
Un po’ “Novecento” e un po’ “L’albero degli zoccoli” e un po’ quei ricordi che sono sedimentati nella nostra memoria di vita vissuta, ma anche di vita raccontata, dalle nonne, dalle zie, da chi ci ha preso per mano da bambini. Emerge potente quella vita, un po’ sospesa e un po’ in discesa, della corte agricola negli ultimi giorni dell’anno tra Natale e San Silvestro, tra la notte di Gesù Bambino e la notte dell’anno che finisce e dell’anno che verrà. Riti e magie nostrane, tradizioni e consuetudini che si tramandano senza bisogno di lezioni. In campagna, nella corte agricola, dove vivevano e abitavano una volta tante famiglie quante adesso farebbero un paese, un piccolo paese, era tutto un preparativo di eventi e raduni, di celebrazioni e riti, religiosi e agricoli, collettivi e personali. Preparativi per le feste dalla Vigilia al Capodanno, e poi oltre fino alla Epifania, anzi fino a Sant’Antonio che era un prolungamento delle feste di fine d’anno, e preparativi per l’evento economico della stagione ovvero la produzione di salami e cotechini, coppe e cicciole nella casa che diventava per qualche giorno quasi una artigianale fabbrica di salumi. Giorni sospesi e in discesa verso la fine dell’anno nel mondo della corte agricola dove il freddo e la neve non davano troppo fastidio perché quel mondo era abituato al freddo e al gelo, alla neve e alla nebbia, perché in quel mondo di fine anno continuava il lavoro in stalla e in casa come in tutto il resto dell’anno.
Quando la corte agricola aveva anche allevamenti e produzione di latte, ed era quasi la norma, era come stare in una fabbrica a ciclo continuo, in un servizio che ora definiremmo essenziale, che non si ferma per le feste e le ferie ma che continua anche quando gli altri fanno festa e vanno in ferie perché una stalla, com’è noto, non va in ferie e non fa festa. Era anche questo ciclo continuo della vita in campagna che trasformava i giorni di fine anno in giornate epiche e al contempo normalissime. Mentre in altre stagioni la corte aveva come protagonista l’aia, ovvero la piazza della stessa corte, luogo di raduno di persone e di ammasso di prodotti, luogo di scambio e visite, d’inverno la protagonista era dentro in casa, era nella stanza più grande della casa, la cucina che solitamente era anche la principale sala da pranzo, dove oltre al tavolo quadrato di noce pesantissimo, dove potevano sedere a pranzo e a cena dalle dieci alle sedici persone, oltre alla credenza, oltre al tavolo di servizio solitamente di marmo spesso e con le gambe di legno bianco, ebbene protagonista di quella stanza. oltre a tutti quei mobili, era la stufa a legna che insieme con la cassetta per la legna e qualche tavolino d’appoggio, occupava un’intera parete, spesso vicino alla finestra.
La stufa a legna era un monumento, una protagonista indiscussa e indiscutibile della vita e dei riti dell’inverno in campagna. Era tutto. Era fornello e caldaia, era scaldavivande e produzione di braci, era termosifone e forno, era persino una compagnia visiva per la sua bellezza di forma, diremmo ora da design, una compagnia sonora per lo scoppiettio della legna e il rumore del fuoco. Mica poco. Sulla stufa la nonna faceva il brodo delle feste nella grande pentola che ti sembrava di aver visto solo nelle favole, una pentola infinita che serviva per fare i cappelletti del Natale per una ventina di persone. E il piano della stufa come tutte le stufe a legna aveva gli anelli, dal più piccolo al più grosso, che consentiva di mettere a contatto con in fuoco il piccolo tegamino o la grande pentola da venti. Dentro bollivano carni e ossa, verdure e legumi, pezzi di pollo e pezzi manzo e poco prima di preparare il brodo schiumato per la cottura dei cappelletti c’era chi si sacrificava, tra zie cugine e parenti vari, ad assaggiare in via preventiva pezzi di quel patrimonio di gusto che era stato cotto nella pentola e veniva chiamato lesso, o i lessi. C’era la zia che si dedicava ad assaggiare creste e zampe di gallo, fegato e collo, ma c’era anche chi aspettava che la nonna tagliasse pezzi di petto e di coscia da far assaggiare ai bambini più piccoli della covata e della casata.
Tutto questo come aperitivo, come antipasto, come anteprima del pranzo delle feste ma anche di altri giorni quando si preparavano i piatti per i pranzi delle feste con largo anticipo. Eh la stufa. C’era sempre un tegamino con un po’ di latte, pronto all’uso, pronto al consumo. Poi qualcuno metteva le bucce delle arance per fare un po’ di profumo agrumato e altri preferivano mettere sulla grande piastra le croste del formaggio, residue della maxi grattuggiata del grana per la pioggia sulla pasta e sui cappelletti. E le croste facevano le sbolge e bisognava stare attenti a non scottarsi la lingua e le labbra. Ma in fondo erano lezioni di vita. Negli angoli della grande piastra della stufa stazionavano tegami e tegamini tenuti a scaldare contorni di verdure o pezzi di frittata che erano rimasti dalla colazione del primo mattino, o fette di cotechino scampate all’assalto della cena della sera prima. C’era sempre qualcosa sulla stufa pronto per mangiare, per uno spuntino. E se non c’era, si faceva presto a mettere qualcosa in campo. Riti e vita in corte agricola davanti alla stufa che a volte si combinava col camino, e dove spesso si facevano riunioni in piedi attorno al grande tavolo con la tovalgia pronta.
Gli ultimi giorni dell’anno sono sempre un po’ speciali perché senti il bisogno di fare bilanci, chiudere o aprire vecchie e nuove “partite”, fare inevitabili confronti con gli anni precedenti e tentare previsioni per quelli futuri. Normale. In campagna ti sembra di sentirli più addosso quei brividi del tempo che segna la stagione delle feste lunghe, nel contatto fra generazioni allungate e trasversali e immersi nel mondo di terra, di fuoco e di acqua, dove lo sguardo si allunga per chilometri. Ci sarà stato anche un po’ di fumo in quella stanza dove la nonna imperava da rasdora e spesso si creavano filòs inaspettati, tra gente che veniva e gente che andava, e ma anche quel fumo faceva parte dei riti e della vita della corte di campagna, come ingrediente del rito di passaggio che si studia in antropologia. Magari tossivi un po’ e poi ti buttavi su una crosta di grana abbrustolita o su un pezzo di polenta rimasto a rosolare e tutto era risolto. Aprivi la finestra soffiava per qualche minuto l’aria fredda della campagna di fine dicembre e allora sentivi anche i brividi delle storie che raccontava la bisnonna e lo zio tornato per le vacanze, robe da favola e da sogno, robe d’altri tempi che in campagna sono sempre nel cuore. Un po’ da albero degli zoccoli e un po’ da Novecento e un po’ dai film delle nostre vite che si sono specchiate in miti e leggende, così forti da sembrare vere. Di ieri.
Fabrizio Binacchi

Lascia un commento