
di Beda Romano*
Rispetto al grigio e spento socialdemocratico Olaf Scholz, il democristiano Friedrich Merz doveva, nelle intenzioni e nelle speranze, permettere alla Germania di girare pagina, affrontando a viso aperto i molti nodi tedeschi, politici oltre che economici. Il nuovo cancelliere si era costruito la figura di un lucido e determinato decisionista e lasciava presagire la fine dell’atteggiamento attendista che aveva segnato il governo precedente.
Invece, a un anno dal voto federale, e mentre ci si appresta a festeggiare il primo anniversario dall’elezione al Bundestag (6 maggio del 2025), il nuovo cancelliere appare certamente meno scialbo, ma anche ondivago e incerto.
Alcune premesse
A guidare il Paese è un governo di grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici, per la terza volta dall’inizio del secolo. A differenza di altre grossen Koalitionen, l’attuale maggioranza è risicatissima. Il nuovo esecutivo può contare al Bundestag su 328 seggi su un totale di 630. I partiti più radicali si sono inesorabilmente rafforzati nel corso degli anni. Alternative für Deutschland conta ormai 152 deputati, Die Linke ne ha 64. Per la prima volta dal 2013 il partito liberale FDP è stato escluso dalla camera bassa perché non ha raggiunto la soglia del 5% dei voti. Conosciamo i contorni della crisi economica in cui versa la Germania. Dopo due anni di recessione, nel 2023 e nel 2024, il Paese è tornato, flebilmente, a crescere nel 2025, di appena lo 0,2%. L’economia soffre dell’incertezza internazionale e della concorrenza cinese. La Cina in particolare non produce più solo per il mercato interno ed è tornata a esportare con grande successo. Secondo le ultime statistiche cinesi, le esportazioni verso la Repubblica federale sono cresciute in gennaio–febbraio di oltre il 31% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il settore automobilistico è quello che soffre di più. La società Volkswagen ha appena annunciato il taglio in Germania di cinquantamila posti di lavoro da qui al 2030. Nel contempo, l’economia nazionale deve adattarsi all’interruzione delle forniture di gas russo e alla decisione di abbandonare l’energia nucleare.
Il cancellierato Merz è iniziato prima ancora che Friedrich Merz fosse eletto cancelliere. Il 18 marzo del 2025 il vincitore delle elezioni convocò il Bundestag in sessione straordinaria e fece passare un emendamento alla Grundgesetz per permettere nuovo debito e finanziare difesa e infrastrutture. La scelta rappresentò certamente una svolta. Poteva preoccupare la scelta di indebitarsi per potenziare le forze armate, ma in un’ottica più ampia la decisione rappresentava certamente un cambio di rotta da salutare con soddisfazione. Molti hanno sperato che la scelta fosse la premessa di una politica estera meno schiacciata su quella degli Stati Uniti. Così non è stato, almeno per ora.
Una storia di rapporti e dipendenze
In questo anno di governo, Merz ha mostrato posizioni ondivaghe nei confronti dell’alleato americano, rispecchiando per molti versi la sua personale sensibilità e quella dei suoi concittadini. Spesso nel guardare al legame della Germania con gli USA partiamo dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla liberazione del Paese dal nazismo. In realtà, i legami sono assai più antichi. Si calcola che oggi gli americani di origine tedesca siano 40 milioni circa, il 12% della popolazione. Di origine tedesca erano i presidenti Herbert Hoover (il cui cognome era Huber) e Dwight Eisenhower (che in precedenza si chiamava Eisenhauer). Joseph Pulitzer ha dato il nome a un famoso premio giornalistico, ma prima di affermarsi nella carta stampata era nato nell’Impero austro-ungarico ed era emigrato negli USA per combattere nella Guerra di secessione. Lo stesso Goethe usava dire: “Amerika, du hast es besser!” (“America, sei la migliore!”). Per Merz l’antico rapporto anglo-sassone assume contorni personali. Nato nel 1955, l’uomo appartiene a una generazione di tedeschi che ha approfittato dell’alleanza americana. È cattolico, è originario dell’Ovest del Paese, è cresciuto politicamente all’ombra di Konrad Adenauer ed Helmut Kohl, e idealmente appartiene, come scrive Saul K. Padover nelle sue memorie “Experiment in Germany. The Story of an American Intelligence Officer”, a quella schiera di tedeschi che hanno visto nell’arrivo degli americani nel 1945 non solo la fine del nazismo, ma anche la salvezza dal comunismo. Nei decenni dopo la Seconda guerra mondiale oltre 20 milioni di soldati americani sono stati di stanza in Germania. Per anni la radio militare americana ha sfruttato le frequenze tedesche e influenzato la Lebensqualität nel Paese. Peraltro, il cancelliere ha legami particolarmente stretti con gli USA, avendo lavorato anche per la società finanziaria BlackRock.
Insomma, c’è in Germania, e nel cancelliere, nei confronti degli Stati Uniti un rapporto fatto di riconoscenza e di gratitudine, a cui si aggiunge naturalmente la dipendenza in termini militari ed economici. Tuttora la Germania ospita una ventina di basi americane. Nel 2025 l’interscambio di beni tra Germania e USA è ammontato a oltre 240 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati disponibili della Bundesbank, lo stock di investimenti diretti esteri tedeschi negli USA era pari a 436 miliardi di euro alla fine del 2023; si tratta di una cifra considerevole se si pensa che ammontavano a 618 i miliardi investiti nei Paesi dell’Unione europea.
Come nei rapporti di coppia, Merz non sembra accettare la nuova piega americana, segnata da scelte unilaterali e sprezzanti, nelle parole e negli atti. Il disdegno dell’UE da parte dell’establishment a Washington non potrebbe essere più chiaro. Eppure, gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da numerose giravolte. All’indomani della vittoria alle elezioni federali, il cancelliere aveva spiegato che la “priorità assoluta” della Germania era di rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa fino a raggiungere “progressivamente l’indipendenza rispetto agli Stati Uniti”. Da allora, la posizione è diventata meno netta. Berlino ha giocato un ruolo di primo piano nel modellare la posizione negoziale europea, raffreddando l’idea di usare la mano pesante nella diatriba commerciale con Washington.
Sul fronte israeliano, in piena guerra a Gaza, Merz ha annunciato nell’agosto del 2025 il blocco delle esportazioni di armi verso Gerusalemme. Nel contempo, il governo federale si è opposto strenuamente all’ipotesi di sanzioni comunitarie contro Israele. Evidentemente, pur non sposando pienamente l’idea merkeliana di una Staatsräson nel rapporto tra Berlino e Gerusalemme, il cancelliere Merz rimane molto cauto quando si tratta di rimettere in discussione la relazione con Israele.
Sul versante iraniano, in un primo momento il cancelliere ha salutato la decisione degli USA di bombardare l’Iran, dicendosi “in accordo” con il presidente Donald Trump, malgrado la violazione evidente del diritto internazionale e le probabili drammatiche conseguenze del conflitto. Poi ha dovuto ammettere che la guerra solleva “questioni fondamentali” in materia di sicurezza e ha aggiunto: “Sta avendo un impatto enorme sui nostri costi energetici e potrebbe innescare un fenomeno migratorio su vasta scala”.
In visita alla Casa Bianca in marzo, il cancelliere è rimasto seduto in atteggiamento ossequioso e deferente mentre il presidente Trump minacciava di imporre un “embargo” alla Spagna per non aver aumentato la spesa per la difesa e per aver condannato gli attacchi americani contro l’Iran. Merz non ha reagito nemmeno quando Trump ha attaccato il premier inglese Keir Starmer su una serie di questioni (“Non abbiamo a che fare con Winston Churchill”) e ha minacciato di intensificare la guerra commerciale con l’Europa. Dietro alla deferenza tedesca si nascondono forme di Realpolitik, forse anche di cinismo, ma soprattutto le enormi difficoltà per il Paese di adattarsi al nuovo assetto mondiale.
Per molti versi a farne le spese è il futuro dell’Europa, se è vero che ormai l’integrazione dell’UE passa per un’emancipazione dagli USA. In un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung pubblicata a metà ottobre, Merz ha fatto l’elogio del rapporto intergovernativo, riecheggiando un noto discorso di Angela Merkel del 2010 a Bruges: “Il metodo dell’integrazione – ha spiegato – ha raggiunto i suoi limiti provvisori con 27 Paesi membri. Ora è molto più importante la cooperazione tra i governi”. In quest’ottica, si è avvicinato a Giorgia Meloni e a Bart De Wever, scegliendo (per ora?) di fare chambre à part rispetto a Emmanuel Macron. La scelta è parsa più impulsiva che strategica.
Tra segnali positivi e debolezze persistenti
La scelta della cooperazione intergovernativa, anziché del metodo comunitario, è forse politicamente comprensibile, ma quanto è efficace e promettente in questo frangente? Al tempo stesso, saremmo ingiusti se non sottolineassimo alcuni segnali positivi. Il governo Merz appoggia la nascita di un unico mercato finanziario e il trasferimento della vigilanza dal livello nazionale al livello europeo. Ha accettato nuovo debito in comune per finanziare la spesa militare, e altrettanto potrebbe fare in futuro per promuovere la nascita di beni pubblici europei e soprattutto sostenere l’euro contro le cripto-valute, il cui successo rischia di mettere a repentaglio il compito della Banca centrale europea di difendere il valore della moneta unica. Ha accettato, almeno a parole, la mano tesa dalla Francia quanto alla condivisione dell’ombrello nucleare.
Dal rapporto con Washington passa il futuro dell’Europa.Concepire maggiore integrazione europea senza reale emancipazione da Washington appare a questo punto velleitario, e probabilmente controproducente. Dietro alle ambiguità e agli ondeggiamenti del cancelliere si nascondono, oltre agli elementi già elencati, la debolezza politica del suo governo, stretto fra una risicata maggioranza democristiana-socialdemocratica (appena 12 seggi al Bundestag) e la forza crescente di Alternative für Deutschland a destra. L’AfD veleggia nei sondaggi tra il 25 e il 26% delle intenzioni di voto. Nel voto di marzo in Baden-Württemberg il partito ha raddoppiato il numero di seggi al Landtag regionale, da 17 a 34. Successivamente, in Renania-Palatinato l’AfD è passata da nove a 24 seggi. Nuove elezioni si terranno quest’anno in Sachsen-Anhalt e nel Meclemburgo-Pomerania Occidentale. Secondo un recente sondaggio Politbarometer della ZDF, il 54% dei tedeschi è critico del cancelliere. Gli stessi tedeschi non sembrano convinti dalla sua ambigua strategia.
Beda Romano
*Istituto Ispi

Lascia un commento