Parole alte sono risuonate oggi sotto le volte del Tempio Maggiore di Firenze, parole che esaltavano i valori universali della fratellanza e della misericordia, della libertà e della giustizia, per la solenne consegna del riconoscimento di “Giusto fra le Nazioni” a Renato e Beatrice Fantoni, due fiorentini illustri, che hanno ricevuto tale onore dall’Istituto per la Memoria dei martiri e degli eroi dell’Olocausto Yad Vashem.
I fatti ricordati nella celebrazione, seppur lontani nel tempo, hanno acceso nei testimoni che si sono succeduti alla presentazione, nei familiari e nei numerosi amici presenti, sentimenti di profonda commozione, in un luogo già di per sé evocativo di storia e di spiritualità, di antico dolore e di ritrovata serenità.
I fatti sono noti, legati agli anni dolorosi delle leggi razziali antisemite e delle sofferenze che negli anni della guerra, a partire dal 1943 hanno decimato gli ebrei fiorentini. Tanto che, come ebbe a dire la presidente della Comunità israelitica Dora Liscia Bemporad “non c’è famiglia ebrea che, alla fine della guerra, non abbia pianto le sue vittime. Solo dodici ebrei fiorentini sono tornati dalla prigionia, in uno stato di devastazione fisica e psicologica tale da rendere difficile ancora oggi, per i superstiti, vivere una vita normale”. E il padre del rabbino Nahtan Cassuto a lungo pianse e invano sperò per il ritorno del figlio.
Proprio partendo da qui, da questa diffusa preoccupazione per la propria vita, per quella dei propri figli e dei famigliari, che è insieme anche difesa di una cultura e di una tradizione religiosa millenaria, in quei giorni si era sviluppata in città una solida rete di protezione e di aiuto. A Firenze tante persone generose (tra queste la famiglia Fantoni) si prodigavano per mettere al sicuro i ricercati, creando rifugi
nella città stessa o più lontano, là dove le campagne e le scarse vie di comunicazione rendevano i luoghi più inviolabili. Così l’amicizia che già legava Renato Fantoni ed Eugenio Artom per motivi professionali e per essere entrambi liberali di antica fede, diventa un atto di profonda generosità e umanità, tanto che per chi viveva “nel pericolo, immerso in uno scoramento totale, senza luce, la vostra accoglienza così immediata, affettuosa e senza riserve, oltre alla salvezza materiale ci ha ridato, col vostro esempio, anche la fede nella fratellanza umana”.
Queste parole, tratte da una lettera di Giuliana Treves Artom, sono state lette oggi nel Tempio e ascoltate con commozione, così come sono stati ascoltati in silenziosa partecipazione gli altri significativi interventi: di Dario Bedarida, Presidente della Comunità Ebraica; di Sara Ghilad, rappresentante dell’Ambasciata d’Israele in Italia, che ha materialmente consegnato l’ambita onorificenza nelle mani di Piero Sarti Fantoni; dell’assessore Sara Funaro per il comune di Firenze e dell’assessore Riccardo Impallomeni di Vaglia, un comune che, come Firenze, ha onorato Renato Fantoni con l’intitolazione di una strada, come del resto era già stato fatto a Firenze per lo stesso Artom. Gli Inni nazionali, italiano e israeliano, sono risuonati al termine di una cerimonia di certo non banale e non retorica, ma anzi profondamente significativa e partecipata.
Marisa Brambilla

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