La Corte suprema indiana ha dato seguito, probabilmente a malincuore, a quanto stabilito dalla Corte internazionale dell’Aja che peraltro è stata tardivamente coinvolta dalla diplomazia italiana, in merito caparbiamente attendista. Ciò ha comportato – finalmente – il rientro in Patria anche di Salvatore Girone dopo anni di ricatti e di pretesti imbastiti dai virtuosisti all’opera a Nuova Delhi che solo una politica all’italiana ha potuto in qualche modo accondiscendere con riguardosa subalternità.
Una storia penosa che comunque è tutt’altro che finita: solo nel 2018 la Corte arbitrale stabilirà la sede dove celebrare il processo. Una vicenda ancora tutta in salita che ha visto i due fucilieri di marina abbandonati al loro destino dapprima da Monti e da taluni suoi ministri, cinici o imbelli, il cui operato è stato ampiamente dettagliato, e mai smentito, nel bel libro di Tony Capuozzo “Il segreto dei marò”. Poi dall’immobilismo del governo dotto e velleitario di Letta. Infine dai colpevoli ritardi dei renziani principalmente propensi alle immagini edulcorate e votati a sgombrare la loro narrazione dalle realtà poco redditizie al mantenimento del consenso.
Proprio in considerazione di tutto ciò auspicavamo che l’intero esecutivo, vigente e pregresso, tenesse in questo tardivo frangente della liberazione di Girone un basso profilo dopo oltre quattro anni di incapacità, svogliatezza e deprimente imbecillità. E invece registriamo con amaro sbigottimento che a Renzi è subito scappato il tweet usualmente pleonastico e giubilare “Confermiamo la nostra amicizia per l’India, il suo popolo, il suo governo (sic). E diamo il bentornato al marò Girone che sarà con noi il 2 giugno”.
L’abbiamo letto e riletto: ancora oscilliamo tra imbarazzo e fastidio. Ma non basta poiché già muovono i rincalzi Pinotti, Gentiloni e chi più ne ha.
Confermiamo la nostra amicizia per l’India, il suo popolo, il suo Governo. E diamo il bentornato al marò Girone che sarà con noi il #2giugno
— Matteo Renzi (@matteorenzi) 26 maggio 2016

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