
Il libro di Giacomo Properzj – un libro intelligente e controcorrente come lo è l’autore – può essere considerato un piccolo trattato sulla città di Milano e la sua storia. E per le suggestioni che ispira può essere valutato da diversi punti di vista, soprattutto da chi milanese non è. C’è però un elemento unificante che ne riassume il significato ultimo, ed è il grande amore di Properzj per la sua città: «è una città – questa la sua conclusione – dove si può ancora vivere senza essere superati melanconicamente dall’onda della storia». La sola in Italia, almeno dal punto di vista culturale, «dal momento che Firenze è, negli ultimi due secoli, una modesta città di provincia al confronto con Milano … Napoli regge il confronto con la capitale lombarda fino all’illuminismo» e quanto a Roma «non hanno soldi ma si ostinano a spenderli per guadagnare consensi elettorali». Ma questa conclusione, qui sinteticamente riassunta, è il frutto di un lungo travaglio intellettuale. Perché di questa città, forse anche per l’amore che ad essa lo lega, l’autore non è soddisfatto. La sua tesi di partenza è che, in realtà, «Milano non abbia nella storia moderna d’Italia contato nulla e le decisioni importanti siano state prese sempre altrove, a Parigi, a Vienna, a Torino e a Roma». In alcuni momenti di questa storia a Milano c’è stata grande fioritura culturale o forte crescita economica; ma l’idea che questo abbia prodotto anche una capacità di direzione politica è solo una tesi costruita «per rassicurare la laboriosa popolazione ambrosiana dedita agli affari e al lavoro senza molto capire di quello che avviene intorno». Questa tesi si articola, in maniera critica e documentata, per gran parte del libro, sottolineando sia i momenti di importante fioritura culturale o la capacità di inserirsi dal punto di vista imprenditoriale nelle grandi correnti europee; sia la scarsa attitudine a cogliere i flussi storici per trasformarli in politica, perfino quando «i movimenti politici che hanno fatto la storia del nostro Paese, a incominciare dal fascismo per finire a Forza Italia», sono nati proprio a Milano e partendo dal capoluogo lombardo hanno influenzato poi tutta l’Italia. Ne vengono fuori affreschi intriganti, da Stendhal a Mani pulite, passando attraverso i grandi movimenti che hanno scosso la vita di Milano e, dopo l’unificazione nazionale, anche quella dell’Italia; e mettendo in evidenza pregi e difetti di una città che produceva cultura e affari ma in politica si adagiava acquiescente sui potenti e sulle mode del tempo. Fino ai comportamenti, che l’autore documenta e stigmatizza con grande efficacia, che i milanesi hanno avuto in due momenti significativi della storia d’Italia: la persecuzione degli ebrei, «argomento su cui Milano diede una delle sue peggiori manifestazioni» quando «nella sostanziale indifferenza di gran parte dei milanesi venivano imbarcati per i campi di sterminio, per lo più la notte, migliaia di ebrei più o meno sotto gli occhi dei nostri ferrovieri e il controllo dei dirigenti del settore»; e «la così detta operazione Mani pulite che comportò la distruzione dei partiti tradizionali ovvero lo scandalismo come argomento politico-propagandistico», senza che peraltro venissero eliminati «i fatti di arricchimento corruttivo … oggi forse più numerosi di un tempo» e soprattutto “indirizzati … a piccoli gruppi di persone dove l’impegno politico si è 348 Rassegne NA_2_2020_materiale.indd 348 15/05/20 16:01 Rassegne 349 capovolto, nel senso che non è più il denaro che serve a fare politica ma è la politica che serve a fare denaro». In questo quadro sostanzialmente contraddittorio e improntato al pessimismo c’è però, nella postfazione che chiude il libro, un barlume di speranza e di ottimismo. Negli ultimi tempi – sostiene l’autore –, soprattutto con i sindaci Albertini e Moratti, «Milano ha saputo cogliere gli sviluppi di una società fluida e di pura immagine», diventando per esempio capitale della moda. E, anche a causa della decadenza del resto del Paese, resta oggi «la città più europea dell’area mediterranea, forse l’ultima punta della società democratica e liberale che bene o male … abbiamo avuto dalla fine della Guerra». Il libro è stato scritto e pubblicato prima che esplodesse la pandemia. Il coronavirus, nella sua più recente e pervasiva versione, ha colpito con durezza Milano e la Lombardia. I dati sono impietosi: è in quell’area che si sono concentrati circa il quaranta per cento dei contagiati e la metà dei decessi. Si potrebbe dire che – estrapolata la Lombardia – un “caso Italia” neppure sarebbe esistito. Perché questo sia avvenuto è difficile da stabilire. Forse perché, come sostiene qualcuno, il tasso di inquinamento è il maggiore di tutta la penisola; o forse perché i forti legami con il mondo esterno, conseguenza della vivacità culturale e della vocazione agli affari, hanno reso più facile la diffusione del contagio; o ancora per l’alta densità della popolazione della città e del suo hinterland. Probabilmente tutti buoni motivi. Resta però il fatto che l’aeroporto italiano con il maggior traffico passeggeri è pur sempre quello di Fiumicino e che l’area più densamente popolata d’Europa è quella napoletana. Francamente qualcosa nel modello milanese e lombardo non ha funzionato o ha funzionato meno che altrove. Probabilmente è su questo che bisognerà riflettere e dovranno farlo in primo luogo i cittadini e la classe dirigente del capoluogo lombardo; e dovranno farlo presto perché di Milano “vetrina dell’Italia” hanno bisogno non solo loro ma l’intero Paese, a cominciare da chi milanese non è. E allora mi permetterei di suggerire all’autore la pubblicazione di un nuovo libro, questa volta orientato più verso la proposta che verso l’analisi critica. Il titolo è già pronto: “Come (non) morire e vivere (felici) a Milano”.
Italico Santoro

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