Mirafiori ha rappresentato una svolta. Non tanto per i fischi o i dissensi che hanno accolto la presentazione dell’accordo del 23 luglio sul welfare. Quanto perché è stata la spia, non compresa da sinistra e sindacati, del reale malessere di quella che una volta si sarebbe chiamata classe operaia. Il disagio nelle fabbriche infatti non è dato tanto, o principalmente, dall’intesa sul welfare o sulle pensioni ma dal livello, troppo basso, dei salari che quando va bene arrivano ai mille euro. Questo malumore poi si trasferisce sull’unica cosa della quale concretamente si discute. Perché allora non si aumentano i salari? Per la ragione molto semplice che il mercato mette dei paletti invalicabili all’incremento delle spese in settori fortemente influenzati dalla concorrenza internazionale. I sindacati, che sono diventati in Italia organizzazioni di pensionati e di dipendenti pubblici, nel settore statale sono riusciti ad ottenere un aumento degli stipendi di 100 euro proprio perché il comparto è anomalo, da un punto di vista economico, non hanno capito il meccanismo e fanno così battaglie di retroguardia. Alla base c’è un deficit di cultura, manca ai nostri sindacalisti quella del mercato che è un qualcosa di sopportato, vissuto come un nemico e quindi non assecondato nel suo funzionamento. E’ infatti il mercato, più che gli accordi come per lo stato, che stabilisce il livello dei salari. Se il mercato funziona e la produzione viaggia, le merci conquistano i mercati, la concorrenza sviluppa i suoi effetti e i salari crescono. Il mercato però per funzionare ha bisogno di un carburante che si chiama “riforma”, nel senso che deve essere un organismo flessibile, non rigido, che si adatta via via alle mutate condizioni della società in cui opera e delle società con le quali si deve confrontare. Se tutto resta rigido e fermo i margini di manovra delle imprese si riducono e a risentirne sono i dipendenti. Naturalmente il mercato non può essere lasciato a se stesso, servono pesi e contrappesi, e fra questi determinante è il ruolo del sindacato, ma di un sindacato moderno che segue la realtà e non che pretende di piegare la realtà a vecchie e del tutto superate ideologie.
Si spiega solo così la rabbia delle fabbriche di fronte, oggi, agli accordi del 23 luglio o ieri alla riforma Maroni. Gli operai non vedono i benefici effetti del sistema capitalistico, perché la macchina viaggia con il freno a mano tirato, e di conseguenza cercano di non perdere quel poco che già hanno. Sono sulla difensiva, giocano una battaglia di retroguardia perché culturalmente di retroguardia sono coloro che li rappresentano sul fronte sindacale (e ancora peggio va sul piano poltico dove alcuni partiti cercano addirittura di scavalcare da sinistra le organizzazioni sindacali).
Il referendum sull’accordo, nonostante tutto, passerà. Sarà determinante il voto dei pensionati che ormai sono la maggioranza del movimento. Guai per il governo potrebbero venire solo da una percentuale di No superiore al 30 per cento. Resterà comunque il forte malessere delle fabbriche e questo è un male, non solo per la sinistra moderata, ma per tutto il paese.
Giancarlo Magni

Lascia un commento