avrebbero potuto rafforzare servizi sociali, salute mentale, politiche di integrazione e rimpatri realmente eseguibili

.Zone Rosse e Daspo urbani non risolvono il problema ma lo spostano. La violenza si allontana temporaneamente e poi ritorna, spesso aggravata. Intanto cresce in modo allarmante l’uso del coltello tra i giovanissimi, segno di una perdita di controllo culturale prima ancora che repressiva.

Servono scelte chiare: divieto effettivo di porto di armi offensive, sequestri immediati, sanzioni certe. Ma soprattutto servono politiche che il governo continua a ignorare: lotta alla povertà minorile, salute mentale, scuola, servizi sociali, giustizia di prossimità.

Nel 2024 il 26,7% dei minori è a rischio povertà ed esclusione sociale; tra i minori stranieri si supera il 43%. La spesa per la salute mentale resta ferma al 5% del PIL, contro l’11% della media OCSE. Nessun codice penale può colmare questi vuoti. La sicurezza è un bene pubblico, non uno strumento di consenso. In una Repubblica costituzionale non si garantisce moltiplicando i reati, ma rafforzando lo Stato: più forze dell’ordine, oggi ne mancano almeno 20mila, meglio formate e radicate nei territori; politiche sociali strutturali; una giustizia minorile orientata al recupero; un’immigrazione governata, non lasciata al caos.

Quando la politica sceglie la propaganda invece della responsabilità, produce solo insicurezza e divisione. La storia insegna due verità semplici: gli slogan non proteggono nessuno e la paura, usata come strumento di potere, non salva vite.

E se negli anni ’70 e ’80, con droga, rapine, furti, omicidi di mafia, terrorismo e violenza politica, la società riusciva a sentirsi relativamente sicura, ovvero non percepire insicurezza, oggi non è colpa dei problemi in sé, ma della loro gestione. In quegli anni nessuno si sarebbe sognato di chiamare in causa sindaci o assessori delegati, nessuno pretendeva che fossero sceriffi perché era chiaro a tutti che fossero amministratori e rappresentanti politici, non autorità di polizia, e che la sicurezza fosse una responsabilità primaria dello Stato.

Perché la sicurezza, in una Repubblica democratica, non è alimentare la paura ma governare i problemi:con lo Stato, con le politiche pubbliche, con la responsabilità di chi governa. Solo così le vite possono davvero essere protette.

Eugenio Fusignani

Pubblicato in : Editoriale

Info Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e marketing, svolge l’attività di geometra come libero professionista. Dal 2021 è presidente nazionale di Culturalia, settore culturale dell’Agci. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è vicesindaco del Comune di Ravenna

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti