Macinano successi da anni, si mettono a disposizione di eventi di solidarietà con generosità ed entusiasmo, si dicono “non professionisti” perché svolgono nella vita di tutti i giorni altre attività, ma quando indossano gli abiti da scena cantano come dei veri professionisti e coinvolgono, commovendo, le platee di giovani e meno giovani che, sempre numerosi, vengono ad ascoltarli.
Sono i VOICES OF HEAVEN, coro Gospel diretto da Sandro Macelloni, giovane docente di pianoforte e tastiere presso la Music Academy Pisa e la Live Music Academy di Sarzana, arrangiatore, compositore, pianista e cantante per progetti ed artisti italiani ed internazionali, navigato studioso ed estimatore di questo genere musicale, anzi dovremmo dire generi musicali poiché gospel e spiritual non sono esattamente la stessa cosa, che in Italia sembra trovare un sempre più attento pubblico.
La loro attività parte da Pisa, sede operativa del gruppo, per muoversi non solo in Toscana ma in tutta la penisola portando, attraverso il loro canto, un messaggio dal sapore di storia, di memoria, di giustizia e di pace all’insegna di una spiritualità antica e profonda.
In occasione della IX edizione del Pisa Gospel Festival, da loro ideato e realizzato per la prima volta nel 2008, hanno ospitato una grande artista del Gospel internazionale, Lynn Campbell, premio Artsy 2017 per lo spettacolo; voce soprano di grande intensità, docente di Singing with Soul, corso da lei creato per avvicinare i giovani al canto Gospel e Spiritual nello stile soulful del sud degli Stati Uniti, presenza di eccellenza in numerosi cori italiani ed americani, Lynn Campbell ha affiancato il repertorio proposto dai Voices of Heaven regalando al pubblico del teatro Verdi di Pisa momenti di grandissima emozione come voce solita.
Attraverso un intenso cammino dentro la sofferenza e la discriminazione illuminato da una grande fede e da una inesauribile speranza, il programma ha regalato pagine importanti sia delle work songs degli schiavi delle piantagioni americane che del Gospel tradizionale e moderno mostrando come tutta la musica contemporanea ha subito questa preziosa “contaminazione” che l’ha rivoluzionata arricchendola di nuovi elementi ritmici e melodici.
Per meglio conoscere sia il gruppo che il suo direttore, abbiamo incontrato e intervistato Sandro Macelloni.
Perché si è avvicinato a questo genere musicale?
Adoro questa musica (dagli Spiritual del ‘500 ai fusion-gospel contemporanei) , fin da bambino. L’ex direttore dei Voices Of Heaven mi chiamò nel 2010 come pianista per il primo Pisa Gospel Festival e, in un modo o nell’altro, da allora non ho mai abbandonato questa realtà: pianista, poi vocal coach, poi direttore. Per me, da cristiano, è molto più che musica: è espressione di me e ciò che rende la vita un puro e semplice miracolo. Quasi sempre, al giorno d’oggi, la musica è strumento di qualcosa che con l’arte e il cuore non c’entrano niente. Diventa strumento di guadagno, un prodotto confezionato e offerto nel modo più accattivante possibile a un pubblico che rimane inconsapevole. Quel tipo di musica, per me, è solo aria che vibra, è puro suono. Nel Gospel è impossibile vivere la musica in questo senso perché il suono e l’atto musicale sono e possono essere strumento di una sola cosa: l’anima. Non fai Gospel se non credi in quel che stai cantando.
Quando l’idea di far nascere, a Pisa, un coro Gosperl?
Il Voices Of Heaven Gospel Choir non è una mia creazione: nasce formalmente a febbraio 2007, quando si è costituito come Associazione Culturale, poco meno di un anno dopo la prima prova in organico. All’epoca il coro era molto diverso e io stesso ne ignoravo l’esistenza! Il merito non è mio, ma di chi faceva parte del coro prima di me, un manipolo di studenti e, ovviamente, dell’ex-direttore Massimo Di Pietro.
Gospel e spiritual non sono esattamente la stessa cosa: ci può indicare le origini di queste musiche?
La storia della musica Gospel e Spiritual è pura poesia. Occorre precisare innanzitutto che col termine Gospel (che significa letteralmente “buona novella”, “vangelo”) ci si riferisce in senso generico alla tradizione musicale afro-americana, che comprende diversi generi (tra cui lo Spiritual) ma condivide la stessa radice: gli schiavi deportati. Gli africani ridotti in schiavitù durante il periodo della tratta degli schiavi (qualcosa come 10-12 milioni di persone) erano costretti, come sappiamo, a lavorare nelle piantagioni, nelle case, nelle attività dei ‘padroni bianchi’. Nella quasi totalità dei casi, per facilitare il processo di subordinazione, era proibito loro conservare e praticare le usanze religiose tribali, tra cui ovviamente (sono elementi su cui la cultura africana si fonda) la musica e il canto. Ma, si sa, il cuore di un essere umano è più forte di qualsiasi proibizione, anche quando questa si maschera di politica, economia e un odioso, folle senso di diritto. Gli schiavi hanno cantato, suonato e ballato per secoli (più o meno tra il XVI e il XIX secolo) inizialmente imitando, anche alla lettera, le pratiche musicali sacre cattoliche e protestanti, poi creando qualcosa di nuovo. Per fare un esempio, i primissimi canti non erano altro che piccole frasi cantate da un leader e ripetute in modo identico dagli schiavi vicino a lui, un po’ come un sacerdote fa con l’assemblea dei fedeli durante una funzione religiosa. I testi erano racconti di vita, lamentazioni per la propria condizione di schiavi, si riferivano al lavoro nei campi e alla mancata libertà (le cosiddette work songs, le canzoni del lavoro), ma erano anche (e col passare del tempo, quasi esclusivamente) delle preghiere di liberazione, di lode, di richiesta di aiuto. La conversione al cristianesimo e alla chiesa protestante di un numero sempre più crescente di schiavi, l’integrazione di questi nelle chiese, la nascita delle cosiddette black church (comunità religiose formate interamente da afroamericani), ha permesso alla nascente musica Spiritual e ai cosiddetti traditional negro spirituals (“spiritual tradizionali dei neri”) di evolversi enormemente e se tutto è inziato con una decina di schiavi che cantavano mentre lavoravano i campi, già all’inizio dell’800 si può parlare dei primi camp meeting (un servizio religioso imponente che contava, a volte, migliaia di persone, radunate e accampate per pregare, ascoltare sermoni, testimoniare, condividere la propria fede e soprattutto cantare, per ore e ore, anche giorni, di seguito) nei quali possiamo trovare musiche molto più complesse e articolate delle work songs e un numero sempre più crescente di compositori e arrangiatori ‘colti’ iniziarono a interessarsi a questo stile, arrangiando e persino componendo opere spiritual. Dopo l’abolizione ufficiale dello schiavismo, iniziata in Inghilterra e diffusasi a macchia d’olio fino in America (1865), gli schiavi liberati continuarono a mischiare l’ormai radicato stile dello Spiritual, cantando e suonando (alcuni di loro ne fecero una vera e propria professione) opere vecchie e nuove e anche arricchendo il tutto con accompagnamento musicale e basi ritmiche ispirate al Blues, Rythm & Blues, Boogie, Jazz, ecc (la cosiddetta black music, generi che devono la loro esistenza e identità all’influenza della cultura tribale africana). Si parla per la prima volta di ‘musica gospel’, intendendo uno stile che fa uso di grandi cori, solisti eccezionali e musicisti, negli anni venti del ‘900. È strabiliante come in uno dei periodi di maggior divisione, senso di differenza, razzismo e violenza (nati e maturati nel periodo della Tratta) che la storia umana ricordi, e tutto ciò che ha comportato per i milioni di africani schiavizzati, abbia favorito la più grande integrazione, assimilazione e fusione della storia della musica e probabilmente dell’arte in generale. Per me tutto questo ha dell’incredibile, ne subisco il fascino ogni volta e non riesco a non provare un enorme senso di ammirazione, riverenza e gratitudine per ciò che abbiamo ereditato tutti noi da questi “musicisti inconsapevoli” e per poter vivere tutto ciò in prima persona attraverso la musica.
Cantare gospel o spiritual non è esattamente come cantare rock o pop: il messaggio contenuto in queste canzoni raggiunge il pubblico dei vostri ascoltatori?
Decisamente no, non è la stessa cosa. Io vengo dal rock, soprattutto dal progressive rock, per certi aspetti addirittura dall’heavy metal. Non vai certo a un concerto Gospel per saltare, ballare, ‘pogare’ e osannare un chitarrista che fa un assolo. Durante i nostri show, dal primo concerto che ho intrapreso come direttore, mi prendo del tempo per spiegare, contestualizzare, raccontare le canzoni che cantiamo, o alcune di esse, condividendo il mio sapere e i nostri punti di vista sul contesto storico, sul tipo di arrangiamento scelto, sul messaggio al di là delle note che anche un perfetto ignorante di musica può sentire, pur non capendolo tecnicamente. È difficile (perché non si deve mai dire troppo, né troppo poco), ma quando vedi il pubblico in lacrime, o incapace di non sorridere, o in piedi ad applaudirti, senza neanche sapere come ti chiami, sai di aver fatto la cosa giusta, che va al di là della performance: io la vedo come pura condivisione della Bellezza di questa arte e dell’enorme retaggio di un popolo eccezionale.
Voices of Heaven (a proposito, perché questo nome?) opera all’insegna della solidarietà: un’altra scelta che segna profondamente il vostro cammino artistico…
Almeno quanto la scelta musicale. Penso che non esista niente di più adatto del Gospel (che nasce come musica completamente libera dalle logiche di mercato), per fare beneficenza al 100% e senza compromessi. C’è una coerenza storica, nella genesi della musica e dei testi, e nella “funzione” che questa musica assume per chi la pratica e la ascolta, ben al di là dell’intrattenimento, introvabili in nessun altro genere. È emozionante, è vero, è intenso. Per questo, tutti noi (coristi, band, direttore, chiunque partecipi attivamente alla ‘macchina Voices Of Heaven’) sono volontari: la musica, nel nostro caso, è al servizio dell’uomo e non il contrario, come ahimé troppo spesso accade. Non ricordo perché venne scelto questo nome nel 2006. Mi piace pensare però che sia un riferimento alla qualità delle voci e degli arrangiamenti (ride), cosa che suona molto come un complimento a me e soprattutto alla nostra vocal coach, M° Adriana Crispo.
In Toscana quante realtà simile alla vostra ci sono?
Di cori Gospel (o che aprono al repertorio Gospel) ce ne sono in Toscana quasi una quarantina. Non li conosciamo tutti direttamente, abbiamo collaborato all’incirca con una quindicina, per ora!
Quasi tutti però si concentrano più sul Gospel moderno accompagnato, in particolare contemporaneo e a linee pop, senza includere o includendo molto raramente lo Spiritual a cappella.
È forse per questo che nasce il Pisa Gospel festival?
Il Pisa Gospel Festival è nato nel 2010 con l’intento di diffondere maggiormente questo patrimonio musicale nella città di Pisa e in Toscana ed organizzare un grande evento di beneficenza per enti ed associazioni del territorio pisano. Nell’arco dell’anno facciamo comunque molti concerti insieme ad altri cori, ma in sede di festival, la collaborazione con altri cori ‘colleghi’ è un effetto quasi automatico (e benvoluto). Spesso comunque rinnoviamo il format del festival (un concerto con altri cori, un ospite straniero, contaminazioni con altre arti, ecc), perciò non è mai una costante.
Questa edizione ha visto al vostro fianco una grande artista, Lynn Campbell: quali sinergie tra voi e i grandi interpreti del gospel internazionale?
Comprensibilmente, portare artisti stranieri in Italia non è facile: occorrono molti fondi e se la priorità è la beneficenza, non è etico provvedere al biglietto aereo, al soggiorno e a tutte le spese, senza dei solidi sponsor. Quest’anno, con nostra grande gioia, siamo riusciti ad ospitare Lynn Campbell. Non è il primo ospite presente a un Pisa Gospel Festival, ma è di sicuro il più celebre, segno che questa realtà sta crescendo di anno in anno. Speriamo sia l’inizio di una lunga lista. I meriti vanno agli sponsor e al Consiglio Direttivo dei Voices Of Heaven, che si sono dati molto da fare per rendere tutto questo possibile.
Stefano Mecenate






Lascia un commento