Non c’è bisogno del guru Jim Messina né del presidente emerito Giorgio Napolitano per conoscere le ragioni del tracollo di popolarità nei confronti di Renzi. Certo, il perdurare della crisi economica acuita dalla Brexit; e poi la forte disaffezione verso la politica in generale; e l’innamoramento di tanti verso il movimento 5 stelle; e il repentino invecchiamento del brand “Matteo”, facilitato dal suo brutto carattere.
Ecco, il carattere. A un leader, specialmente se giovane e nuovo, si può perdonare tutto: il decisionismo senza direzione; gli atteggiamenti da impunito guascone; persino l’incoerenza nei fatti e nelle parole. C’è però un tratto che nessuno di noi riesce a sopportare in un interlocutore: la mancanza di ascolto. Un premier deve magari fingere di scusarsi con un “non ci avevo pensato…”; deve di tanto in tanto adottare un provvedimento suggerito da alcuni suoi elettori; talvolta modificare in tutto o in parte una rotta prestabilita. I vecchi democristiani erano maestri in quest’arte. Lo stesso Craxi, che del “decisionismo” aveva fatto il proprio marchio di fabbrica, sapeva in alcuni casi mostrarsi duttile nei confronti di qualche desiderata o afflato popolare.
Renzi, no. Mai, neppure quando sono gli avvenimenti o i voti nelle urne a indicargli chiaramente la strada più logica.
Qualcuno deve avergli inculcato l’idea che le intuizioni di un capo sono sacre, senza però aver aggiunto il particolare: “salvo quando sono palesemente sbagliate”.
Ma non è neppure questo il punto.
Chi di noi continuerebbe a frequentare un individuo che non ti ascolta mai?
E se questo individuo è un presidente del consiglio non esiste che un modo per farglielo capire: rifiutarsi di votare i suoi candidati. Esattamente quello che è accaduto alle ultime elezioni amministrative. Quel risultato negativo è stato poi addebitato da Renzi alla riottosa minoranza, che lui ha minacciato di carbonizzare con il lanciafiamme.
Ed è stato come se un monarca, o ritenuto tale, avesse sguainato la spada contro i propri parenti proprio mentre il popolo gli chiedeva di abdicare.

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