
Nel pieno della guerra fredda il presidente Sandro Pertini, nel messaggio di fine anno del 1979 indicò una strada chiarissima in un mondo diviso tra blocchi contrapposti: “L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame”.
Oggi con i governi di destra e un sostegno anche di larga parte dei socialisti, l’Europa si prepara a sostenere un salto di spesa militare senza precedenti, guidato dalla Germania.
In Italia, l’obiettivo dichiarato del governo Meloni è arrivare al 2% del PIL. In pratica: circa 15 miliardi in più, dal livello attuale intorno ai 23 miliardi fino a circa 38 miliardi di euro. Tradotto: 104 milioni al giorno. Denaro che inevitabilmente viene sottratto ad altri capitoli cruciali dello Stato.
L’aumento di spesa viene raccontato come inevitabile, quasi fosse l’unica scelta razionale. Ma guardando alle cifre complessive, la tesi scricchiola.
Con i bilanci già previsti dai paesi membri, la NATO dispone di una potenza militare immensamente superiore ai principali avversari geopolitici. I circa 30 paesi dell’Alleanza arrivano a spendere complessivamente intorno a 1.100 miliardi di dollari. Se invece mettiamo insieme Cina, Russia e India, arriviamo a circa 390 miliardi. E solo gli Stati Uniti, da soli, stanno su un livello che supera la metà di quel totale (circa 778 miliardi l’anno). Se ragioniamo in termini di blocchi e non di singole bandierine nazionali, è evidente che non siamo davanti a una “difesa insufficiente” dell’Occidente.
Ma la tesi dei bellicisti italiani ed europei è che non ci si può più fidare degli USA di Trump.
Anche restringendo il campo all’Europa, la sproporzione resta. Francia, Germania, Italia e Regno Unito, sommati, superano già di molte volte la spesa russa: quindi, sul piano strettamente territoriale, la deterrenza è già ampiamente garantita.
L’Italia, già da sola, con i suoi 28,9 miliardi spende più di quanto spende Israele con 21,7 miliardi, pur essendo uno Stato perennemente in guerra, e più di stati ben più grandi come l’Australia (27,5), il Canada (20,8) o il Brasile (19,7).
Il fatto è che gli Stati Uniti vogliono mantenere la leadership nella NATO spendendo relativamente meno e scaricando più oneri sugli europei. L’aumento non nasce da una vera “autonomia strategica” europea: nasce dal riequilibrio dei costi dentro un’alleanza guidata dagli USA. Non è una scelta di emancipazione: è una scelta di contribuzione e di subordinazione a Trump.
Inoltre, in assenza di un esercito europeo e di una politica estera europea , con Stati che comprano e pianificano in ordine sparso, l’aumento appare soprattutto un’operazione che avvantaggia i produttori di armamenti e alleggerisce – indirettamente- il conto americano che ci impone oltretutto di comprare le sue armi.
Il quadro europeo assomiglia sempre più a una guerra fredda rimessa in moto che si avvicina sempre più al rischio di una guerra calda con la Russia.
In ogni caso, il protrarsi del conflitto in Ucraina alimenta questa dinamica: più la guerra dura, più si consolidano dipendenze, paure, spese e vincoli.
Nel frattempo l’Europa rallenta, cresce meno, dipende di più dagli USA. E così si allontana la costruzione di una vera federazione europea, si indebolisce la forza della moneta unica, e si moltiplicano tensioni interne: perché riarmare in modo disordinato, Stato per Stato, non unisce, ma mette in competizione con il conseguente rischio dell’insorge dei vecchi nazionalismi europei.
A ringraziare c’è l’apparato industriale militare che va a gonfie vele.
Un’analisi di Vertical Research Partners per il Financial Times calcola che nel 2025 gli azionisti dei principali gruppi europei della difesa incasseranno circa 5 miliardi di dollari.
In testa alla corsa troviamo le britanniche BAE Systems e Babcock International, le francesi Thales e Dassault Aviation, le tedesche Rheinmetall e Hensoldt, la svedese Saab, e l’italiana Leonardo. Quest’ultima, spinta dal riarmo europeo e dal boom delle commesse aeronautiche, nei primi nove mesi del 2025 ha totalizzato ricavi per 13,4 miliardi di euro (+11,3%) e un risultato operativo – il saldo tra costi e ricavi, al netto di imposte e interessi – di 945 milioni (+18,9%). L’utile netto sarebbe arrivato a 466 milioni (+28%).
I profitti nell’epoca del capitalismo finanziario non dipendono solo dalla vendita di missili e carri armati. Dipendono anche –e forse soprattutto– dalla spinta che le decisioni pubbliche danno ai listini. Bilanci nazionali orientati al riarmo e promesse della Commissione europea – 800 miliardi di euro per comprare armi anche a debito – hanno fatto da leva finanziaria. Prima ancora che le linee di produzione vadano a pieno regime, i mercati hanno già fatto cassa.
L’Italia e l’Europa, mai come oggi, avrebbero bisogno di uomini come Sandro Pertini e come Enrico Berlinguer.
PS . Pensando di fare cosa utile ho scritto questo post utilizzando articoli apparsi su Avantionline e su il manifesto.
Enrico Rossi

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