
Il primo (involontario?) merito di un volumetto come “Il genio femminile nel Medioevo / Scritti in ricordo di Chiara Frugoni”,a cura di Beatrice Paolozzi Strozzi e Michela Pereira (Polistampa, 2025), diciottesimo dei Quaderni della Accademia Toscana di Scienze e Lettere “La Colombaria” (collana in cui è preceduto da “Il genio femminile nell’antichità”), è riportare in auge la questione del discorso, della fama falsa e antiscientifica del Medioevo. Questa considerazione è suggerita da un brano contenuto nel saggio (uno dei sette, “Il silenzio di Eloisa”) di Michele Feo, insigne studioso di letteratura e filologia medievale e umanistica. Che cosa vi si legge? Che “il Medioevo è stato chiamato così perché considerato una non-età, un’età che sta in mezzo, una lunga notte senza luce collocata tra due luminose giornate, l’antichità e la modernità”. E “nella mitologia dell’Umanesimo e poi dell’Illuminismo il Medioevo era stato un’epoca di decadenza”, senonché “non si può certo valutare il Medioevo coi metri di giudizio degli umanisti e degli illuministi”. Tali affermazioni richiamano alla mente il lavoro e gli scritti di Régine Pernoud che nel 1944 pubblicava a Parigi, per i tipi dell’editore Grasset, “Lumière du Moyen Àge”. Nella presentazione di “Luce del Medioevo” per l’edizione italiana dell’editore Gribaudi nell’anno giubilare (2000), annotava don Luigi Negri come “da sola – ma con una energia ed un coraggio che l’hanno resa una delle personalità più imponenti della cultura storiografica del ventesimo secolo”, questa storica abbia navigato controcorrente opponendo al pregiudizio secolare sul Medioevo “una riscoperta rigorosamente scientifica, appassionatamente critica, fino all’entusiasmo, della nostra comune eredità medievale”. Erano “gli eredi della cultura illuministica” ad aver spinto la cultura e la società moderna/contemporanea fino agli estremi di un totalitarismo che ha disgregato l’uomo, lo ha inaridito nella sua capacità di responsabilità etica e di costruttività sociale; volevano avere le mani più libere nella realizzazione del loro progetto disumano e per questo “hanno gettato il fango della faziosità e della criminalizzazione su tutto l’arco della civiltà medioevale”.
Negli stessi anni di “Luce del Medioevo” altro storico di analoga sensibilità, l’italiano Giorgio Falco, in particolare con “La Santa Romana Repubblica”scritto nel 1937 epubblicato nel 1942,dava un contributo rilevante alla emancipazione del Medio Evo da quella immagine deformante di buio e di barbarie.
Era tra il XIV e il XV secolo che uomini di cultura – filosofi, moralisti, poeti – avevano iniziato ad usare il termine “età media” – come ha scritto Jacques Le Goff (“Il tempo continuo della storia”, Laterza, 2017) – animati dalla “sensazione di incarnare una morale e dei valori nuovi, nei quali, più che la preminenza di Dio e degli apostoli, dei santi, ecc., s’imponeva l’Uomo con le sue virtù, i suoi poteri, la sua condizione: di qui il nome di “umanisti” che essi stessi si attribuirono”; ma “il periodo che essi cercavano di definire aveva (…) come unica particolarità quella di occupare una posizione intermedia tra un’antichità immaginaria e una modernità immaginata”.
La periodizzazione della storia risponde ad una comprensibile necessità di inquadramento ma è sempre un’operazione di astrazione, soggettiva, densa di sommarietà e di rischi di cui la storiografia non dovrebbe mai esimersi dal dare avvertenza.
Sotto altro profilo, d’altronde, la stessa denominazione di un arco temporale peraltro lunghissimo come “età di mezzo” è già a priori un motivo per storcere il naso. Non solo perché concetto inopinatamente riduttivo, ma anche perché non hasenso (come gioiosamente rilevato da Alessandro Barbero ne “Il Medioevo non esiste”, puntata risalente della rubrica di Rai Storia “Passato e presente”) un periodo di transizione di ben mille anni. Ed è fuor di dubbioche gli uomini vissuti in quei secoli non avessero il benché minimo sospetto di trovarsi come … in mezzo a un guado!
Non voleva essere, questa, una divagazione oziosa; semmai un pre-lavaggio, per rimuovere dalla specifica ed eterogenea materia storica i più grevi e marchiani pregiudizi. Ci vuole un’atmosfera meno cupa, più aperta, per accedere alle esistenze o perlomeno ai profili, talora molto essenziali (per l’insufficienza di informazioni), di donne vissute tra il IV secolo (come Egeria, pellegrina a Gerusalemme) e fin oltre il XIV secolo (come Margherita di Domenico Bandini); per cogliere quella luce che da esse promana, vieppiù intensa a misura della distanza che ci separa da loro.
I sette saggi del volume tuffano il lettore in mondi racchiusi “nel cerchio di fuoco dello spirito” e questa espressione, senza indurlo a immaginare esperienze tutte immateriali e chiuse nell’intimità delle coscienze, dovrebbe costui associarla anche alla forza, alla concretezza di cui hanno dato prova queste donne, finanche al potere, anche nel senso di potere politico, che alcune tra esse hanno esercitato. La loro capacità di incidere nella propria storia individuale come nella storia tout courtpuò generare sorpresa. Allora va chiarito, a scanso di forzature, che il protagonismo di una Matilde di Canossa, come di una Ildegarda di Bingen o di una Caterina da Siena, non va confuso con l’esito di un fervore ante litteramin direzione di una emancipazione. Quel “genio femminile” non potrebbe mai risolversi, neppure lontanamente, in un genio femminista. Ciò che esse sono e/o diventano scaturisce – talora erompe – dalla dedizione, dalle virtù, dai talenti, dall’amore, dalla fede da cui sono mosse/animate, tutte restando pienamente figlie del proprio tempo. Di questa forza/doti/energia si può trattare ricorrendo alle due co-protagoniste sin qui non nominate: prima Eloisa, che rifugge “la possibile pigra caduta dell’amore dentro il reggimento giuridico”, essendo il suo amore per Abelardo immoderato, senza misura, e che ritiene preferibile “la propria distruzione alla quieta negazione e alla resezione chirurgica della passione” (come riporta, con toni appassionati, Michele Feo); poi la poetessa sassone Rosvita di Gandersheim che, a dispetto del suo schermirsi definendosi “donna semplice e fragile, dotata di un talento debole, facile a smarrirsi avventurandosi in compiti intellettuali più adatti all’intelligenza di un uomo”, rivela – come scrive Carla Del Zotto – “un’incontenibile volontà di apprendere, una considerevole audacia nello sperimentare, un non comune senso dell’umorismo e un notevole talento drammatico”.
Non prima di aver citato gli altri autori (Alberto Nocentini per Egeria, Mauro Ronzani per Matilde e Beatrice di Canossa, Michela Pereira per Ildegarda di Bingen, Isabella Gagliardi per Caterina da Siena, Diana Toccafondi per Margherita Bandini) s’ha da concludere che grazie anche alla selezione di questo piccolo volume si può apprendere ed ammirare di quali donne (tra le innumerevoli altre) sia stata testimone la vituperata “epoca di mezzo”.
Paolo Marini

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