Luciana Castellina, figura storica del comunismo italiano, dice che si sente schifosamente fortunata perché la sua generazione è stata felice. Fior di leghisti oggi dicono di essere straordinariamente felici perché finalmente nasce il federalismo, battaglia storica di Bossi. Ognuno può, in questa bella Italia del Centocinquantenario, essere felice per i motivi propri. Come “iè pare” direbbero a Roma. L’importante è evitare di dare patenti di infelicità a chi non se lo merita e a chi non ne ha colpa. Nel ragionamento di molti nonni famosi c’è implicita la constatazione che la generazione che oggi ha tra i 16 e i 28 anni sarà perpetuamente infelice. Perché non avranno un lavoro stabile, perché consumano le ore in Facebook, perché non c’è sicurezza sociale, perché le lauree non son più quelle di una volta, perché stanno troppo in discoteca, perché non vanno in chiesa o perché non hanno quei valori che noi…. E via rosariando. Il problema è che i confronti sono sempre azzardati e le asserite somiglianze sempre rischiose. Avrà pure ragione la tosta Luciana Castellina a dire che la sua generazione era felice nel riscoprire la battaglia per la libertà e la battaglia politica del secondo dopoguerra, ma come dare torto ai nostri brillanti giovani veneti o marchigiani che con due clic al computer risolvono problemi, contattano il mondo, fanno ricerca spaziale o inventano nuovi sistemi di social network?!. Non c’è dubbio che erano felici quei giovani che ricostruivano l’Italia dalle macerie della guerra ma, vivaddio, dovranno pur essere felici i nostri giovani che sono in rete col mondo e costruiscono le nuove società multiculturali. Per dire che ahimè gli schemi della politica dovrebbero lasciare in pace almeno il sentimento della felicità. Etichettiamo politicamente quel che volete, dall’economia agli sbarchi, dal federalismo alla ricerca, ma evitiamo di etichettare la felicità che per sua natura è spesso singola, personale, a volte momentanea. Generazione felice o classe felice è come pretendere che tutti vedano calare il sole sul mare. Da qualche parte tramonterà sulla terra. Chi ha più esperienza e scrive libri di ricordi è giusto che trasmetta le proprie emozioni e le proprie stagioni di vita ma non può pensare che i ragazzi e i giovani di oggi siano meno coraggiosi e meno felici e meno intraprendenti di quello che erano loro, semplicemente per il fatto che si vive in due società enormemente diverse. Quella era una società dei rapporti a cerchio stretto, della piazza, sezione, circolo, oratorio, delle contrapposizioni violente e delle mediazioni nascoste, questa è una società del cerchio largo, dei rapporti internazionali istantanei, delle piazze virtuali e dello scambio in rete, della mediazione alla luce del sole. Una società che cambia il ritmo della vita quasi ogni anno. Una volte ce ne volevano cinque o sei, di anni. Una volta una generazione copriva un ciclo di studi, oggi se ci badiamo bene potremmo vedere che ogni anno ha la sua generazione, e poi e poi…. Altri parametri, altro livello. Attenti dunque alle etichette. Perché se continuiamo a dire, noi “vecchi”, che i giovani sono infelici facciamo un gran danno, non solo perché alcuni rischiano di crederci ma perché non lasciamo futuro. Un peccato. Così come i precetti della Quaresima prevedono digiuno e astinenza per cui in queste settimane vanno alla grande le insalate della Quaresima, beh si potrebbe parallelamente auspicare una Quaresima, nel senso di digiuno e astinenza, per le etichette buttate là solo per il gusto di vedere l’effetto che fa. Che la Quaresima porti insomma maggiore sobrietà anche nelle sentenze sociali.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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