Dopo Stiglitz ora un altro economista disegna il modello di uscita ‘morbida’ per i PIGS.

Il sasso nello stagno, per così dire, l’aveva gettato il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, affermando: “L’austerity non funziona. È come togliere sangue a un paziente fino a farlo morire … il costo di questa continua recessione sarebbe superiore al beneficio del sistema euro”.
Qualche giorno or sono sul Barron’s, il più autorevole magazine finanziario americano, che fa parte del gruppo di ‘The Wall Street Journal’, Ross Mcleod, professore dell’Australian University Crawford School, ha scritto un articolo dal titolo esplicito: “Come lasciare l’euro”. Nel lungo articolo l’ipotesi di un’uscita è collegata all’incertezza di dover affrontare una fase transitoria in cui gli euro potrebbero esser confiscati e sostituiti d’imperio da una moneta nazionale di valore incerto, con la conseguenza di scatenare anni di caos: “La Grecia, o qualsiasi altro Paese nell’Eurozona, potrebbe facilmente reintrodurre una moneta nazionale senza generare quei disastri economici e finanziari che sono stati prefigurati fino ad ora, a patto che segua il meccanismo giusto”.
Ma tutto questo, obietta l’autore, si può evitare. La Grecia, il Paese preso come esempio (ma l’ipotesi può riguardare anche l’Italia), potrebbe reintrodurre una moneta nazionale lasciando al mercato il compito di fissarne il valore. La banca centrale dovrebbe dichiarare la propria disponibilità a comprare euro da banche e privati utilizzando le nuove dracme. Il processo dovrebbe essere volontario ma, dopo un periodo di transizione, le transazioni col settore pubblico dovranno avvenire solo in dracme. Per quanto riguarda il tasso di cambio, l’istituto nazionale di emissione ne fisserà uno iniziale, stabilendone in tre anni la transizione, al termine della quale recupererà i poteri di signoraggio sulla moneta.
Certo, scrive giustamente Mcleod, “anni di finanza pubblica irresponsabile e di omessi controlli nei confronti del sistema bancario non si cancellano ripudiando l’euro”, ma quel che conta, conclude, “è capire che l’uscita dall’euro non equivale ad una condanna all’inferno: un passo indietro con ordine e senza far drammi è possibile”.
La praticabilità della proposta dell’economista è, ovviamente, da verificare, ma il valore dell’articolo è, in primo luogo, “politico”: la cosiddetta “periferia” dell’euro, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna (i “PIGS”), stremata dai tagli ai consumi, può dotarsi di orgoglio e di autostima rinnovati, abbattendo il tabù dell’euro.
Prendiamo, ad esempio, oltre all’Italia uscita dalla procedura d’infrazione, il Portogallo, che nel 2008 accusava un disavanzo delle partite correnti del 13% del Pil, quest’anno sarà in surplus dell’1 e l’anno prossimo, secondo Citibank, del 3, poco sotto alla Germania. Per ottenere questo risultato, Lisbona ha sopportato sacrifici e drammi sociali e ha messo in ordine il saldo delle partite correnti grazie al crollo dei consumi e all’aumento dell’export.
Arrivati a questo punto, i cosiddetti “PIGS” potrebbero legittimamente domandarsi, che senso può avere l’appartenenza all’euro, che pone al riparo solo la Germania dal rischio competitivo nei confronti di altre economie.

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