
Nella Sala delle Eroine del Palazzo Sansoni Trombetta, sede del Comune di Pontassieve, ci sono sette grandi affreschi del pittore dell’800 Ferdinando Folchi che raffigurano vicende di donne coraggiose. In una di esse si vede Giulia Aldobrandini che si rifiuta di ballare con Fabrizio Maramaldo.
Infatti la tradizione vuole che, avendo ricevuto la richiesta di ballare con lui, Giulia esclamò: “né io, né altra donna d’Italia, che non sia del tutto svergognata, farà mai alcuna cortesia all’assassino di Ferruccio.“
Poiché la maggior parte dei cronachisti del tempo non ne parlano, si presume che l’episodio sia stato “costruito” ad hoc e, in effetti, si coniuga bene con lo stigma di Maramaldo che per antonomasia è divenuto sinonimo di uomo malvagio, spavaldo e prepotente soprattutto con gli indifesi. Da qui fare il m.; essere un maramaldo e anche “maramaldeggiare”.
Tuttavia questo aneddoto non è né inverosimile né improbabile, perché le donne delle grandi famiglie fiorentine avevano per lo più un carattere fiero e una forte personalità. Pensiamo a Lucrezia Tornabuoni, a Clarice Orsini, a Luisa Strozzi e, appunto, a Giulia Aldobrandini.
La fonte principale è Scipione Ammirato e sarà ripreso da Pietro Giordani nel suo Aneddoto della Corte d’Urbino.
Ma andiamo con ordine. “Vile tu uccidi un uomo morto!” (come si legge nel resoconto di Benedetto Varchi) è una delle frasi più famose della storia (altre cronache riportano forse più propriamente “Vile, tu dai a un morto”) e, durante l’assedio di Firenze del 1530, sarebbe stata gridata dal capitano fiorentino Francesco Ferrucci a Fabrizio Maramaldo che combatteva per gli imperiali e che lo uccise quando il Ferrucci giaceva ferito e prigioniero dopo la battaglia di Gavinana, nell’Appennino pistoiese.
Ma a Gavinana le truppe imperiali ricevettero rinforzi e, con la preponderanza del numero, riuscirono a prevalere. Quando seppe che Ferrucci giaceva ferito su una scalinata, Fabrizio Maramaldo estrasse la spada e lo finì. Ma il Ferrucci prima di morire riuscì a pronunciare la famosa invettiva, attestata anche da documenti di reduci della battaglia e da autorevoli storici contemporanei come Paolo Giovio e Francesco Guicciardini.
Perché questo accanimento di Maramaldo che lo marchiò di ignominia?
Si dice che volesse rifarsi della sconfitta subita all’assedio di Volterra; ma alcuni riportano che gridò di voler vendicare il tamburino (che Ferrucci aveva fatto impiccare a Volterra con l’accusa di essere una spia perché il giovane, che faceva parte di una delegazione di parlamentari, era stato visto aggirarsi sulle mura con fare ritenuto sospetto).
Alcuni ritengono invece che l’episodio di Gavinana non fosse avvenuto e che il fiorentino fosse morto nel corso della battaglia.
Questo perché alcuni storici contemporanei non ne parlano. Il primo a citarlo fu Paolo Giovio che però affermò di averlo appreso leggendo La Rotta del Ferruccio del lucchese Donato Callofilo, che è un poemetto e quindi potrebbe contenere elementi di fantasia.
Ma Giovio è uno storico autorevole e sembra difficile pensare che, pur avendo appreso del fatto dal poemetto, non abbia chiesto conferme di questo evento sia quando era alla Corte di Clemente VII (quindi essendo dalla parte degli imperiali: perché avrebbe dovuto coniare un racconto apologetico sul Ferrucci che combatteva per la Repubblica?).
Ma è vero che nei primi tempi la gente pensava che il capitano fiorentino fosse morto in battaglia e lo riteneva anche Leandro Alberti (ma in un’opera del 1550). Poi si diffuse la voce che fosse stato ucciso quando era prigioniero, ma solo in un momento ancora successivo venne fuori il nome di Maramaldo.
Ritengo che questo avvenisse perché, perdurando l’egemonia di Carlo V, Fabrizio Maramaldo era in Italia uno dei suoi capitani più ragguardevoli ed era così in confidenza con lui che l’imperatore, sapendo che era un sangue caldo, si divertiva a contraddirlo ma lui gli rispondeva per le rime.
Pertanto anche Donato Callofilo lo chiama “il gran napolitano”, e lo considera “buono, d’alto ingegno, valoroso, avido di gran nome e degna fama”. Anche Niccolò Martelli e Luca Contile lo definiscono valoroso. Per Marco Antonio de’ Falconi è “l’honoratissimo e mai abbastanza lodato cavaliere”, e per il Signor di Brantôme “ce brave Maramaldo”.
Fra le ipotesi alternative c’è quella che il Ferrucci sia stato ucciso da alcuni ufficiali per vendicare il Principe d’Orange che era caduto in battaglia. E questa versione è attestata anche da Filippo Nerli. Ma appare però più rilevante il resoconto di Donato Giannotti perché egli era Segretario della Repubblica durante l’assedio e quindi aveva accesso a tutti i documenti e alle relazioni delle battaglie redatte dai vari capitani. Giannotti nella sua opera Della Repubblica fiorentina scrive che “Il Ferruccio fu fatto prigione, e poco appresso da Fabrizio Maramaldo, con grandissima crudeltà ammazzato”.
Probabilmente la vicenda fu ricordata soprattutto a Firenze perché negli ambienti vicini a Carlo V e in particolare a Napoli Maramaldo era considerato un condottiero valoroso e l’episodio veniva trascurato, anche perché episodi di efferatezza e uccisioni proditorie erano frequenti nelle guerre. Quindi non stupisce che nel 1532, in occasione delle nozze con Porzia Cantelmo, […]
Ma dopo la morte della moglie si dette al gioco, ai divertimenti, dissipando parte del suo ingente patrimonio; poi fu colto da una morte improvvisa.
Da qui una curiosità: Vittorio Del Tufo, ne Il Mattino di Napoli del 27/1/2019, parla di una canzone dal testo surreale di Mario Panzeri composta nel 1939: una sorta di filastrocca a ritmo di foxtrot, che iniziava con i versi “Maramao perché sei morto? / Pane e vin non ti mancava / l’insalata era nell’orto / e una casa avevi tu”.
Del Tufo scrive che Panzeri fu convocato dalla censura fascista perché pensavano che volesse riferirsi alla morte di Costanzo Ciano, Presidente della Camera dei Fasci e consuocero di Mussolini, avvenuta poco tempo prima. Panzeri dimostrò che aveva composto la canzone prima della morte di Ciano ma soprattutto che l’aveva ripresa da un’antica filastrocca napoletana del XVI secolo. Da qui l’ipotesi che Maramao fosse in realtà Maramaldo, morto mentre faceva vita da gaudente. Anche perché durante l’assedio di Volterra gli uomini di Ferrucci lo sbeffeggiavano dalle mura mostrandogli dei gatti e gridando “Maramao” (che poi fa assonanza con “marameo”). In effetti, tra le varie deformazioni del suo cognome, ho trovata una Cronaca del tempo dove veniva chiamato appunto Maramao. Coincidenze o davvero veniva irriso? Difficile se non impossibile stabilirlo.
Tornando alla celebre frase di Francesco Ferrucci, forse è analoga a molte altre che sono divenute icone di celebri episodi storici ma sono state coniate o perfezionate ex post. Certo un personaggio come Francesco Ferrucci non sarà rimasto in silenzio quando il suo nemico infierì su di lui ed appare credibile il “tu dai a un morto”, poi meglio confezionata nella versione più diffusa.
Quindi si ha a che fare con le manipolazioni della realtà di cui parla Marc Bloch in Apologia della storia, perché qui non c’è una deformazione delle testimonianze né effetti di preconcetti, ma solo un maquillage, come l’Alea acta est che non compare nel De bello civili ma che comunque ipostatizza la scelta di varcare il Rubicone.
Gabriele Parenti

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