
C’era un tempo in cui chi parlava a nome degli ultimi rischiava qualcosa. Si chiamavano attivisti, si sporcavano le mani, pagavano un prezzo. Poi c’erano i giornalisti, e per molti decenni – almeno fino a quando esistevano i giornali veri – furono loro il filtro critico del mondo, la voce razionale, lo strumento di verifica. Non erano perfetti, ma avevano un dovere: accertare, spiegare, rispondere. Oggi, quell’architettura si è sgretolata.
Complice la crisi irreversibile dell’editoria tradizionale, che ha smesso di formare e ha cominciato a inseguire, che ha abdicato alla profondità per mendicare attenzione, i media hanno perso credibilità, peso e rigore. Le fonti non si verificano più, i lettori non vengono informati ma blanditi, e non certo con l’arroganza colta di un tempo. Le foto si copiano, si incollano, si drammatizzano senza porsi la più elementare delle domande.
Chi, per esempio, si è chiesto se le immagini dei “bambini affamati a Gaza” diffuse da pagine pro-palestinesi raffigurassero davvero Gaza? Alcune provenivano dalla Siria, altre con malati di poliomielite. Eppure nessuno si prende la briga – nemmeno da una scrivania – di verificarlo. O quando lo fanno, come il New York Times, che diffonde la foto falsa sull’account da 55 milioni di follower e pubblica la smentita su quello da 88 mila. Nessuna inchiesta che si domandi come sia possibile che, mentre circolano queste immagini di “fame estrema”, centinaia di account TikTok da Gaza mostrino mercati colmi di merci, pasticcerie, centri commerciali, auto nuove. La contraddizione non turba. Perché nel nuovo ecosistema informativo la realtà non si verifica, si costruisce.
Ed ecco che in questo universo gli influencer – piccoli e grandi – si prendono tutto. Non sono più solo personaggi social, sono ormai gli unici veri mediatori culturali delle nuove generazioni, Gen Z e Gen Alpha. Parlano la loro lingua, usano i loro strumenti, si muovono con naturalezza nei meccanismi degli algoritmi. Spesso sono ignoranti quanto chi li segue, e proprio per questo risultano credibili. Ma più spesso sono tutt’altro che stupidi: hanno studiato la rete, conoscono il funzionamento dell’attenzione e sanno che lì si gioca la sopravvivenza economica e sociale. Perché chi ottiene engagement, oggi, mangia. E chi non lo ottiene, scompare.
Ecco perché la responsabilità di questi nuovi mediatori del consenso è enorme. Se le grandi aziende investono miliardi negli influencer togliendo risorse all’advertising tradizionale, vuol dire che vendono. Spingono. Fanno opinione.
E qui scatta il cortocircuito. Perché se chi recensisce da casa una beauty box è anche quello che ti invita a “boicottare l’occupazione israeliana”, allora non sei più un utente, sei un target. E chi vive grazie ai trend non può permettersi di andare contro i trend. Non morde la mano che gli regala uno smartphone per recensirlo, né quella che lo invita a un press tour con cena gratis in hotel. Così come non morderà mai la causa “più instagrammabile”, quella che commuove, semplifica, polarizza.
E così, mentre Israele viene sistematicamente cancellata dal discorso pubblico, i contenuti “pro-Israel” – quando non vengono direttamente censurati – ricevono una visibilità irrisoria. Una campagna pro-israeliana può ottenere cinquemila visualizzazioni, mentre le stories su Gaza e Palestina campeggiano fisse nei top trend di Instagram e TikTok.
Chi ha voglia di sacrificare carriera, ingaggi, standing, per difendere una causa che nessuno vuole vedere? Quanti sono disposti ad assumersi il rischio di essere linciati nei commenti, isolati dai colleghi, ignorati dai brand? Per questo trovare un influencer che difende Israele è difficile quanto trovare una recensione negativa su un ristorante che ha pagato la cena. Il meccanismo è lo stesso. Nessuno avvelena il pozzo da cui beve.
Chi invece si accoda al pensiero dominante viene coccolato.
Apparire filopalestinesi oggi è un vantaggio: ti spalanca le porte dell’applauso globale. Le star che lo fanno – centinaia nel solo star system italiano – vengono invitate, celebrate, ripostate. Chi invece prova a rompere il coro per difendere Israele viene subito bollato, ostracizzato, costretto a giustificarsi per ogni parola. E in questa dinamica selettiva, non si crea pensiero, ma branco. Non si fa cultura, ma conformismo.
Ma esistono molti gradi di separazione morale tra mentire su un pandoro solidale e sull’accusa di genocidio, tra ignorare la panna acida di un maritozzo e il video di un ostaggio israeliano torturato dalla Jihad islamica.
Eppure il sistema funziona. Funziona benissimo. Perché il nuovo attivismo non pretende studio, complessità, confronto. Pretende solo fedeltà emotiva, mentre la ruota della colpa continua a girare impazzita. Ai nostri figli e nipoti non serve più conoscere la storia, basta “sentire”.
Non serve più alzarsi in piedi per una causa autentica, basta schierarsi per emulazione. E per far girare la giostra dell’indignazione, la moneta da spendere è il dolore, che smette di essere ferita da elaborare.
Così il conflitto arabo-israeliano è diventato una coreografia: quando genera engagement, viene impacchettato; se crea complessità, viene ignorato.
E quando la domanda non è più “chi ha ragione”, ma “chi conviene sostenere”, il vero fallimento non è solo morale.
È culturale. È l’effetto collaterale di un mondo che ha scambiato l’autorevolezza con la popolarità, la verifica con la viralità, la coscienza con il traffico. E in un mondo che si commuove per una lattina e ignora un pogrom, forse l’ultimo gesto davvero rivoluzionario è non cedere all’emozione programmata.
E riconoscere, finalmente, che chi parla con voce sommessa non è sempre più giusto.
Spesso, è solo più allenato a restare popolare.
Alex Zarfati

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