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Giuseppe Guarino economista predittivo

Per Guarino la formula dello Stato sociale è imposta dalla Costituzione. È condizione perché ciascun cittadino sviluppi la propria personalità. Favorisce la pace sociale. Crea condizioni per una più serena convivenza, un ambiente collettivo nel quale illecito e violenza trovano maggiore difficoltà a inserirsi.

di Roberto Righi | 3 Maggio 2020

Ho avuto la rara fortuna di collaborare sul piano professionale con Giuseppe Guarino, tra la fine degli anni 90 del ‘900 e l’inizio degli anni 2000. Poco prima del suo ritiro dalla professione forense. Questi contatti sono stati così significativi e così utili per me che ne tramando sempre gli insegnamenti ai più giovani colleghi di studio, ma soprattutto cerco di osservarli io stesso per primo. Su Guarino grandissimo avvocato è stato scritto molto. E io non voglio annoiare il lettore con ripetizioni. Debbo però ricordare due suoi insegnamenti fondamentali, che si aggiungono alla sua arte oratoria e alla sua capacità, immediata e geniale, di cogliere il punto decisivo della controversia. Spesso in modo originale. Infatti, questi consigli rappresentano proprio la base per l’esercizio della professione forense, quantomeno nel campo del diritto pubblico. Il primo è quello di dedicare uno studio accurato a tutti i complessi normativi rilevanti per la controversia, non dandoli per scontati. Bensì riesaminandone attentamente tutti gli enunciati. Anche per coglierne significati e significanti nuovi, fino a quel momento trascurati. Il secondo, complementare, è quello di analizzare con estrema attenzione tutta la documentazione utile per la causa, approfondendone i contenuti. Il che, in un processo cartolare come quello amministrativo, è spesso decisivo. E non attendere che lo faccia il giudice. La soprana arte forense del Prof. Guarino stava appunto in questa sua capacità di padroneggiare tutti gli atti e i fatti di causa, in modo da condurre il collegio giudicante alla soluzione da lui prospettata. Ma non vi voglio parlare di Giuseppe Guarino avvocato. Voglio ricordare invece la sua figura di economista, tra i più importanti nell’ultimo cinquantennio di storia italiana. Perché il Prof. Guarino, ritiratosi dalla professione forense a 80 anni, si mise a studiare seriamente le scienze economiche, che aveva sempre coltivato in conseguenza dei suoi impegni professionali e dei suoi studi giuridici in settori sino ad allora inesplorati del diritto pubblico. Non a caso, è stato giustamente ricordato come il fondatore del moderno diritto pubblico dell’economia. Ma un grande economista probabilmente lo era già diventato nel suo trentennale sodalizio con Guido Carli, di cui è testimonianza la biografia del governatore che scrisse nel 2009. Che è in realtà un trattato sulla storia dell’economia italiana nel dopoguerra. Tenuto conto che per Guarino – proprio prendendo a esempio Guido Carli – i veri economisti debbono prescindere da un’interpretazione astratta della loro scienza, poiché è necessario che ogni teoria trovi riscontro nella prassi e sia possibile verificarne gli effetti in relazione allo scopo prefisso. È dunque questa la chiave di lettura dell’intera opera economica di Giuseppe Guarino. Della quale qui non voglio fornire una bibliografia, che sarebbe troppo ampia. Bensì ricordarne due intuizioni fondamentali. Di straordinaria attualità ancora oggi, nella più grande crisi affrontata dopo la seconda guerra mondiale, ma i cui effetti economici potrebbero esserne paragonabili. La prima attiene alle origini e soprattutto alla cornice istituzionale del miracolo economico italiano e della sua onda lunga, che si esaurirà soltanto nel 1992. Infatti, esso venne creato dal movimento economico sviluppatosi dal basso, con la ricostruzione post bellica a opera soprattutto di artigiani e piccole industrie. E con il piano Marshall, le cui erogazioni iniziarono nel 1950 a favore delle più grandi imprese (la Fiat prima di tutte). Ma tali fattori economici, per consolidarsi, avevano bisogno dello stato sociale creato dalla Costituzione del 1948 e dei relativi istituti. Basti pensare alla riforma agraria, alla Cassa per il Mezzogiorno e al piano Fanfani per le abitazioni. Per Giuseppe Guarino infatti “la formula dello Stato sociale è imposta dalla Costituzione. È condizione perché ciascun cittadino sviluppi la propria personalità. Favorisce la pace sociale. Crea condizioni per una più serena convivenza, un ambiente collettivo nel quale illecito e violenza trovano maggiore difficoltà a inserirsi. Sono benefici il cui valore va ben oltre quello misurabile in termini di mercato. Sul piano strettamente economico lo Stato sociale non è una panacea: impiegata scriteriatamente la formula produce danno, come è accaduto in Italia negli anni ottanta. Può dare un apporto prezioso quando vi siano fattori latenti la cui fertilizzazione richieda un’alimentazione omogenea, diffusa, costante. In varie fasi e per diversi aspetti la formula dello Stato sociale è stata decisiva per lo sviluppo. Ha salvato e rilanciato la piccola imprenditoria emergente, nel momento in cui le fonti che l’avevano alimentata nel periodo del primo germoglio, il risparmio dei proprietari agricoli e la domanda provocata dai danni bellici diffusi, stavano per esaurirsi. Ha esercitato un’azione di stimolo e sostegno per l’economia, dando vigore alle preesistenti produzioni di beni di consumo di PMI in varie aree del territorio nazionale. Con il flusso costante e crescente di domanda diffusa ha consentito alle maggiori imprese di raggiungere le condizioni di una produzione di massa. Ha favorito l’evoluzione della fase quantitativa e quella qualitativa delle produzioni dei beni di consumo, schiudendo al made in Italy la via dell’affermazione mondiale. Nelle aree di nuovo sviluppo le produzioni sono andate differenziandosi, altre si sono aggiunte a quelle originarie. Ma l’integrazione industria – strutture urbane-campagna è rimasta, come fenomeno culturale oltre che produttivo. Così come è rimasta l’integrazione tra nuova imprenditoria e formula dello Stato sociale”. Questa dunque è stata la cornice istituzionale che ha prodotto lo sviluppo economico della società italiana. Grazie alla quale, ricorda sempre Guarino “nei trenta anni dal 1950 al 1980, la media di crescita del PIL fu in Italia del 5.17 %, superiore a quella della Germania (4.91%), della Francia (4.46%), degli USA (3.65%) e dell’UK (2.51%). La più alta fra tutti i paesi occidentali democratici a regime di mercato.”.  La capacità di Guarino è stata anche quella di aver ben individuato le ragioni del declino di questo sistema. Una prima fase – dalla fine degli anni Settanta al 1991- come conseguenza della crisi petrolifera e della “amministrativizzazione” delle imprese di maggiori dimensioni, nonché dell’inizio dell’esplosione della spesa pubblica. Che passò da un rapporto con il PIL del 42.8 del 1980 al 53.1 nel 1990. Ma la più accentuata fase di declino dell’economia italiana è iniziata nel 1992 e permane tutt’ora. Anzi la crisi da corona virus la porterà alle estreme conseguenze. Merito di Giuseppe Guarino è quello di averla prevista, di averla analizzata a fondo nelle sue varie manifestazioni e di averne lucidamente spiegato cause e concause, nella sua ricchissima produzione scientifica dei suoi ultimi decenni. Che hanno per oggetto quella che Guarino ha definito “l’Europa imperfetta”, il cui prodotto – sempre secondo la sua significativa definizione – è stato il “falso euro”.  E qui veniamo al Guarino contemporaneo. Alla sua ultima raccolta di saggi del gennaio 2014, intitolata “Cittadini europei e crisi dell’euro”.  È una lettura necessaria. Per capire le ragioni dell’impoverimento progressivo degli italiani. E anche il perché dei conflitti di questi giorni all’interno della zona euro, tra nord Europa e Europa mediterranea. Con essa, ma in realtà con tutta la sua opera, ove c’è un collegamento magistrale tra diritto, storia ed economia, Guarino ha dimostrato di essere un economista “predittivo”. Condividendo solo con Paolo Savona – non a caso l’economista italiano più vicino a Guido Carli – il merito di averne colto le cause e anticipato gli effetti, che si sono verificati tutti.  Ma non poteva essere diversamente, data la bontà dell’analisi. Infatti, Guarino ha per primo individuato nei Regolamenti 1466/97 e 1175/2011 e nel successivo trattato internazionale Fiscal compact del 2012 le fonti illegittime dell’introduzione di un regime derogatorio, rispetto a quello dell’art. 126 del TFUE e del suo 5° protocollo. I primi infatti – imponendo l’obbligo del pareggio tendenziale di bilancio – si pongono in contrasto frontale con l’art. 126 del TFUE e con il suo 5° protocollo, i quali hanno introdotto i soli valori di riferimento del 3% per il rapporto tra disavanzo pubblico e PIL e del 60% per il rapporto tra il debito pubblico e il PIL. Con l’elasticità ivi prevista per ragioni eccezionali e temporanee. Ma questa situazione non sarebbe potuta avvenire, perché il rango dell’art. 126 del TFUE non ne avrebbe consentito la deroga da parte di regolamenti dell’Unione Europea e nemmeno da un trattato internazionale a latere del TUE e del TFUE. Per questo Guarino ha parlato di “euro falso”,  poiché generato da tali fonti illegittime e ha previsto puntualmente quali ne sarebbero state le conseguenze. Facciamo parlare l’illustre autore: “la crescita, quale risultato della parità del bilancio imposto con norme di applicazione generale, costitutiva l’effetto di un assioma. Così è stato in medicina fino a tutto il ‘700. Non disponendo di strumenti per risalire alle cause, si avvertivano sintomi gravi di cui non si conoscevano le cause, si ordinava il salasso. Se la prima applicazione non recava sollievo, se ne accrescevano le dosi. E così una terza ed una quarta volta. Lo stesso è accaduto per l’Europa. Poiché l’atteso sviluppo non si produceva, si deduceva che il principio della stabilità non era stato applicato con il necessario rigore. Sulla scia del primo regolamento ne è stato emanato quindi un secondo (reg. 1055/2005), poi un terzo (reg. 1175/2011), infine il Fiscal Compact. Fino a prevedere, per essere più sicuri nella applicazione delle ricette, che modiche strutturali venissero prescritte ed imposte da organismi esterni. Un “commissariamento””. E questi gli intuibili danni: “tra gli effetti frutto della cumulazione e/o della integrazione nelle e tra le serie causali, si segnalano, tra le più significative, la produzione e la dispersione all’interno di ciascuno Stato membro di macerie, rappresentate da fattori distrutti o resi del tutto o parzialmente inutilizzabili. Sono i disoccupati giovanili, gli allontanati dal lavoro, i cassaintegrati, le impese che hanno chiuso i battenti, la distruzione e il deperimento di strutture siche quali istituti di istruzione e culturali, musei, biblioteche, ospedali, istituti di ricerca, il deperimento del patrimonio storico ed artistico, la disfunzione nei servizi pubblici di carattere tecnico, e più in generale nelle amministrazioni pubbliche. E così via.”.  Non a caso, la crisi economica mondiale derivante dal corona virus ha fatto immediatamente saltare il Fiscal Compact e ha condotto la Commissione dell’Unione Europea ad ammettere disavanzi e indebitamenti di gran lunga superiori a quelli previsti dal Protocollo n. 5. Altrimenti sarebbero andati in frantumi a un tempo l’Unione Europea e l’euro. Il lascito della scienza economica di Giuseppe Guarino è dunque questo. L’Unione Europea, per salvare sé stessa, nel momento della più grave crisi mondiale affrontata, ha dovuto rinnegare i suoi fondamenti teorici. Per i quali la stabilità monetaria prevaleva sullo sviluppo economico degli stati membri. E la ricostruzione italiana dovrà avvenire dal basso, all’interno di un contesto normativo ed economico che la consenta. Questa è la sfida. Questo è l’insegnamento di Giuseppe Guarino. Che dobbiamo avere sempre presente.

Roberto Righi  

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, anni, anni 90, anni settanta, commissione, convivenza, costituzione, costituzione del 1948, crisi, crisi economica, danni, debito pubblico, euro, europa, francia, germania, giovani, grande crisi, guerra mondiale, integrazione, italia, lavoro, massa, mercato, merito

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