
Le parole pronunciate dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Cesare Parodi, nelle ultime ore meritano attenzione. Non tanto per il tono, volutamente misurato, quanto per il significato istituzionale che contengono.
“In queste ultime settimane abbiamo deciso di non rispondere mai agli attacchi ricevuti a più riprese da esponenti politici… continueremo a mantenere inalterata la nostra linea”.
È una scelta che va letta nel solco dell’appello rivolto dal Capo dello Stato ad abbassare i toni dello scontro tra politica e magistratura. Un richiamo che non riguarda solo la forma del confronto pubblico, ma il rispetto reciproco tra poteri dello Stato.
Quando il Presidente della Repubblica invita alla moderazione, non lo fa mai per semplice opportunità diplomatica. Lo fa perché percepisce un rischio: quello di una deriva polemica che può finire per incrinare l’equilibrio tra istituzioni.
In questo senso la scelta dell’Associazione Nazionale Magistrati di non alimentare la polemica appare non solo comprensibile, ma anche opportuna.
La magistratura, per la funzione che esercita, non può diventare un soggetto del dibattito politico quotidiano. Non può trasformarsi in una parte in conflitto con il potere legislativo o con quello esecutivo.
Il suo ruolo è un altro: applicare la legge con indipendenza e autonomia.
Quando il confronto tra magistratura e politica scivola sul terreno dello scontro pubblico, il rischio è sempre quello di generare un cortocircuito istituzionale.
Del resto la storia recente del nostro Paese insegna che le interferenze tra politica e giustizia hanno prodotto tensioni profonde. In passato non sono mancati momenti nei quali la politica ha tentato di intervenire nel corso di indagini che coinvolgevano esponenti istituzionali.
E in quelle circostanze si levò, giustamente, la difesa dell’autonomia della magistratura.
Proprio per questo oggi sarebbe altrettanto inopportuno che fossero i magistrati a entrare direttamente nel terreno dello scontro politico.
L’equilibrio tra i poteri dello Stato si fonda anche sulla capacità di ciascuno di restare nel proprio ambito di responsabilità.
La politica legifera e governa.
La magistratura giudica e indaga.
Quando questi confini si confondono, il sistema si indebolisce.
L’invito del Presidente della Repubblica ad abbassare i toni non è dunque un generico appello alla calma. È un richiamo alla cultura delle istituzioni.
Una cultura che dovrebbe appartenere tanto alla politica quanto alla magistratura.
Per questo la scelta dell’Anm di non rispondere alle provocazioni rappresenta un segnale importante. Non di debolezza, ma di rispetto istituzionale.
In una stagione in cui il linguaggio pubblico tende spesso alla contrapposizione permanente, la moderazione può apparire quasi una virtù fuori moda.
In realtà è esattamente il contrario.
È il segno di una democrazia che vuole preservare l’equilibrio tra i suoi poteri fondamentali.
Cesare Mannucci

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