
di Eleonora Tafuro Ambrosetti*
Quando si parla di attori esterni in Asia centrale, la discussione si concentra tradizionalmente su Russia e Cina. Negli ultimi anni, però, il quadro si è fatto più affollato: Turchia e Unione europea hanno potenziato la loro presenza, mentre anche l’Iran cerca di sfruttare la posizione della regione lungo le nuove rotte commerciali eurasiatiche. Più silenziosamente, anche i Paesi del Golfo stanno costruendo una presenza sempre più significativa.
I sei membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) – Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar – hanno intensificato i rapporti con i cinque Paesi dell’Asia centrale con il primo vertice GCC-Asia centrale, tenutosi a Gedda nel luglio 2023. Il secondo era previsto a Samarcanda nel maggio 2025, ma non si è svolto ed è stato rinviato a data da destinarsi di comune accordo tra le parti coinvolte.
Al di là della limitata istituzionalizzazione del dialogo politico, i rapporti economici stanno crescendo rapidamente. Secondo l’ultimo rapporto dell’Eurasian Development Bank (EDB), pubblicato a gennaio 2026, il commercio fra GCC e Asia centrale è cresciuto di 4,2 volte negli ultimi cinque anni. Inoltre, quasi il 96% dello stock di investimenti dei Paesi del Golfo nell’intera area eurasiatica (23,9 miliardi di dollari nel 2025, in aumento dai 21,6 miliardi del 2024) è concentrato in Asia centrale. Gli Emirati sono di gran lunga il principale investitore, con un portafoglio di 16,1 miliardi di dollari (il 68% del totale). Seguono l’Arabia Saudita con 4,2 miliardi, il Qatar con 2,4 miliardi e l’Oman con 1,1 miliardi.
Dall’energia all’agricoltura: un portafoglio sempre più ampio
L’energia resta una delle principali aree di investimento per i Paesi del Golfo. Questi hanno trovato in Asia centrale una regione con enormi esigenze di investimento nella produzione elettrica e un potenziale considerevole per le rinnovabili. Nel periodo 2024-2025, il settore energetico ha assorbito oltre la metà dei nuovi investimenti provenienti dai Paesi asiatici nell’area eurasiatica, e circa 5 miliardi di dollari di questi nuovi investimenti nel settore energetico sono arrivati dalle monarchie del Golfo, soprattutto per progetti legati allo sviluppo delle rinnovabili.
Il caso più evidente è l’Uzbekistan. La saudita ACWA Power è diventata uno dei principali investitori stranieri nel settore energetico del Paese, con progetti che comprendono centrali eoliche, solari e sistemi di accumulo. Nel 2024 sono entrati in funzione la centrale a ciclo combinato di Sirdarya da 1.500 MW e Riverside Solar Project, un impianto solare da 200 MW con batteria da 770 MWh. A maggio 2026 il governo uzbeko ha definito ACWA Power un partner chiave per la transizione verso l’energia verde. Anche gli Emirati hanno una presenza particolarmente forte nel Paese. Nel dicembre 2025 Tashkent stimava in 20 miliardi di dollari il portafoglio complessivo di progetti con aziende emiratine, comprendente energia, trasporti e logistica, industria alimentare, estrazione mineraria e metallurgia. In particolare, la compagnia emiratina Masdar ha implementato negli ultimi sei anni progetti energetici per 1,5 miliardi di dollari.
In Kazakistan gli Emirati sono entrati nel 2025 tra i primi cinque investitori stranieri, con circa 1,64 miliardi di dollari di investimenti. Fra i progetti di punta c’è il parco eolico da 1 GW nella regione di Zhambyl sviluppato da Masdar, uno dei maggiori progetti di energia rinnovabile dell’Asia centrale.
Oltre all’energia, agricoltura e gestione dell’acqua sono particolarmente rilevanti per Paesi del Golfo, alla ricerca di sicurezza alimentare e nuove opportunità di investimento. Secondo l’EDB, il mercato annuale dell’Asia centrale per le apparecchiature di irrigazione vale circa 426 milioni di dollari, mentre quello della fornitura idrica può raggiungere i 2 miliardi.
Anche la connettività è un settore naturale di convergenza. Le monarchie del Golfo – che negli ultimi decenni hanno investito massicciamente nel trasformare porti, aeroporti e piattaforme logistiche in hub globali – guardano all’Asia centrale come a un’estensione delle proprie reti commerciali verso Cina, Caucaso ed Europa. L’importanza della regione per i Paesi del GCC sta aumentando anche alla luce del fatto che l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC) sta affrontando crescenti sfide politiche e di sicurezza: le implicazioni a breve e medio termine della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, le ripercussioni della guerra a Gaza, l’instabilità nel Mar Rosso e le dinamiche di normalizzazione irrisolte con Israele hanno complicato notevolmente la fattibilità del progetto. Questo spinge le monarchie del Golfo verso strategie di connettività diversificate e sovrapposte, tra cui la partecipazione alla Belt and Road Initiative (BRI) della Cina e al Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud (INSTC), che ridurrebbero significativamente la distanza logistica dell’Asia centrale dai mercati del Golfo.
Da “potenza media” a “potenza media”
Nella strategia geoeconomica dei Paesi del GCC in Asia centrale, c’è anche una componente geopolitica legata alla loro immagine di potenze medie: non cercano una posizione egemonica comparabile a quella delle grandi potenze eurasiatiche, ma dispongono di risorse finanziarie sufficienti per influenzare concretamente le traiettorie di sviluppo dei partner. Per gli Stati del Golfo, la regione è attraente sotto molto punti di vista, incluso in termini di nuovi mercati per le rinnovabili. Per i Paesi centroasiatici, l’offerta è altrettanto attraente: capitali, tecnologia e infrastrutture senza la necessità di scegliere fra le grandi potenze, soprattutto Russia e Cina.
Mosca conserva legami economici, politici e di sicurezza profondi, mentre Pechino è ormai il principale partner commerciale della regione: secondo dati ufficiali cinesi, nel 2025 gli scambi fra Cina e i cinque Paesi dell’Asia centrale hanno raggiunto il record di 106,3 miliardi di dollari, con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente e un marcato aumento anche dello stock di investimenti cinesi in Asia centrale.
Gli investitori del Golfo offrono invece una possibilità di diversificazione. Per Astana e Tashkent, anch’esse con ambizioni e profili da “potenza media”, la relazione con Abu Dhabi, Riyadh o Doha non implica la stessa dipendenza da una grande potenza vicina. Inoltre, esistono elementi di familiarità culturale e religiosa che possono facilitare i rapporti.
Un rapporto ancora in costruzione
La crescita degli investimenti, tuttavia, non significa che il Golfo stia sostituendo Russia o Cina. La scala dei rapporti commerciali e degli investimenti, soprattutto cinesi, resta molto diversa. Inoltre, Kazakistan e Kirghizistan fanno parte dell’Unione economica eurasiatica, unione doganale ed economica che rafforza la posizione russa in questi Paesi.
Il fenomeno della presenza delle monarchie del Golfo in Asia centrale è poi più recente e meno istituzionalizzato di quanto suggeriscano le cifre. La mancata convocazione del secondo vertice GCC-Asia centrale nel 2025 ne è un segnale. Le ragioni non sono state chiarite pubblicamente e sarebbe prematuro attribuirle a una singola causa, anche se l’instabilità e le tensioni nella regione del Golfo nel 2025 hanno certamente complicato l’agenda diplomatica.
In ogni caso, la regione sta assistendo, ormai da qualche anno, all’emergere di un ulteriore polo di capitale, tecnologia e connessioni economiche in un momento in cui la diversificazione politica ed economica è un imperativo per i Paesi centroasiatici. Per Kazakistan e Uzbekistan, in particolare, il Golfo rappresenta una fonte di investimenti sufficientemente grande da avere un impatto concreto, ma sufficientemente distante da non trasformarsi necessariamente in una nuova dipendenza geopolitica.
Eleonora Tafuro Ambrosetti
*Istituto Ispi

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