
di Guido Alberto Casanova*
Il voto delle elezioni generali convocate domenica 8 febbraio in Giappone ha consegnato alla premier in carica Sanae Takaichi la più ampia maggioranza parlamentare mai ottenuta nel dopoguerra. Il Partito Liberaldemocratico (PLD), il longevo partito di governo a cui appartiene Takaichi, non solo è riuscito a rilanciarsi dopo le cattive prestazioni elettorali conseguite nell’ultimo anno e mezzo ma, conquistando ben 316 seggi sui 465 disponibili nella camera bassa della Dieta, ha ottenuto un successo che andava probabilmente anche oltre le proprie aspettative.
Il risultato, di per sé storico, chiude la parentesi di incertezza politica che si era aperta con la sconfitta elettorale incassata dalla coalizione di governo alle precedenti elezioni della camera bassa nell’ottobre 2024. In quell’occasione la coalizione guidata dal PLD aveva perso la maggioranza, replicando poi un risultato analogo anche nelle elezioni della camera alta tenutesi a luglio 2025. Forte di una maggioranza incontrastata nel ramo della Dieta che più conta per mantenere la fiducia parlamentare e per avanzare il processo legislativo, Takaichi si è ritagliata un notevole spazio di autonomia politica che le permette di non essere più costretta a dover cercare un’intesa con l’opposizione in parlamento.
Gli obiettivi di Takaichi nelle elezioni anticipate
Fin dal proprio insediamento a fine ottobre, Takaichi si è ritrovata nella scomoda posizione di dover gestire un governo di minoranza. Dopo la fuoriuscita dalla coalizione dello storico alleato Komeito a causa delle posizioni nazional-conservatrici per cui è nota Takaichi, il PLD era riuscito a stingere un nuovo patto di governo con Nippon Ishin, un partito nazionalista con tendenze neoliberali fortemente radicato nella città di Osaka. Tuttavia, la nuova coalizione non disponeva dei numeri sufficienti per avere una maggioranza sicura in entrambi i rami del parlamento e in diverse occasioni il governo di Takaichi ha dovuto cercare di interloquire con l’opposizione per permettere l’approvazione dei propri progetti di legge. Per esempio, la collaborazione con il centrista Partito Democratico per il Popolo (PDP) era stata al centro degli sforzi per la stesura della legge di bilancio per l’anno fiscale che inizierà il prossimo aprile.
Questa dipendenza dal dialogo con l’opposizione poneva dei grossi limiti politici alla libertà d’azione di Takaichi, soprattutto se messi a confronto con gli alti tassi di approvazione che la premier ha registrato nei primi mesi dopo il proprio insediamento. Takaichi infatti ha mantenuto una percentuale di gradimento che si aggirava attorno al 60-70%, facendo di lei uno dei capi di governo giapponesi più popolari degli ultimi decenni.
Per rompere questa contraddizione tra l’ampio sostegno popolare e i vincoli stringenti di un equilibrio parlamentare sfavorevole, a metà gennaio Takaichi ha quindi preso la decisione di sciogliere la camera bassa e indire elezioni anticipate motivandole con la volontà di ottenere un mandato popolare per portare avanti il proprio ambizioso piano di riforma economica. Con questa decisione, Takaichi ha compiuto una scommessa non esente da rischi. In primis, indire elezioni anticipate dopo appena tre mesi di governo piuttosto ricchi di dibattiti sulle nuove politiche ma ancora scarni di successi tangibili, per giunta in un periodo dell’anno in cui tipicamente tutta l’attenzione dev’essere rivolta all’approvazione della legge di bilancio, avrebbe potuto essere una decisione difficile da comprendere per gli elettori. Inoltre, non era affatto scontato che la popolarità di Takaichi come capo del governo potesse essere trasferita al PLD, la cui immagine negli ultimi anni è stata pesantemente compromessa da alcuni scandali.
Nonostante le remore, la determinazione a riconquistare la maggioranza parlamentare è stata l’elemento guida che ha motivato la decisione della premier. Accanto a questo obiettivo però è possibile che ce ne fosse pure un secondo. Prima di assumere la carica da capo di governo, a inizio ottobre Takaichi è stata eletta presidente del PLD attraverso una selezione interna in cui ha pesato in modo determinante il sostegno offerto da Taro Aso, uno dei principali capipartito del PLD nonché alleato dell’ex premier Shinzo Abe di cui Takaichi è l’erede politica. Come ricompensadell’appoggio offerto Aso è stato premiato con la nomina a vice presidente del partito, una posizione da cui secondo quanto riportato dalla stampa avrebbe potuto esercitare una sorta di diritto di veto sulle altre nomine effettuate da Takaichi. Nei mesi che sono seguiti, il rapporto non è stato semplice tra i due: sembra infatti che Aso abbia lamentato lo scarso coinvolgimento degli altri leader del partito da parte della premier e che Takaichi, presumendolo contrario all’ipotesi di indire elezioni anticipate, lo abbia tenuto all’oscuro delle proprie intenzioni. Non si può quindi escludere che il desiderio di Takaichi di capitalizzare il proprio consenso politico avesse come obiettivo anche quello di rimuovere i limiti alla propria autorità all’interno del PLD.
Il fattore Takaichi sulla campagna elettorale
Sciolta la camera bassa il 23 gennaio, il Paese è subito entrato in una campagna elettorale lampo di appena 16 giorni. In un tempo così ristretto il vantaggio è stato tutto dalla parte del PLD che è riuscito a cavalcare l’ondata di entusiasmo suscitato da Takaichi nella popolazione, soprattutto nelle fasce giovani di 20-30enni – alcuni sondaggi pre-elettorali ne suggerivano un tasso di gradimento vicino addirittura all’80%. Grazie a un’immagine energica e briosa e a uno stile comunicativo diretto e comprensibile amplificati ulteriormente dai social media, la prima donna a capo del governo giapponese è riuscita a risvegliare l’interesse di una larga fetta della popolazione attratta dalla sua figura prima ancora che dalle sue proposte. In altre parole, Takaichi, più che col suo progetto politico, sembra aver attirato gli elettori con la sua personalità iconica.
A questo entusiasmo si è poi accompagnato un cambio di strategia da parte del PLD nella lotta all’inflazione, il tema considerato più importante dagli elettori. Durante le elezioni della camera alta della scorsa estate il partito si era rifiutato di inserire il taglio delle tasse nel proprio manifesto, una scelta dettata da esigenze di responsabilità finanziaria ma in controtendenza con le proposte elettorali di tutti gli altri partiti che, alla fine, si era rivelata perdente al momento del voto. Per venire incontro al sentimento popolare, quindi, Takaichi ha rovesciato la posizione del PLD in occasione del lancio della nuova tornata elettorale e ha aperto alla possibilità di sospendere per due anni l’imposta all’8% sui consumi alimentari, che annualmente genera circa 32 miliardi di dollari per l’erario statale. Così facendo, la premier ha neutralizzato la principale argomentazione con cui alle scorse elezioni era stato messo in difficoltà il PLD, sottraendo all’opposizione le armi retoriche con cui convincere gli elettori su chi potesse tutelarli meglio dall’aumento dei prezzi.
Perciò, fin dall’inizio della campagna elettorale i sondaggi hanno riconosciuto al PLD un enorme distacco sugli altri concorrenti. In questa situazione a Takaichi è bastato gestire il vantaggio, per esempio privando i propri rivali della possibilità di un confronto televisivo diretto con lei. Più in generale la campagna elettorale del PLD è stata improntata alla cautela, cercando di evitare temi ambiziosi ma scivolosi su cui la premier potesse offrire il fianco alle critiche dell’opposizione. Focalizzando gran parte dei propri interventi sulla necessità di rilanciare l’economiaattraverso quella che già da mesi è stata chiamata “politica fiscale proattiva”, Takaichi ha tralasciato quasi del tutto di discutere pubblicamente le tematiche care ai nazional-conservatori ma potenzialmente divisive per l’elettorato come la riforma della sicurezza. Scarsa attenzione è stata data anche alla questione dell’immigrazione, emersa negli ultimi anni come un cavallo di battaglia della destra giapponese, e paradossalmente pure alla proposta di taglio delle tasse avanzata dalla stessa Takaichi. In un certo modo quindi, depotenziando la campagna elettorale dei suoi contenuti più propriamente politici, Takaichi ha sgombrato il campo da proposte che potessero focalizzare l’attenzione pubblica e lasciato così al centro del dibattito esclusivamente la propria figura.
I risultati elettorali
L’esito del voto ha premiato la strategia di Takaichi, con il suo PLD che ha ottenuto un risultato storico al di là delle attese. Nel segmento proporzionale del voto, il partito raccoglie 21 milioni di voti – ben 8,2 milioni in più che nell’ottobre 2024 – e registra il 36,7% dei consensi che converte in 67 seggi parlamentari, i quali non sono di più solo per mancanza di un numero sufficiente di candidati nelle proprie liste. Il vero trionfo però Takaichi lo ottiene nel segmento maggioritario del voto, in cui i candidati del PLD hanno vinto in ben 249 delle 289 circoscrizioni uninominali in cui è suddiviso il Paese.
Vari fattori concorrono a questo risultato, primi tra questi sono il favore tra gli elettori “indipendenti” e tra i giovani. Grazie alla popolarità personale – ma non necessariamente ideologica – di Takaichi, il PLD ha attirato a sé segmenti della popolazione che negli ultimi anni aveva fatto difficoltà a raggiungere. Il PLD è infatti riuscito a convincere una larga fetta di cittadini senza affinità a un qualsiasi partito o semplicemente solo saltuariamente interessati alla politica. A questo dato si sovrappone poi la capacità della premier di trascinare il consenso verso il proprio partito in tutte le fasce d’età, registrando però i maggiori aumenti tra gli under-30. Questo afflusso di voti sembra confermato dal modesto risultato ottenuto dal PDP, la cui ascesa politica negli ultimi anni si era basata proprio su queste fasce demografiche. Il secondo fattore poi è il “ritorno” degli elettori conservatori verso il PLD, dopo che alla precedente tornata elettorale avevano in parte abbandonato il partito. La determinazione di Takaichi a rendere il Giappone un “Paese normale” – ossia capace di badare autonomamente alla propria difesa – e la fermezza dimostrata nei confronti delle pressioni cinesi degli ultimi mesi hanno interpretato correttamente la sensazione di una parte della popolazione, che in lei ha probabilmente rivisto un eco dell’ex premier Abe.
Se da un lato Takaichi è l’indiscussa protagonista di questo successo elettorale, a farle da contraltare c’è però il risultato pessimo ottenuto dall’opposizione: la sua principale formazione, l’Alleanza Centrista Riformista (ACR), ottiene meno di un terzo dei 172 seggi che possedeva prima del voto e ne raccoglie appena 49.
L’alleanza era stata formata in modo piuttosto frettoloso appena il 22 gennaio – il giorno prima dello scioglimento del parlamento – tra il Partito Costituzionale Democratico (PCD), il principale partito dell’opposizione di centro-sinistra, e dal Komeito, l’ex alleato di governo del PLD uscito dalla coalizione a ottobre, per proporre un’alternativa centrista a quello che era percepito come uno spostamento a destra del governo con l’ascesa di Takaichi. Al cuore del programmapolitico c’era l’abolizione permanente della tassa sui consumi alimentari ma la strategia elettorale si è fondatasull’attacco della presunta deriva nazionalista di Takaichi, riaffermando il pacifismo e l’inclusività come valori fondanti del Paese. La proposta però non ha fatto breccia e ha mostrato un certo scollamento dell’ACR rispetto al sentimento dell’elettorato, in particolare quello giovane su cui le battaglie ideologiche del passato come quella sul pacifismo non hanno un significativo effetto mobilitante.
Il fallimento della formazione centrista deriva in parte dalla sua incoerenza interna e in parte dalla sua apparente natura transitoria. Il sensibile divario ideologico tra le due componenti che hanno costituito l’alleanza l’ha posta di fronte a un lavoro di conciliazione praticamente impossibile e le scelte di posizionamento dell’ACR su temi chiave – come la sicurezza o l’energia nucleare – hanno scontentato una fetta rilevante dell’elettorato di sinistra, che infatti durante il voto ha fatto defezione. Altrettanto grave è stato il problema di credibilità che fin da subito ha scontato l’alleanza, percepita come una proposta raffazzonata in velocità giusto per massimizzare il risultato elettorale: senza una solida ragion d’essere, l’ACR non è riuscita a guadagnare la fiducia degli elettori e infatti ben il 69% di essi riteneva che non rappresentasse un serio sfidante per il PLD. Il risultato è stato quindi minore della somma delle parti, con l’ACR che ha raccolto meno voti proporzionali di quelli che individualmente avevano ottenuto il PCD e Komeito alle scorse elezioni.
Scenari politici dopo il voto
Con il voto dell’8 febbraio Takaichi ridà slancio a un PLD che negli ultimi anni era apparso in affanno ma soprattutto posiziona sé stessa al centro dello scacchiere politico, rimuovendo gran parte dei limiti che nei primi mesi da premier ne avevano costretto l’azione di governo sia dentro al suo partito che nelle istituzioni.
All’interno del PLD il suo dominio appare ormai difficile da contrastare, tanto che alcuni dirigenti hanno anche espresso un certo timore che Takaichi possa abusare di questa forza dei numeri. Grazie a una attenta opera di marginalizzazione interna dei rivali politici e di promozione dei propri alleati, Takaichi sta costruendo una base di potere all’interno del PLD per consolidare la propria leadership e scongiurare il rischio che possano verificarsi fronde interne contro di lei. La prospettiva immediata è quella del settembre 2027, quando dovranno essere rinnovati i vertici del partito, ma l’orizzonte è probabilmente molto più ampio.
Sul piano parlamentare invece, grazie alla maggioranza superiore ai due terzi ottenuta nella camera bassa, il PLD si è reso di fatto autosufficiente nella gestione del processo legislativo nonostante siano i partiti d’opposizione nel loro complesso a detenere la maggioranza nella camera alta. Secondo la costituzione, infatti, qualora un provvedimento della camera bassa dovesse essere respinto dalla camera alta, la prima ha il potere di prevalere sulla decisione della seconda a patto che il provvedimento venga approvato con una maggioranza dei due terzi per l’appunto. Takaichi ha dunque acquisito un potente strumento per avanzare i propri ambiziosi progetti politici, sia di riforma interna che di politica estera, ma bisognerà stare a vedere quanto spesso intenderà ricorrere a un meccanismo che fino ad oggi è rimasto fuori dalla prassi politica. Inoltre, la maggioranza dei due terzi consegna alla premier anche la soglia minima necessaria per poter avviare la tanto desiderata revisione della costituzione, che Takaichi ha già annunciato di voler perseguire quanto prima.
Infine, sul piano governativo, rimane per il momento intatta la coalizione asimmetrica tra il PLD e Nippon Ishin ma, a fronte del successo di Takaichi, il pallino è nelle mani di quest’ultimo. I due partiti sono stati in competizione diretta a queste elezioni nonostante il patto di governo stretto a ottobre, con Nippon Ishin che si è presentato come un “acceleratore” delle riforme conservatrici – su cui il PLD era giudicato troppo cauto – ma che in ultima istanza non è riuscito ad attirare nuovi elettori al di fuori di Osaka. Perciò, ora che il PLD possiede da solo i numeri necessari per governare e non ha più bisogno del sostegno di Nippon Ishin alla camera alta, il partito di Osaka si trova a un bivio: restare al di fuori del gabinetto, senza però una reale capacità di influenza sul processo decisionale, oppure cercare di entrare più organicamente nel governo con la nomina di un proprio ministro.
La decisione non è impellente dato che Takaichi – rieletta premier dal parlamento il 18 febbraio – ha già proceduto a rinominare tutti i ministri del precedente gabinetto, da cui Nippon Ishin si era tenuto fuori per timore di non legarsi troppo strettamente a un governo che appena nato in autunno presentava ancora molte incognite per il piccolo partito di Osaka. È probabile che nei prossimi mesi seguirà una fase di studio tra il PLD e Nippon Ishin, ma certamente non sarà Takaichi ad aver fretta di proseguire questo dialogo. Dal suo punto di vista, un gabinetto monocolore è decisamente più attraente della prospettiva di inserire nel governo un piccolo partito con poca esperienza che dal punto di vista degli equilibri parlamentari risulta ormai non più determinante.
Guido Alberto Casanova
*Istituto Ispi

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