Entrò vivo in Caserma e ne uscì per morire in ospedale.

Varese è anche la città di Roberto Maroni, l’attuale presidente della Regione Lombardia e leader della Lega. All’epoca era ministro dell’Interno. Poteva dire e provare a fare qualcosa, questa brutta storia è una storia di “ordine pubblico”. Non ha detto e fatto nulla. Avrà avuto, avrà ancora le sue ragioni. Quella notte, comunque, a Varese i carabinieri fermano due persone; hanno fatto tardi, hanno anche bevuto.
Che cosa succede in quella caserma? Alberto Biggiogero, uno dei due fermati, racconta di aver sentito che nella stanza vicina il suo amico, Giuseppe Uva, grida, urla; e poi del fracasso, rumori. Col cellulare, che i carabinieri non gli hanno portato via, Biggiogero chiama di nascosto l’ospedale. Questa la trascrizione di quella telefonata:
“118…”
“Posso avere un’auto-lettiga qui alla caserma di via Saffi?…”
“Sì, cosa succede?”
“Praticamente stanno massacrando un ragazzo…”
“In caserma?”.
“Eh, sì…”.
“Ho capito… Va bene… Adesso la mando”.
Quando l’auto-lettiga arriva, viene rimandata indietro: è tutto tranquillo assicurano, solo due ubriachi un po’ agitati. Però…
Però qualche ora dopo Giuseppe è trasferito in ospedale, si chiede addirittura il Trattamento Sanitario Obbligatorio. E Giuseppe muore; secondo la versione ufficiale gli avrebbero somministrato farmaci che hanno provocato una letale intolleranza.
Solo che le fotografie raccontano altro: mostrano traumi, lesioni, ecchimosi.
E poi arriva il risultato di una perizia chiesta dalla famiglia: si legge di vere e proprie torture, sevizie. La sorella Lucia racconta quando le viene mostrato il corpo del fratello:
“… Su tutto il fianco era blu, quei segni erano lividi. Poi vedo il pannolone. E mi chiedo: perché aveva il pannolone? Mia sorella prende il sacchetto in cui c’erano i pantaloni e li guardiamo. Erano pieni di sangue sul cavallo. Gli slip non c’erano. Gli ho tolto il pannolone e ho visto il sangue. Gli sposto il pene e vedo che aveva tutti i testicoli viola e una striscia di sangue che gli usciva dall’ano. Da quel momento ho giurato che avrei fatto tutto il possibile per arrivare alla verità sulla sua morte, un simile scempio non può restare impunito”.
Arriva l’esito della perizia chiesta dalla famiglia. La firma il professor Adriano Tagliabracci, dell’università di Ancona: Giuseppe Uva avrebbe subito violenze e torture anche di carattere sessuale.
La brutta storia diventa orribile. Il professor Tagliabracci scrive: “Sui jeans tracce ematiche e salivari di Uva. Materiale biologico non identificato diverso dal sangue, sperma e urine appartenenti a Giuseppe. In regione sacroperineale paramediana destra, oltre a sangue sono presenti cellule pavimentose con nucleo che possono essere derivate dalla regione anale o dalle basse vie urinarie. Il materiale risulta appartenere a Uva. Sui jeans tracce bio di altri soggetti in alcuni casi misto a quello di Uva”.
E anche il perito del tribunale dice che le evidenze scientifiche mostrano inequivocabilmente che il sangue presente sui pantaloni indossati da Uva “è di origine anale”.
Dunque, cos’è accaduto, in quella caserma dei carabinieri di Varese? Nessuno parla. Varese è la città vetrina dell’allora ministro Maroni.
Quando a Palermo Salvatore Marino, un mafioso o presunto tale, venne torturato e massacrato, all’indomani del delitto del commissario Beppe Montana, l’allora ministro dell’Interno Scalfaro letteralmente azzerò la pur valorosa squadra mobile palermitana; e fece benissimo, perché non è tollerabile che una persona, foss’anche mafiosa, venga torturata e uccisa in questura. Sempre se non si ricorda male solo un politico volò a Palermo al funerale di Marino: Marco Pannella.
A Varese, la sua città, il ministro dell’Interno Maroni non fiata, non muove un dito.
Allora cos’è accaduto nella caserma durante quelle lunghe ore quando, secondo un testimone oculare, si sentivano “le urla strazianti” di Uva? Come è stato possibile che, nonostante siano passati anni l’indagine della Procura non abbia portato ad alcun risultato e abbia ignorato testimonianze e prove che avrebbero potuto consentire l’accertamento della verità?
Il fascicolo risulta aperto nel settembre del 2009. A sei anni dalla morte di Giuseppe il rischio di prescrizione si avvicina; e con questa la possibilità di sapere come sono andate davvero le cose quella brutta sera tra il 13 e il 14 luglio 2008.

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