
Il governo Meloni ha raggiunto il record di longevità della storia repubblicana. Il dato conta, ma non perché quattro anni di governo siano automaticamente un successo. Conta perché riuscire a governare stabilmente l’Italia significa tenere insieme un Paese che da decenni accumula problemi senza riuscire davvero a risolverli: debito enorme, crescita debole, produttività stagnante, spesa pubblica stratificata, popolazione che diminuisce e invecchia, natalità in caduta, salari bassi, burocrazia pesante, infrastrutture diseguali e uno Stato sociale costruito quando la piramide demografica era completamente diversa. Pensare che un governo, qualunque governo, possa cancellare tutto questo in una legislatura significa semplicemente confondere la politica con la magia.
L’Italia resta un Paese ricco di patrimonio privato e povero di crescita. Una parte enorme della ricchezza resta ferma nei conti, negli immobili o, figurativamente, sotto il materasso, mentre il sistema produttivo avrebbe bisogno di capitali, tecnologia, innovazione e dimensione. Lo Stato è indebitato fino al collo, le famiglie possiedono una ricchezza consistente e nel mezzo resta un’economia che da troppo tempo cresce poco. Questa è una delle contraddizioni italiane più profonde e non si risolve con un decreto, una manovra o una legislatura.
In questo quadro il governo Meloni ha fatto alcune cose bene. Ha garantito stabilità politica, ha mantenuto una linea internazionale più pragmatica di quanto molti prevedessero, ha confermato l’ancoraggio europeo e atlantico del Paese e ha evitato avventure finanziarie che, con il nostro debito, sarebbero state semplicemente irresponsabili. Sul lavoro i numeri sono migliorati, l’occupazione è cresciuta e la disoccupazione è scesa. Questo non significa che il problema sia risolto, perché i salari restano deboli, la produttività continua a crescere troppo poco e il potere d’acquisto ha subito una forte erosione, ma negare ciò che è migliorato soltanto perché governa la parte politica che non piace significa sostituire l’analisi con il tifo.
Anche il PNRR è stato portato avanti senza il disastro che molti avevano annunciato. Il governo lo ha ereditato, ma amministrare risorse, scadenze, opere e riforme dentro una macchina pubblica come quella italiana non era affatto scontato. Dove invece il governo avrebbe potuto fare di più è sulle riforme strutturali. Fiscalità, burocrazia, giustizia civile, energia, innovazione, produttività e dimensione delle imprese restano nodi irrisolti. È mancata soprattutto una visione industriale capace di dire con chiarezza dove dovrebbe stare l’Italia tra vent’anni, mentre il resto del mondo investe su intelligenza artificiale, automazione, energia, semiconduttori, tecnologie strategiche e nuove catene produttive.
Bisogna però smettere con le semplificazioni. L’Italia non è una macchina nuova da registrare, ma un sistema costruito in ottant’anni di stratificazioni, privilegi, rendite, categorie protette, bonus, pensioni anticipate, deroghe, sussidi e spesa pubblica spesso distribuita più per consenso che per strategia. Ogni governo ha aggiunto qualcosa e quasi nessuno ha avuto il coraggio di togliere. Per troppo tempo abbiamo distribuito più di quanto fossimo capaci di produrre, mentre la popolazione calava e invecchiava e il peso dello Stato sociale cresceva su una base produttiva sempre più stretta.
Sempre meno lavoratori dovranno sostenere sempre più pensionati, una sanità sempre più costosa e uno Stato sociale pensato per un Paese che non esiste più. Questo è il problema vero, quello che quasi nessuno vuole affrontare fino in fondo perché non porta voti e non si risolve con una conferenza stampa. Possiamo discutere per mesi di accise, aliquote e bonus, ma se la popolazione attiva diminuisce e quella anziana aumenta, prima o poi sarà la matematica a decidere al posto della politica.
Anche sulla sanità è troppo facile accusare il governo del momento. Le liste d’attesa sono un problema grave, ma il deterioramento del sistema viene da lontano. Sprechi, differenze territoriali, carenza di personale, programmazione insufficiente e decenni di interventi tampone non sono nati nel 2022. Meloni non ha risolto il problema, ma raccontare che avrebbe potuto farlo in quattro anni è poco serio. Lo stesso vale per la natalità. Un Paese non ricomincia a fare figli perché arriva un bonus. Le famiglie fanno figli quando esistono lavoro, sicurezza economica, case accessibili, servizi e fiducia nel futuro, condizioni che richiedono anni per essere ricostruite e probabilmente una generazione per produrre risultati visibili.
La critica al governo va quindi fatta sulle cose che poteva realisticamente fare e non ha fatto, non sulla favola che avrebbe dovuto riparare in pochi anni ciò che l’Italia ha accumulato in decenni. Ed è proprio qui che il confronto con le opposizioni diventa ancora più impietoso, perché un governo può essere criticato, contestato e sostituito, ma per sostituirlo serve qualcuno in grado di governare. Oggi questa alternativa continua a non vedersi.
Le opposizioni individuano spesso problemi reali e poi si fermano quasi sempre un secondo prima della domanda decisiva: come pensate di risolverli? Sanità, salari, pensioni, scuola, casa, precarietà, ambiente, welfare. Tutto giusto, ma appena bisogna spiegare dove prendere i soldi comincia la nebbia. La ricetta resta troppo spesso quella che conosciamo da decenni: più Stato, più spesa, più sussidi, più trasferimenti, più tutele, più bonus e possibilmente nessun taglio. È il pranzo gratis elevato a programma economico di un Paese già schiacciato dal debito.
Il paradosso è quasi perfetto. Si accusa il governo di non aver risolto in quattro anni problemi costruiti in ottanta e, nello stesso momento, si propongono molte delle stesse ricette che hanno contribuito a crearli. A questo si aggiunge una componente ideologica che in troppi casi sembra rimasta ferma a mezzo secolo fa. Ogni provvedimento diventa un’emergenza democratica, ogni conflitto politico finisce nel fascismo, nell’antifascismo, nella lotta di classe o in qualche altro reperto archeologico, mentre il resto del mondo discute di intelligenza artificiale, energia, difesa, semiconduttori, catene industriali, tecnologie strategiche e sicurezza economica.
Il problema non è avere idee di sinistra. Una democrazia ha bisogno di una sinistra moderna, competente e forte. Il problema è continuare a proporre ricette pensate per un mondo che non esiste più, mentre si pretende di governarne uno completamente diverso. Il cosiddetto campo largo rappresenta bene questa contraddizione. Dovrebbero governare insieme quelli che vogliono aumentare la spesa militare e quelli che vogliono ridurla, quelli che sostengono l’Ucraina e quelli che continuano a guardare Mosca con indulgenza, quelli che chiedono più Europa e quelli che hanno costruito una parte della propria identità politica contro Bruxelles, quelli che parlano di impresa e quelli che sembrano considerare il profitto quasi una colpa morale. Più che una coalizione sembra una comitiva costretta a dividere lo stesso taxi perché nessuno ha abbastanza voti per prenderne uno proprio.
Può bastare per battere Meloni? Certamente. Le elezioni si possono vincere sommando voti incompatibili, ma il problema arriva la mattina dopo, quando bisogna decidere cosa fare con il debito, come finanziare la sanità, chi pagherà le pensioni tra vent’anni, come gestire l’immigrazione, quale politica energetica dare al Paese, quale rapporto avere con NATO, Stati Uniti e Ucraina, come aumentare la produttività e come convincere una parte della ricchezza privata italiana a diventare investimento invece di restare immobilizzata. Su queste domande si misura una forza di governo, non sulle dichiarazioni indignate, sulle manifestazioni rituali o sulle emergenze democratiche proclamate a giorni alterni.
Ed è forse questo il più grande vantaggio politico di Giorgia Meloni: non avere davanti un’opposizione incapace di criticarla, perché quella esiste ed è rumorosissima, ma avere davanti un’opposizione che critica tutto senza essere ancora riuscita a convincere il Paese di saper governare qualcosa. Il bilancio del governo Meloni va quindi letto senza tifoserie. Ha fatto bene alcune cose, ne ha fatte male altre e ha lasciato irrisolti molti problemi, ma quei problemi non sono nati con Meloni e non scomparirebbero con Meloni.
Il punto non è stabilire se questo governo abbia salvato l’Italia, perché non lo ha fatto e probabilmente nessuno avrebbe potuto farlo in quattro anni. La domanda seria è se abbia migliorato abbastanza un Paese che da troppo tempo vive consumando capitale, risparmio, demografia e futuro. La risposta, per ora, è solo parziale, ed è proprio questo che rende il record meno celebrativo e molto più interessante.
Piero Terracina

Concordo, ma vado oltre. Quello che ammazza l’economia è una fiscalità eccessiva, che ha una componente che non viene mai evidenziata, il peso dei contributi previdenziali ed assistenziali obbligatori, con i minimali dovuti anche da coloro che non hanno reddito. Ed inoltre, il silenzio assordante del governo in materia di riduzione della spesa pubblica: basta leggere sui quotidiani quanta parte è destinata improduttivamente a sprechi intollerabili.
Meno spese, meno fisco, meno Stato
giuseppe giovanni frisone
Con i miei 10 anni in più rispetto all’autore, mi sento di sottoscrivere parola per parola (forse solo l’analisi della denatalità meriterebbe qualche ulteriore approfondimento, ma il discorso sarebbe troppo lungo). Bravo il musicista pensatore!