“Ciao, Nicola! Ti vorrei invitare domenica mattina nel salone dei 500 di Palazzo Vecchio. C’è una cerimonia che riguarda la Firenze Parcheggi e, in qualche modo anche te”. Probabilmente era il decennale di questa importante società mista (pubblico-privato) di cui Eugenio Giani è stato presidente dal 1996 al 2000 e il salone, immenso, era affollatissimo quando vi giunsi con non poca curiosità. Presto esaudita: mi toccava un riconoscimento perché, dieci anni prima, proprio io in veste di vicesindaco e responsabile delle partecipate dal Comune di Firenze, avevo curato la realizzazione e sottoscritto gli atti che avevano portato alla nascita della società. Ebbi conferma di vari aspetti del carattere di colui che potrebbe essere il prossimo presidente della Regione Toscana. Io quasi non me lo ricordavo, ma Eugenio aveva come al solito studiato le carte, da vero secchione: dote positiva e, direi, indispensabile per essere un amministratore della cosa pubblica, a qualsiasi livello. Dovesse recarsi a portare il saluto alla società che studia la vita delle marmotte, non farebbe un discorsetto di maniera. Aspettatevi una conferenza da non farlo sfigurare tra gli studiosi. Molti altri i riconoscimenti che vennero consegnati, a persone che per un verso o per l’altro, avevano avuto o avevano rapporti con la Firenze Parcheggi, ma anche ai suoi molteplici interlocutori. Dunque, ancora una volta, grande capacità di valorizzare ogni ruolo ricoperto. Cosa che da un lato avvantaggiava l’Ente da lui rappresentato e, dall’altro, il suo ruolo di politico.
Parlo di conferme perché Eugenio Giani già lo conoscevo da molti anni, cioè da quando muoveva i suoi primi passi in politica. Faceva parte, negli anni ’80 di un nutrito gruppo di giovani del PSI fiorentino: e già si capiva che erano destinati ben presto a trasformarsi da nuove leve a nuova classe dirigente di quel partito. Ricordo in particolare Eugenio Giani ed Ennio Ghiandelli, della covata di Valdo Spini; Riccardo Nencini e Gianni Bonini, della covata di Lelio Lagorio e Ottaviano Colzi; ed altri ancora. Io non appartenevo al loro partito ma al PSDI. Ma, se capitavano a Palazzo Vecchio, mi venivano a trovare spesso per fare quattro chiacchiere. Forse perché più giovane di altri assessori, o forse perché apparivo loro sotto una luce diversa, sempre sospeso tra la professione giornalistica e l’occuparmi un po’ di politica. Ricordo che di Eugenio Giani si raccontava che quando aveva ricoperto incarichi nazionali nella federazione giovanile del suo partito, se costretto a trattenersi a Roma, era solito dormire dentro la sede del partito non potendosi permettere altre soluzioni: altra prova, se necessaria, della sua tenacia.
Il terremoto politico di Tangentopoli colse questi giovani in fase di decollo: Ghiandelli, assessore regionale; Giani consigliere comunale di Firenze; Riccardo Nencini, in due anni, dal ’90 al ’92, segretario provinciale del partito, consigliere comunale e, infine, deputato.
Il crollo dei vecchi partiti li costrinse a reinventarsi. Direttamente impegnati in politica restarono Riccardo Nencini ed Eugenio Giani che transitarono entrambi brevemente in due fragili formazioni nate dalla diaspora socialista (Socialisti Italiani e Socialisti Democratici Italiani) e poi andarono ognuno per la propria strada.
Come amministratore locale, Giani ha trascorso gli ultimi venti anni facendo, bene, un sacco di cose: si è occupato di mobilità e di sport sia come assessore sia come delegato del CONI. Assieme al sindaco Leonardo Domenici rifondò la Fiorentina dopo il fallimento della società. Ha presieduto e presiede istituzioni culturali. E’ stato presidente del consiglio comunale di Firenze e del consiglio regionale. E, soprattutto, si è legato strettamente e diffusamente con i territori: prima Firenze e poi la Toscana. Lo ha fatto con l’intenzione di “studiare per”. Prima per Sindaco e ora per Presidente della Regione. Perché, come detto, non è uomo abituato ad improvvisare. Tantomeno abituato a scaldare le sedie: se occupa una poltrona è per fare. Presenzialista certo lo è, ma sempre mirando agli obbiettivi, non per vanità. Perché ama, piuttosto, il basso profilo e la concretezza, in coerenza con la sua cultura di riformista. La sua designazione a candidato Presidente della Toscana da parte del PD ha dovuto sudarsela. Certo, ci sono sempre, a sinistra, quelli con il birignao che trovano da ridire: “non è abbastanza nuovo, non è abbastanza di sinistra, è troppo presenzialista, avremmo voluto qualcuno che scalda di più”, e via sproloquiando.
Ma la questione è fin troppo semplice. Giani è’ stato scelto perché è quello che ha maggiori probabilità di vincere. Non è più il tempo in cui la sinistra poteva candidare chiunque, certa che sarebbe stato/a eletto/a. Sarà una battaglia durissima contro una destra gasata che in Toscana ha già espugnato città piccole e grandi in ogni dove. E le guerre è più facile vincerle con chi ha già dimostrato di sapere vincere piuttosto che con i novellini. Che poi questo voglia dire anche scegliere uno che ha già dimostrato di sapere amministrare bene, non è particolare insignificante.
Nicola Cariglia

Ho letto con piacere queste tue note su Eugenio Giani, che, ben lungi dal risolversi in un banale endorsement, costituiscono invece un ritratto veritiero delle caratteristiche della persona. Al di là di tutte le considerazioni, vorrei sottolineare l’impegno di Eugenio, quasi un puntiglio, di volersi far trovare preparato per ogni occasione. Ne ho avuto la conferma proprio di recente, quando lo scorso 30 novembre ho avuto modo di visitare i palazzi ove opera il Consiglio regionale e in quella sede Eugenio Giani nel suo discorso ricostruì accuratamente e con accenti da vero studioso la realtà politica e culturale del ‘700 fiorentino e toscano, passato tra l’estinzione dei Medici ed il governo degli Asburgo-Lorena. Il che a mio parere è garanzia, anche oltre e al di là dei valori politici e personali, della serietà di un esponente politico e soprattutto di una persona sul cui impegno è legittimo, ma anche augurabile, poter contare.