
di Beda Romano*
L’ascesa di Alternative für Deutschland (AfD) sulla scena politica tedesca sta mettendo a rischio i principi democratici della Germania, le prospettive di tenuta dell’Unione europea, oltre che più concretamente la stabilità della stessa grande coalizione guidata dal cancelliere Friedrich Merz. Sappiamo dei risultati elettorali ottenuti negli ultimi mesi dal partito nazionalista. Per la prima volta nella storia della Repubblica federale, un esponente politico di estrema destra è stato eletto a capo di un parlamento regionale, per la precisione in Sassonia-Anhalt. L’AfD siede ormai in 15 Landtage su 16.
Gli sviluppi
Il successo del partito guidato da Tino Chrupalla e Alice Weidel non può essere liquidato con un gesto della mano o, peggio, con colpevole sufficienza, fosse solo – purtroppo – per il passato nazista della Germania. Il programma politico parla di espulsione degli immigrati non sufficientemente integrati e rimette in discussione il ruolo delle persone LGTB nella società tedesca. Vi si legge tra le altre cose: “Respingiamo la cosiddetta ‘Critical Race Theory’, secondo la quale il razzismo contro i bianchi non sarebbe possibile”. Inoltre, cavalcando l’idea di Stato nazionale, l’AfD mette al bando il concetto di ever closer union, il principio fondatore dell’Unione europea. Nei sondaggi a livello nazionale, il partito raccoglie tra il 27 e il 30% delle intenzioni di voto, rispetto al 20,8% ottenuto nelle elezioni federali del febbraio dell’anno scorso. Peggio, sembra attirare dalla sua anche alcuni membri della CDU, mettendo a rischio il futuro dei cristiano-democratici e la stessa stabilità del governo in carica.
Quali sono le ragioni profonde del successo dell’AfD? Fin dalla sua nascita un decennio fa, nel pieno della crisi dei debiti sovrani, il partito sfruttò la paura dell’incertezza, un sentimento a cui i tedeschi sembrano naturalmente predisposti. Ai tempi l’AfD criticava l’assetto dell’unione monetaria e la presenza della stessa moneta unica. Molti dei suoi fondatori erano professori universitari, spesso legati alla storica scuola monetaria dell’Università di Bonn, tradizionalmente scettici della reale possibilità di creare una zona valutaria senza un potere politico alle spalle. Una posizione che la stessa Bundesbank ha coltivato per anni, più o meno pubblicamente. Tornano alla mente le clamorose dimissioni di Jürgen Stark, Axel Weber e Sabine Lautenschläger in risposta alle scelte di stimolo monetario della Banca centrale europea in piena crisi debitoria.
Da allora, oltre allo scetticismo nei confronti dell’euro, l’AfD sfrutta abilmente anche i sentimenti anti-immigrazione, se non xenofobi, di una fetta più o meno consistente della società tedesca. Sentimenti provocati principalmente dalla crisi economica. In questi anni lo sappiamo, la Germania si è trovata via via scoperta su molti fronti. Non può più fare affidamento sulla Russia per i suoi approvvigionamenti in energia a buon mercato. Deve fare i conti con l’agguerritissima concorrenza dell’industria cinese (tra il 2015 e il 2025 la produzione industriale tedesca è diminuita dell’11%), mentre gli Stati Uniti si stanno gradualmente disimpegnando dal teatro militare europeo, mettendo a rischio la sicurezza del Paese. In questo contesto di grande incertezza gli stranieri diventano un comodo capro espiatorio.
Il riarmo e i legami con la Russia
Nel frattempo, un altro fattore ha rafforzato l’AfD negli ultimi tempi: la politica di riarmo decisa dal governo federale, prima da Olaf Scholz e poi da Friedrich Merz. Le più recenti tornate elettorali fanno emergere alcuni significativi segnali. A Est domina il desiderio di imporre la pace tra l’Ucraina e la Russia, a quattro anni dallo scoppio del conflitto, oltre naturalmente ai molti sentimenti di insoddisfazione per la situazione economica e sociale. In Sassonia-Anhalt, insieme i partiti contrari al riarmo e alla confrontazione con Mosca – ossia Alternative für Deutschland e Die Linke – hanno ottenuto il 52,4% dei suffragi. Nella città-Stato di Berlino hanno raccolto il 42%; nel Meclemburgo-Pomerania il 44,7%. A proposito: a conferma della clamorosa crisi della CDU, in quest’ultimo Land il partito del cancelliere non ha raggiunto la soglia del 5%, rimanendo escluso dal parlamento regionale.
Sappiamo del particolare rapporto che la popolazione della ex DDR continua a coltivare con la Russia. Nel difficile contesto odierno emerge una certa nostalgia del periodo comunista. Molti elettori, soprattutto quelli più anziani, continuano a sottolineare gli aspetti tutto sommato positivi della vita quotidiana nella ex Germania Est. Vivono con più nervosismo che a Ovest le gravi tensioni con Mosca – forse anche perché queste ultime stanno inducendo un trasferimento di risorse dal welfare state al settore militare.
Sul versante opposto del Paese, il rapporto con Mosca è di altro tenore. Prevale, soprattutto, la paura della Russia. Fin dai tempi di Otto il Grande, prima il Sacro Romano Impero e poi la stessa Germania si sono costruiti in contrasto con le popolazioni slave. Ci furono momenti di straordinaria frequentazione, come ai tempi di Caterina la Grande, ma i sentimenti prevalenti erano spesso di concorrenza, non di amicizia, come emerge anche dalle analisi del poeta e diplomatico russo Fëdor Tjutčev (1803-1873) in La Russia e l’Occidente. Più recentemente, il renano Konrad Adenauer (1876-1967) raccontava che nel suo viaggio in treno da Colonia a Berlino negli anni Venti, quando sedeva nel Preußischer Staatsrat, chiudeva le tendine del suo scompartimento pur di non essere costretto a guardare un paesaggio che egli considerava, con disdegno, l’inizio delle steppe asiatiche.
Eppure, se guardiamo ai sondaggi regionali, anche a Ovest il desiderio di evitare il peggio e di trovare un accomodamento con la Russia si tocca con mano. Negli studi demoscopici effettuati nei Länder occidentali, AfD e Die Linke raccolgono insieme oltre il 20% delle intenzioni di voto. Si oscilla dal 21% in Baviera al 31% nella città-Stato di Brema. In Assia e in Renania-Palatinato, due Länder tradizionalmente benestanti, i due partiti ottengono il 29% delle intenzioni di voto. A livello federale, secondo gli ultimi sondaggi, AfD e Die Linke raccoglierebbero insieme circa il 40% dei suffragi.
Come detto, sappiamo che dietro al voto di protesta si nascondono molti fattori. Hanno a che fare principalmente con l’Angst provocata dalla pessima situazione economica e sociale. Ma anche il riarmo tedesco nonché i rischi di conflitto hanno il loro peso. Il dato politico non è banale. Rivela le enormi difficoltà del cancelliere Merz a gestire il Paese. Il capo di governo non deve fare solo i conti con la crisi economica o le riforme incompiute, parziali o impopolari, come emerge dai resoconti della stampa. Deve anche tenere conto del fatto che la sua politica di sostegno all’Ucraina non piace a molti suoi concittadini.
Il fattore Israele
Infine, c’è un altro elemento, più subdolo e forse ancor più preoccupante, che spiega la forza di Alternative für Deutschland e le conseguenti difficoltà dell’establishment: la deriva di Israele, nella Striscia di Gaza e a livello internazionale. Mi spiego meglio. Per decenni, la Germania è stata, per così dire, vaccinata contro l’estremismo politico. Sul confronto politico dominava la responsabilità dell’Olocausto. L’uccisione luciferina di sei milioni di ebrei non fu soltanto un genocidio attuato con terribile e matematica precisione; fu anche per molti versi un suicidio nazionale, tanto gli ebrei tedeschi si erano profondamente integrati nella società nazionale tra fine Ottocento e inizio Novecento, fino a diventare hoffähig, ammessi a corte.
Il trascorrere del tempo, l’avvicendarsi delle generazioni, soprattutto la sanguinosa guerra israeliana a Gaza e in Cisgiordania stanno contribuendo paradossalmente a una revisione dell’atteggiamento tedesco. L’Olocausto è ormai lontano, chi aveva memoria di quel periodo sta scomparendo. Non solo più di prima fioccano nella Repubblica federale critiche contro lo Stato ebraico, ma lo stesso discusso comportamento del governo israeliano, violento anche nei toni – per ultimo la reazione alla decisione di concedere il Premio Nobel a Navi Pillay: “Joseph Goebbels applaude (…) dall’inferno”, ha scritto su X la diplomazia israeliana –, sdogana in Germania prese di posizioni più estremiste, prima impensabili in un Paese votato all’equilibrio e alla moderatezza.
In un certo senso, poco importa se l’AfD nel suo programma elettorale prenda le difese di Israele, in linea con i tradizionali principi della politica estera tedesca. Il contributo in prima linea dello Stato ebraico al drammatico stravolgimento dell’ordine internazionale influenza la deriva del discorso pubblico in molti Paesi, e anche nella Repubblica federale. Nel momento in cui Israele perde agli occhi di molti l’immagine di vittima che l’ha contrassegnata per un lungo periodo del dopoguerra, per assumere addirittura quella di carnefice, la Germania si sente autorizzata a riappropriarsi per così dire della sua libertà di parola, abbandonando l’atteggiamento volutamente sottotono che ha segnato le scelte politiche del Paese per quasi 80 anni.
L’eminente storico tedesco di origine ebraica Fritz Stern (1926-2016) intitolò le sue memorie Five Germanys I Have Known (Farrar, Straus and Giroux, 2007) riferendosi alle cinque Germanie che aveva conosciuto personalmente: la Repubblica di Weimar, il Terzo Reich, la Germania Ovest e la Germania Est, e per ultimo la Germania unificata successiva alla caduta del Muro.
Conclusioni
Il Paese è forse per caso alla vigilia di una sua sesta reincarnazione? Anziché offrire ai tedeschi nuove e radicali prospettive, preferibilmente in chiave comunitaria, il cancelliere Merz appare, per ora, tentennante dinanzi alle tante difficoltà del Paese. Gioca ai margini, tra una strizzata d’occhio agli elettori dell’AfD e una continuità europeista sempre troppo segnata da molte ambiguità nazionaliste.
Le prossime elezioni regionali potrebbero essere decisive. Nel 2027 si voterà nel Saarland, nello Schleswig-Holstein, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, a Brema e in Bassa Sassonia. In tutto saranno chiamati alle urne oltre 22 milioni di tedeschi.
Beda Romano
*Istituto Ispi

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